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Il Washington Post non cancella l’editoriale di Amber Heard: “La sentenza a favore di Depp? Un bavaglio”

Il Washington Post non cancella l’editoriale di Amber Heard condannato per diffamazione ai danni di Johnny Depp, ma aggiunge in una nota iniziale le parti diffamatorie, tra le quali: “Ho avuto il raro vantaggio di vedere, in tempo reale, come le istituzioni proteggono gli uomini accusati di abusi”.
A cura di Eleonora D'Amore
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Il Washington Post non cancella l'editoriale del 2018 di Amber Heard condannato per diffamazione ai danni di Johnny Depp, ma aggiunge in una nota iniziale le parti diffamatorie, tra le quali: (1) "Ho parlato contro la violenza sessuale e ha affrontato l'ira della nostra cultura. Questo deve cambiare"; (2) "Poi, due anni fa, sono diventata una figura pubblica che rappresentava gli abusi domestici e ho sentito tutta la forza dell'ira della nostra cultura per le donne che ne parlano"; (3) "Ho avuto il raro vantaggio di vedere, in tempo reale, come le istituzioni proteggono gli uomini accusati di abusi". La giuria ha anche rilevato separatamente che Depp, tramite il suo avvocato Adam Waldman, ha diffamato Heard definendola ‘una bugiarda‘ che aveva messo su ‘una farsa'.

La nota aggiunta sopra l'editoriale condannato per diffamazione.
La nota aggiunta sopra l'editoriale condannato per diffamazione.

Le perplessità generate dalla sentenza in favore di Depp

In queste ultime ore si sta sviluppando un'attenta riflessione su cosa ha significato la gestione di questo processo e soprattutto cosa significa davvero questa sentenza. Ciò alla luce della precedente causa persa contro il The Sun, durante la quale un giudice britannico nel 2020 respinse l'accusa di diffamazione di Depp contro il quotidiano che lo aveva definito un "picchiatore di mogli": una sentenza di 129 pagine sopravvissuta a un appello di Depp in cui si presentava un distillato microscopico delle prove di violenza domestica. "La grande maggioranza delle presunte aggressioni sono state dimostrate secondo gli standard civili", l'udienza è tolta, nonostante il divo continuò a negare fosse vero.

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Come sarebbe nato l'editoriale di Amber Heard

Il Washington Post nelle ultime ore non ha solo rivisto l'editoriale in questione, ma ha pubblicato anche un paio di articoli di commento, uno dei quali contenente la spiegazione di come sarebbe andata la gestazione dell'articolo finito alla sbarra. Pochi mesi prima che il suo editoriale apparisse su The Post, è noto che la Heard fosse diventata un'ambasciatrice dell'ACLU (American Civil Liberties Union) "per i diritti delle donne, con particolare attenzione alla violenza di genere". Era un membro dello staff dell'ACLU, secondo la testimonianza del consigliere generale dell'ACLU Terence Dougherty, che si è rivolto alla sezione Opinioni del Post per la pubblicazione di un editoriale con la sua firma. La prima bozza sarebbe uscita dalle tastiere dell'ACLU, in consultazione con l'attrice di Aquaman. Quattro avvocati dell'ACLU lo avrebbero esaminato per assicurarsi che fosse allineato con le posizioni politiche dell'organizzazione mentre, secondo un portavoce dell'ACLU, gli avvocati della Heard lo avrebbero rivisto per il rispetto di un accordo di riservatezza risalente alla causa di divorzio. Così la Heard avrebbe assicurato la sua posizione pubblica all'ACLU, che poi avrebbe sfruttato il suo nome in un editoriale.

"Il processo? Un circo. Il verdetto? Un bavaglio"

L'altro editoriale è quello di Charlotte Proudman, avvocato e sociologa specializzata in violenza di genere, che parla dell'intero caso ridotto a un episodio di Black Mirror. "Un incubo distopico in cui i TikTok di una donna sconvolta che descrive in dettaglio una presunta aggressione sessuale sono stati divorati con popcorn e risate. Gli hashtag di Twitter — #AmberIsALiar, #AmbersAPsychopath, #TeamJohnny — hanno fatto sentire tutta la pressione dei media. Coloro che sostenevano Heard hanno ricevuto minacce di morte, minacce di stupro, un costante bombardamento di odio. La mission era incolpare la Heard per non essersi sottratta subito, per aver reagito dopo, per non essere stata abbastanza ferita, per non avere prove sufficienti", ha scritto. Un sistema che avrebbe messo alla sbarra l'attrice ancor prima del tempo e ha consentito agli avvocati di Depp di descriverla come una bugiarda manipolatrice. La psicologa della Heard, Dawn Hughes, ha testimoniato che aveva un disturbo da stress post-traumatico a causa di abusi domestici, mentre la psicologa di Depp, Shannon Curry, le ha diagnosticato un disturbo borderline di personalità e un disturbo istrionico di personalità, nonostante non l'avesse mai avuta in cura.

La coppia nel gennaio del 2016
La coppia nel gennaio del 2016

"Come avvocato, ho assistito a come la patologizzazione dei sopravvissuti a violenze diventi una tattica di riferimento per screditarli. Passano per ‘pazze' perché per essere credibili devono allinearsi allo stereotipo della "vittima perfetta", ossia quella che si nasconde in un angolo, senza voce e impotente. […] Il processo Depp-Heard è stato un circo. Il verdetto, un bavaglio imperativo" ha concluso, definendo la sentenza qualcosa che ha soffocato ancora una volta la capacità di parlare di abusi senza incorrere nel pericolo di non essere creduti.

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