Luca Barbareschi: “Per ogni miliardo io davo allo Stato 700 milioni, oggi la mia pensione è 3.600 euro”

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Luca Barbareschi, da stasera su Rai3 con Allegro ma non troppo, si racconta a Fanpage.it: “Chi ha pagato le tasse l’ha fatto per chi oggi tiene i conti in nero in Svizzera”. Sui colleghi: “Quando si tratta di me tutti mi rinnegano”. Sullo show: “Come venire a casa mia senza paura di spiazzarci e parlare di tutto, avere il coraggio di uscire dal conformismo”.

Ha 70 anni, dice di essere “irricattabile” e lo dimostra in ogni risposta. Luca Barbareschi torna stasera in seconda serata su Rai3 con Allegro ma non troppo, il late show di Rai Cultura in diretta dagli Studi Fabrizio Frizzi di Roma, per raccontare l’attualità con l’ironia e il paradosso. Con lui ci sono Claudio Velardi, Fausto Bertinotti, Vera Gheno, Fabrizio Borgonovo, Christian Rocca e soprattutto Eric Bogosian, l’autore di Talk Radio, per la prima volta in un talk show italiano. Intanto in sala c’è Un’altra me di Luca Brignone, che Barbareschi produce con Èliseo Entertainment e Rai Cinema.

A Fanpage.it però non fa promozione. Parla dei soldi, i suoi e quelli degli altri. L'occasione è una delle ultime provocazioni, da Giletti ha detto ai giovani: "Dovete fare la rivoluzione per far pagare le tasse". E al nostro giornale racconta: “Ogni miliardo guadagnato io davo allo Stato 700 milioni”, racconta degli anni da star della tv. E oggi? “È una pensione alta rispetto ad altri: 3.600 euro”. Il conto con chi non pagava lo fa senza giri di parole: “Chi l’ha pagata l’ha preso nel cu*o e chi non l’ha pagata se li tiene in nero in Svizzera”. Racconta di quando, deputato, i lobbisti gli dicevano “le metto 3 milioni su HSBC Hong Kong” e lui chiamò la Guardia di Finanza.

Si toglie qualche sassolino con i colleghi italiani: “Quando si tratta di Barbareschi poi tutti mi rinnegano”. E non cita Ranucci, anche se ne parla: "È finito male in sei mesi. E quando io osai aprire bocca mi hanno linciato. Sembrava dicessero: "Attento, morirai". È andata diversamente. Ma non perché io ce l'avessi con lui con un altro. Il problema era la buona educazione e la coerenza". 

Sulla politica italiana ha la sua: "Il centrosinistra non c'è. La parola ‘campo largo' mi irrita. Consiglio di farlo molto largo: dagli Urali al confine col Portogallo". E sul centrodestra: "Ha un grande leader. La Meloni è palesemente la più intelligente". Ma su Vannacci: "Non ho capito a cosa serve che un generale eccellente, perché è stato un bravissimo generale, voglia occuparsi di politica. Chi glielo fa fare?".  E quando, a intervista finita, gli facciamo l’in bocca al lupo per la prima puntata, Barbareschi riesce ancora a sorprendere un'ultima volta.

Partiamo da Allegro ma non troppo: questa sera si riparte. Con che spirito?

Con uno spirito felice perché Allegro ma non troppo incarna molto bene i tempi. Sono molto orgoglioso di questo programma e voglio ringraziare i miei autori e tutto il team.

Nel comunicato si legge: “Non è informazione, né satira politica, né puro varietà”. Me lo dica in una frase: come venderebbe il suo programma a un ragazzo di vent’anni?

Venite a casa mia una sera, vi sedete, vi do del pane e formaggio, un po’ di vino, magari un pezzo di salame, poi ci sediamo, scegliamo a caso dei macro argomenti, e senza paura di spiazzarci, senza paura della paura, ti dico di più, senza paura della paura della paura, che è quello che blocca tutti. Perché uno dice “Mi voglio buttare dal trampolino, ma ho paura”. Quindi non vado in piscina, e siccome ho paura non esco neanche di casa. Invece il vero tema è andare in piscina, salire sul trampolino, buttarsi, non aver più paura e avere il coraggio di uscire dal conformismo.

Da dove nasce l’idea?

Questo io lo faccio da anni a casa con un sacco di amici il venerdì sera. Finché anni fa mi hanno detto “Ma perché non fai in televisione una cosa così?”. E ho detto “Boh, forse sì”, perché io sono in grado di improvvisare su qualsiasi cosa: 70 anni, con tutti i libri che ho letto, quello che ho fatto tra musica e cinema. Ma soprattutto mi piace farlo senza saccenza, perché l’unica maniera per essere sicuri che qualcuno ha capito è se ride. Se uno fa la famosa punchline americana, la battuta, hai capito che lui ha capito, perché gli è arrivato nel cuore il paradosso. Io non ho una comicità di battuta: lavoro sui paradossi. Creo delle immagini negli occhi della gente e le faccio vivere, perché la gente a volte non si rende conto di quanto è comica la realtà attorno a loro.

Viviamo un’epoca che ha perso il senso dell’umorismo?

Il dogma è sempre orribile, nelle religioni, in tutto, perché non prevede discussione. “È così”. “Ma io pensavo fosse diverso”. “Allora ti taglio la testa”. Questo lo facevano i lanzichenecchi. Invece l’elaborazione non dogmatica è quella che aiuta i ragazzi a crescere, e se lo fai attraverso il riso è meraviglioso. Ma questo è il tempo del dogmatismo stupido. L’ortodossia ha spinto il mondo verso la stupidità e verso, come sta succedendo per esempio a Israele, che io amo molto, una probabile futura terribile teocrazia. Con i fondamentalisti che comandano. Tutte le forme di teocrazia sono terribili, perché lo humour non c’è più, non si può più ridere. Se ridi ti mettono in galera.

Nel suo studio quest’anno ci sono anche degli opposti: Borgonovo e Vera Gheno, Velardi, Bertinotti.

Il mio sogno sarebbe fare una cosa che sia un po’ Quelli della notte, però con gente molto preparata. Bisogna riuscire a toccare temi molto alti con leggerezza, cioè usare la gravitas, ma sempre con la levitas.

Cosa non le piace della tv di oggi?

Sai quando vai in autostrada che stendono il catrame? C’è questo rullo che stende uno strato di bitume, poi di catrame, che rende tutto pari. Ecco, il 90% delle trasmissioni sono proprio questa roba qua: ti mettono il catrame sul cervello. Adesso vedo che va di moda anche riesumare i cadaveri dopo 51 anni, Pasolini, Garlasco. E diventa solo un’anestetizzazione del cervello, in cui non parli mai di quello che accade oggi.

La cronaca nera, quindi, non le piace?

La cronaca nera era divertente quando aveva il suo spazio nel giornale, magari dopo le pagine letterarie. La cronaca nera è molto ispirante, per esempio per noi che facciamo il cinema. Ci sono sempre stati femminicidi, omicidi. Non si parla mai, per esempio, di figlicidi: a me piace molto la parola figlicidio. Cioè di quanti genitori hanno distrutto la vita ai figli, gli hanno impedito di fare quello che avrebbero voluto fare. Di questo non si è ancora parlato, sarà un tema interessante.

È la prima volta che Eric Bogosian partecipa a un talk show italiano. Come l’ha convinto?

Non c’è stato bisogno. Gli ho detto “Facciamo uno show”.

Con i colleghi italiani è più difficile?

È la mia grande sofferenza, glielo dico con una quasi innocenza infantile. Io facevo fatica a invitare i miei colleghi. I colleghi, peraltro, a cui ho fatto fare film, centinaia di spettacoli all’Eliseo. Però quando si tratta di Barbareschi poi tutti mi rinnegano. Tutti, eh. Gente a cui ho fatto fare due, tre serie televisive, film. Poi dopo non spendono mai una parola per me.

E all’estero?

I miei amici internazionali si chiamano Polanski, Mamet, Abraham Yehoshua, che adesso non c’è più, Kundera, Sam Shepard, David Rabe, Skolimowski. La cosa più comica, ne parlavamo ieri con Bogosian, è che lui mi dice: “Ti ricordi quando abbiamo fatto Piantando chiodi nel pavimento con la fronte, che alla conferenza stampa un imbecille si è alzato e ha detto ‘Ma perché lei sta con quel fascista di Barbareschi?’”. E io gli ho detto: “Fascista? Forse non la pensa come voi. Ma allora voi siete fascisti”. Non siamo mai stati così tanto un paese conformista, al limite dell’imbecillità, un conformismo nauseante. Perché viene? Perché siamo amici. Sul suo libro sullo sterminio armeno mi ha fatto una dedica bellissima: “Al mio fratello italiano Luca”. Punto.

Prima ha parlato di Mamet, che è uno dei pochissimi intellettuali americani dichiaratamente trumpiani.

No, non diciamo cose che non hanno senso. Mamet è stato repubblicano in un momento in cui Obama era una barzelletta. Uno che vince il premio Nobel e il giorno dopo bombarda, inizia la guerra, è comico. Mamet ha avuto il coraggio di scrivere un libro bellissimo, The Secret Knowledge, più di 10 anni fa, dove disse “Obama farà più casini degli altri”. In Italia non l’hanno mai tradotto, perché se uno non ha un pensiero unico non ha diritto a essere pubblicato. A quel punto lui è stato azzerato e per anni non l’hanno fatto più neanche intervistare. Come quel gioco che fanno i bambini: “Non ti vedo, non ti vedo”. “Ma sono qui, mamma”. Dopodiché hanno capito che erano un branco di coglioni, e Mamet ha ricominciato ad avere commedie a Broadway, a Londra, a scrivere film. Il problema è quando uno arriva prima a pensare delle cose. Non è che è trumpiano: sosteneva che i democratici stavano facendo dei danni e che l’America sarebbe caduta in mano ai repubblicani. Questo non vuol dire che approvi tutte le cose che dice Trump. Eric invece è un artista, quindi un anarchico, un uomo libero, che apprezza delle cose democratiche.

E lei come si definisce politicamente?

Io sono un vecchio socialista a vita, ma in un’idea di socialismo che gli stessi socialisti poi hanno tradito. Io non prendevo le tangenti, non rubavo. Se lei sapesse quanti avevano i soldi svizzeri, dal PCI alla DC al PSI, già negli anni ‘80, le viene un brivido. Il problema è l’onestà morale, l’etica e la coerenza con quello che sei. “Put your money where your mouth is”. Molto semplice, ma non tutti lo fanno.

Lei è un grande improvvisatore. Chi è il suo maestro?

La mia risposta è Walter Chiari. Non è un caso che abbiamo fatto un film insieme, e questo non se lo ricorda nessuno, ma non me ne frega. Ormai vivo della mia storia, non di quello che possono commentare gli altri.

Il suo rapporto con la sinistra culturale è sempre stato difficile?

Quando ho fatto Piantando chiodi nel pavimento con la fronte, l’Unità, che faceva le videocassette degli artisti italiani, non voleva pubblicarlo. È stata obbligata, perché Giorgio Gaber sulla mia cassetta scrisse, firmato: “Questo è il più grande one man show che ho visto in 20 anni”. Tutti gli ortodossi, tutti i compagni di merenda, gente che non sapeva neanche fare l’artista, hanno fatto carriere televisive e cinematografiche solo perché venivano portati da Veltroni e dovevano essere presi dai registi. Ci sarebbero da raccontare cose infinite.

Li racconterà in trasmissione? Farà nomi e cognomi?

Il vero problema per tutti questi è che io ormai ho 70 anni e non sono ricattabile, sono irricattabile. Non mi ferma più nessuno. Ma non darò la soddisfazione di fare nomi e cognomi. Creeremo delle situazioni in cui a buon intenditor, poche parole. Lei pensi come è finito un certo giornalista.

Parliamo di Sigfrido Ranucci?

Non lo cito, non lo cito, non so chi sia, non mi ricordo nemmeno il nome, pensi. So, però, che è finito male in sei mesi. E quando io osai aprire bocca mi hanno linciato. Sembrava dicessero: "Attento, morirai". È andata diversamente. Ma non perché io ce l'avessi con lui con un altro. Il problema era la buona educazione e la coerenza.

A gennaio il passaggio di linea tra Report e il suo programma era diventato un siparietto.

Era un siparietto, ma io non avevo intenzione di fare nessun siparietto, se posso essere sincero. In realtà io chiedevo solo una cosa di educazione, fine. La scorrettezza fu quando lui usò il suo spazio per tirare in ballo di nuovo le cose mie private dell’Eliseo dove sono stato assolto per qualsiasi cosa. È come quelli che, non sapendo giocare a pallone, si mettono il pallone sotto la pancia e scappano via: “Allora non gioca più nessuno, il pallone è mio”. Eh no, il pallone non è tuo.

Da come e per quanto parla, dico che sarebbe bello averla nella stessa stanza con Sgarbi: la stessa mitragliata di parole.

Vittorio, guardi, mi dispiace da pazzi, perché siamo stati fratelli per tanti anni e spero che si riprenda, perché è una perdita enorme per il paese. È enorme. Teniamo alta la bandiera della libertà intellettuale, anche di chi in questo momento non sta bene.

Parliamo di pensioni degli artisti? Luca Ward mi ha detto di prendere “una pensione ridicola per quello che ho versato” tra Enpals e Inps. Lei ha 70 anni, è attore e produttore, i contributi li versa due volte. Mi dica la sua. 

Io ho versato anche un miliardo all’anno, io ho pagato. L’ho detto da Giletti, spiazzando i ragazzi, finti tupamaros, leninisti, che non sanno neanche di cosa parlano: “Ma fate la rivoluzione per far pagare le tasse”. Mi guardavano: “In che senso?”. Se tutti pagassero le tasse, il debito italiano sarebbe a zero. Saremmo l’unica nazione europea senza debiti. L’evasione è talmente alta in Italia… Non a caso d’estate vede tutti in vacanza. Non è vero che ci sono 7 milioni sull’orlo della fame. Ci sono un sacco di milioni di persone che non pagano le tasse, quindi sembra che non guadagnino. Ma se tutti pagassero le tasse, anche il minimo, avremmo un paese alla pari.

Il confronto di Luca Barbareschi coi giovani a Lo stato delle cose.
Il confronto di Luca Barbareschi coi giovani a Lo stato delle cose.

Quanto ha versato in carriera?

Ho guadagnato tanto nella mia vita. C’erano degli anni che guadagnavo anche 2 miliardi l’anno e pagavo il 70% di tasse, cioè il 50 più l’Iva. Ogni miliardo io davo allo Stato 700 milioni. Per anni. Lo dico perché non c’è da vergognarsi: ero una star, facevo C’eravamo tanto amati, Il grande bluff, tutti i programmi che avete visto, più i film.

E oggi quanto prende di pensione?

È una pensione alta rispetto ad altri: 3.600 euro. Su cui pago le tasse. Ora, se io avessi dato questi soldi a un fondo elvetico, a un fondo privato, oggi avrei 70.000 euro al mese di reddito.

Quindi chi non ha pagato oggi sta meglio?

È vergognoso, perché chi l’ha pagata l’ha preso nel c**o e chi non l’ha pagata se li tiene in nero in Svizzera, sotto il materasso. Questa è la tragedia vera. Come molte star italiane, anche i grandi che indicano col ditone, che fanno dei grandi silenzi in televisione. Io ho conosciuto purtroppo tutti gli amministratori di queste persone, che andavano a Chiasso con le valigie di contanti da mettere nelle banche svizzere, negli anni d’oro del cinema. Quando vedo tutti questi grandi comici, non comici, che con l’aria moralista si preoccupano del paese, dico: “Saranno preoccupati perché forse si sono dimenticati il conto della cassaforte dell’UBS”.

Parliamo delle midterm: è una scoppola quella che ha preso Trump?

È una nemesi, dopo l’eccesso di hybris. Io Trump l’ho conosciuto. Ma tra le varie dichiarazioni, a volte mi chiedo se sono vere o false. Lui che dice “Se perdo vado a fare il primo ministro di Israele”: è una battuta di spirito o sei coglione? È come se io dicessi “Se non mi fanno fare un film, faccio il capo del Belize”. Ormai non credo neanche più a quello che leggo, perché è tutto finto. Poi scopri che era tutto frutto dell’AI.

Cosa salva e cosa boccia di Trump?

Trump ha avuto delle grandi occasioni, ha fatto anche delle cose buone, perché mandare a fanculo l’università woke, la cancel culture, è stata una cosa intelligente. Però c’è un problema: ha messo dentro la sinagoga, dentro il tabernacolo, dentro la moschea, la chiami come vuole a seconda delle fedi, il denaro. Se togli la metafora di Dio, che è valoriale, morale, etica, e metti il denaro, il mondo è finito. C’era un bellissimo articolo della Gabanelli l’altro giorno sulla ricchezza nel mondo. Non è sostenibile che ci siano questi eccessi e poi dei bambini di 8 anni che montano microprocessori in Bangladesh. La politica non deve essere un luogo di arricchimento. Di arricchimento sì, spirituale, intellettuale, geopolitico, ma non di denari. Quando vedo uno che ha la moglie che fa le criptovalute… beata lei, ma va bene farlo a patto che tu non sia in una posizione dove potresti avere un conflitto di interessi.

Per non parlare di Polymarket.

Se io so che faccio fare una guerra domani fra Modena e Bologna, e per fare questa guerra ci vogliono degli elastici, perché la facciamo con le fionde, un po’ come La guerra dei bottoni, bisogna subito produrre fionde, noci e bottoni. E io lo so il giorno prima e compro tutte le azioni di chi fa fionde e bottoni. Prima le compro, poi faccio dichiarare guerra, e il titolo schizza. È un giochino talmente banale. E la narrazione è fatta apposta per non capire un cazzo.

L’America è questa roba qua, secondo lei?

È sempre stata così. Quando dicono che l’America è il paese più potente del mondo, a me ricorda uno in cortile che diceva “Io faccio un culo così a tutti”, poi si sfidava, le prendeva e andando via diceva “Comunque vi ho fatto un culo così”. La guerra in Afghanistan persa, in Iraq persa, in Iran persa, in Vietnam persa, in Cambogia persa. Non sono i più forti del mondo, sono i più furbi del mondo. Perché hanno trasformato l’industria vera, quella delle cose della gente, nell’industria bellica. A loro conviene fare guerre, perdere un sacco di armamenti, perché comunque li forniscono. Un po’ come facevano gli svizzeri durante la guerra mondiale: neutrali, però in quella valle fabbricavano le armi per i nazisti. Più guai ci sono, più io vendo, e vendo le stesse armi sia di qua che di là. Non ci sono armi un po’ musulmane e armi un po’ più ebraiche. Menatevi il più possibile, perché io guadagno un sacco di soldi quando vi menate. È lo scopo che crea la malattia. Fare una guerra aveva senso nel ‘700, ai tempi dei Romani, quando partiva il messaggero a cavallo. Ma oggi uno telefona. Il problema sarebbe risolto. Glielo dico io come va: “Tutti e due abbiamo interesse, Putin”. “Sì, dimmi, Trump”. “Allora facciamoli litigare. Intanto gli facciamo gli attentati, poi prendiamo un po’ di teste di cazzo di studenti e, come abbiamo già fatto in varie epoche, li sobilliamo”.

È quello che ha detto anche da Giletti.

Certo, è così. È talmente palese. Perché l’Europa è forte, forse un po’ più filo-Eurasia, con la Russia, con tutti i paesi dell’Est. È un mercato fortissimo, ma anche coeso. Ci assomigliamo, abbiamo la stessa letteratura: tra Kafka e Baudelaire ci sono stili diversi, ma la stessa coniugazione di concetti, fra Prévert e Gide, fra Shakespeare e Tolstoj. E invece siamo molto diversi da un texano. La gente confonde New York con l’America. New York l’abbiamo fatta noi, ebrei, immigrati, irlandesi, italiani: gente che se n’è andata dall’Europa perché ha capito che qui sarebbe morta, e ha fatto di quel paese un paese nuovo. Che poi è diventato diverso da noi.

Lei è un convinto europeista. E come la mettiamo con gli scettici del nostro paese?

C’è sempre lo scettico, poi c’è anche il coglione. Lo scettico prevede già un pensiero, una distanza rispetto a un concetto che gli crea dei dubbi. Poi ci sono i coglioni, poi ci sono quelli in malafede che prendono i soldi da quelli che insultano.

Lei la malafede l’ha vista da vicino?

È tutto da elaborare in termini di buona fede o di malafede. È onesto? Ha detto la verità? Io ho fatto 5 anni in Parlamento. Ero vice-presidente di una commissione pesante, trasporti e telecomunicazioni: navi, aerei, treni, telefonia, tv. Pensi quanti interessi. Dall’ottavo giorno venivo contattato da lobbisti che mi dicevano: “Se lei mi mette questa piccola cosina nell’omnibus della finanziaria, io faccio click sul telefonino e le metto 3 milioni su HSBC Hong Kong”. La quarta volta ho chiamato uno della Finanza: “Stia seduto qui vicino a me”. Lasciamo parlare il lobbista, portavoce di questi vari gruppi, e alla fine glielo presento: “Il colonnello…”. Questo sbiancava: “No, no, ma io volevo dire…”. “No, no, ho capito. È un malinteso, vero? Grazie”. Io potrei avere 150-200 milioni di euro su un conto estero. Non ce l’ho. Perché la mia dignità, la mia libertà vale più di quello. E questa è la vera eredità ai miei figli: il coraggio, la libertà, l’onestà, la moralità. Questo non vuol dire non essere un peccatore, ma tra adulti e consenzienti, senza ricattare, senza fare del male a nessuno.

È così che sarà Allegro ma non troppo?

Sarà così, insieme a gente libera come me di dire quello che pensa. Perché ormai è tutto talmente comico che è difficile fare il comico puro. Crozza, che è bravissimo, un genio, a volte fa delle imitazioni in cui l’originale è più comico di lui.

È il caso di De Luca.

De Luca secondo me è un genio vero, perché ha una dialettica meravigliosa e si diverte a usarla. Io parlo di persone di cui non voglio fare il nome e cognome, cosa che non farò nella mia trasmissione. Persone di potere che fanno più gaffe di quelle che fa Crozza, perché la realtà supera sempre la finzione.

Oggi fare satira è più difficile?

Per dieci anni hanno usato il Cinghialone, Craxi, poi è stato Berlusconi. Era una comicità facile: c’era il nemico e c'era il giullare. Adesso è più difficile, perché devi entrare nel merito di una narrazione complessa.

Come stanno il centrodestra e il centrosinistra?

Il centrosinistra non c’è. Il centrodestra ha una grande leader, perché la Meloni è palesemente la più intelligente e la più comunicativa. Se potessi dare un consiglio a entrambi, e alla politica in generale: usare più competenza che militanza. Io mi faccio operare dal chirurgo migliore, non da quello di Colle Oppio o di via delle Botteghe Oscure. Forse rischia di fare un danno, ma nel calcolo delle probabilità meno di uno che prima si occupava di raccolta di funghi in Romania, però era militante.

Le piace l’espressione “campo largo”?

No, mi irrita. È come le convergenze parallele, come se fossimo tornati ai tempi di Forlani. Però lì almeno c’era un’idea intelligente, unire il PCI con la DC, c’era un progetto. Il campo largo mi sembra dire: “Siccome nessuno vuol giocare con noi, allarghiamo il campo, così anche quelli che non giocano per noi sono nel campo”. Sì, ma quelli stanno giocando a golf. Quello là sta andando a funghi, ma è nel campo anche lui. E poi c’è uno che non è italiano e passava per caso, ma mettiamo dentro anche lui. È un campo larghissimo. Io suggerirei di aprirlo ancora di più: dagli Urali al confine col Portogallo.

Vannacci dentro o Vannacci fuori?

Non ho capito a cosa serve che un generale eccellente, perché è stato un bravissimo generale, voglia occuparsi di politica. Chi glielo fa fare? La politica deve essere fatta da politici, che però non devono usare mai solo il populismo, degli shortcut, dei trucchettini.

Lei è più un individualista che un uomo di squadra?

Assolutamente. Io credo più nell’io che nel noi. Noi del Milan, voi dell’Inter… No, io sono Luca, con i miei problemi, in pieno libero arbitrio, con una coscienza che non ha nulla a che vedere con la conoscenza. La conoscenza è un sapere a volte da secchione. La coscienza viene dall’amigdala, da qualcosa di lontano.

Parliamo di Un’altra me: suo ultimo film da produttore.

Ci tengo tanto. È un piccolo capolavoro, fatto da Dora Albanese e Luca Brignone, che sono due geni. Andrebbe imposto nelle scuole. È la più bella fiaba, girata in un teatro, su come i social network sono fatti da criminali, criminali ed evasori fiscali, dico in generale, non faccio nomi e cognomi. Oltre a non pagare le tasse in Europa, hanno creato algoritmi, come spiega bene anche Aaron Sorkin nel suo ultimo film, per creare conflittualità. Il futuro non è la conflittualità, è la cooperazione. Ma siccome l’algoritmo funziona di più sulla competizione, stanno creando questo nel mondo. Questo film è una poesia, per tutte le famiglie che hanno figli col dito incollato su TikTok o Instagram, che scrollano all’infinito verso una gora del nulla, in cui imparano solo a pensare, come spiega Dante nell’Inferno, che se a me va male è colpa degli altri.

E Margot Sikabonyi è la protagonista.

È strepitosa, una beniamina del pubblico dai tempi di Nonno Libero, perché fa due personaggi che sembrano veramente due persone diverse. Io non so perché dobbiamo vedere dei film sull’infibulata comunista innamorata di un gay nano: se fai un film così, sei in concorso. Lo diceva già Umberto Eco nel Diario minimo. Soggetto tipico per Bellocchio: psicotico tenta il suicidio ingoiando delle pietre. Soggetto tipico per Visconti: contessa anseatica paralitica insegue operaio Fiat comunista. Il Diario minimo andrebbe inserito nei programmi scolastici.

Per chiudere, per stare sul tema del film: mi pare di capire che lei non ce l’ha un avatar perfetto. Lei è l’avatar di se stesso: il Barbareschi pubblico è anche quello vero?

Assolutamente.

In bocca al lupo per domenica.

Crepi. Non “viva il lupo”, come dicono oggi. Crepi il lupo. Sapete la fiaba? Se non cade la maschera – il lupo è una maschera – non escono lei e la nonna, che diventano finalmente meglio di prima. È una metafora che fa centro. E loro dicono "viva il lupo", non ci si crede.

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