Staffelli rompe il silenzio: “La fine di Striscia? Ha avuto ragione Pier Silvio. Dopo 30 anni di Tapiro non è un lutto”
Dopo quasi trent'anni da inviato simbolo del telegiornale satirico e 1.750 Tapiri d'oro consegnati, Valerio Staffelli rompe il silenzio a Fanpage, ospite di Telespettatroci, la serie di interviste ispirate al celebre e geniale lapsus di Luca Giurato. È stato il volto dell'incursione televisiva, la voce molesta ma garbata che ha inseguito potenti e truffatori e documentato le truffe ai danni dei cittadini. Oggi, per la prima volta dopo la chiusura di Striscia la Notizia, Staffelli si racconta in una lunga che ripercorre i momenti salienti della sua carriera. Cosa fa oggi, come ha vissuto la fine del programma, il primo colloquio con Antonio Ricci e la nascita del Tapiro, le situazioni più assurde come l'inseguimento della scorta di Romano Prodi, fino ai numerosi incontro con Berlusconi, le botte prese dai Sottotono, Sgarbi, Del Noce, le incomprensioni con Mike Bongiorno, fino agli aneddoti più incredibili vissuti sul campo.
L'arrivo della Ruota e la fine di Striscia
Si parte dal presente, con Staffelli che sta vivendo una nuova fase della sua vita professionale dopo la chiusura del programma di cui è stato un volto simbolo. L'ormai ex inviato di Striscia racconta che la percezione nel gruppo di lavoro non fosse quella di un programma in un tale stato di crisi: "Noi negli ultimi anni abbiamo fatto servizi da milioni di visualizzazioni sui social, quindi la nostra percezione non era quella di un programma in crisi e che andasse meno bene".
A dare una spallata è stata indubbiamente l'intuizione de La Ruota della Fortuna: "Ha avuto ragione Piersilvio Berlusconi, io credo che da proprietario di una televisione abbia il diritto di poter spendere i propri soldi come meglio crede e soprattutto, visto che è a capo di un'azienda importante a livello europeo di televisione soprattutto commerciale, debba fare i calcoli con quelli che sono gli ascolti". Lo fa considerando La Ruota della Fortuna una grande intuizione dell'azienda e specificando che "fino a quando farà questi numeri, Striscia non potrà tornare".
"La fine di Striscia? Non è un lutto"
Staffelli si sofferma inevitabilmente su ciò che fa e che farà una volta dismessi i panni del tapiroforo: "Il web è il presente e il futuro. Dopo 30 anni di Tapiro lavoro a raccontare le truffe sui social". E confessa: "Da bambino il mio sogno era quello di lavorare nelle forze dell'ordine, da un'altra angolazione è un desiderio avverato". Nessun dramma per un'esperienza che ha segnato un'epoca, ma la consapevolezza che ogni ciclo ha una sua naturale conclusione: "È arrivato questo momento e io non lo vivo come un evento luttuoso, perché ho imparato tanto da questo programma, ho dato tanto e ho avuto l'opportunità di fare cose che sognavo fin da bambino".
Il rapporto con Antonio Ricci: "Ci sentiamo spesso"
Dietro il successo di Striscia c'è sempre stata una figura chiave, un sodalizio artistico e umano con Antonio Ricci durato trent'anni che Staffelli ricorda con affetto e una punta di nostalgia romantica, ripensando soprattutto alle trasferte leggendarie: "Antonio è un autore eccezionale, con un'intelligenza e un'ironia senza precedenti. E io ho lavorato veramente in maniera straordinaria in quegli anni, che sono gli anni dei Sottotono, sono gli anni di tante consegne pazzesche a Sanremo. Sanremo era un momento nel quale Antonio usciva dagli uffici, veniva con noi nella città dei fiori… lavorare con lui era straordinario". E aggiunge: "Ci sentiamo spesso. Come ha preso la fine di Striscia? Bisogna chiederlo a lui".
La politica? No grazie: il mio posto è fuori dai palazzi
Tra le novità svelate nel corso dell'intervista c'è anche il retroscena di una recente offerta ricevuta subito dopo la fine del programma, a testimonianza di quanto la sua figura sia radicata nel tessuto sociale del Paese: "Tre giorni fa mi hanno proposto di candidarmi sindaco di un paese importante, di una città importante. A livello successivo sono arrivate… mi hanno proposto tante altre cose alle quali io ovviamente ho detto no, perché la politica, dopo averla fatta trent'anni fuori dai palazzi, avendo visto diversi colori che si sono susseguiti senza cambiare tante cose nel Paese, ho detto: ‘La politica non farà mai per me'. Quindi ho sempre pensato: faccio l'informatore, pubblico il lavoro, il mio lavoro è fuori dai palazzi, non dentro. Rifiutato"
Il retroscena: "Ecco perché non rilasciavo mai interviste"
Per trent'anni Staffelli è stato uno dei personaggi più visti d'Italia, ma tra i più restii a concedere interviste personali. La motivazione svelata a Telespettatroci non riguarda la riservatezza, ma una macchina organizzativa e produttiva a ritmi serrati: "La realtà è che noi, lavorando per un programma quotidiano che partiva dai primi di settembre e finiva a metà giugno, non avevamo tempo per poter fare interviste. Eravamo operativi h24, 7 giorni su 7. Se succedeva una cosa, il mio team era in macchina 20 minuti dopo, arrivavamo sul posto a cercare il premiato e riuscivamo a cavalcare l'onda prima di chiunque altro".
Dagli appostamenti alla "giustizia pop"
Nel corso degli anni '90 e 2000, Striscia ha spesso assunto nell'immaginario collettivo il ruolo di prima istanza di denuncia sociale, affiancandosi sul campo all'operato delle forze dell'ordine nei servizi su assenteismo e falsi medici: "C'era una differenza sostanziale tra l'operato delle forze dell'ordine e quello che faceva Striscia: Striscia insinuava il dubbio. Noi non eravamo un tribunale, non eravamo un giudice. Andavamo sul posto, raccoglievamo le prove e ci ponevamo con il dubbio, senza mai condannare. Questa era la forza di Striscia: intrattenere e informare".
I Tapiri storici: da Romano Prodi all'incubo dei Savoia
L'intervista ripercorre poi il valore simbolico assunto dal Tapiro d'oro nel tempo, diventato da "punizione" per una marachella a vero e proprio status symbol ricercato persino dai politici: "Consegnammo un Tapiro a Prodi a Bologna. Finita l'intervista, mi giro e il mio operatore mi fa: ‘Guarda che dietro di noi c'è la scorta'. Allora gli dico di togliere subito il nastro e nasconderlo in tasca, temendo che ce lo sequestrassero come era già successo in passato. Arriviamo alla macchina, mi avvicino alla scorta e uno di loro mi fa: ‘Dottore, il Presidente chiedeva se per cortesia poteva darcene un altro, perché questo lo terrebbe a Bologna ma ne vorrebbe uno anche per la casa di Roma!'. Lì ho capito che il Tapiro era diventato un simbolo".
Non sono mancati poi i momenti al limite del grottesco o della comicità involontaria, come la consegna ginevrina a Vittorio Emanuele di Savoia e alla consorte, affrontata mentre lottava con un attacco di colite acuta: "Riuscimmo a consegnare il Tapiro tra una ‘scarica' e l'altra. Vittorio Emanuele mi invita in casa e la moglie mi offre un bicchiere d'acqua fresca di Ginevra, con tutte le goccioline che scendevano… Io mi sentivo male al solo pensiero, ma feci il sorso. È stato come nei film: hai pochi secondi per fiondarti al bagno, salutare il re e la regina e scappare in macchina urlando ai miei operatori di portarmi al bagno più vicino!".
Le aggressioni sul campo: Sgarbi, Del Noce e il calcio nei testicoli a Sanremo
Far parte di Telespettatroci significa anche fare i conti con il lato oscuro della TV e con le reazioni violente di alcuni personaggi. Staffelli ricorda con lucidità gli episodi fisici più duri incassati in carriera: "Ho preso un pugno in bocca dalla scorta dell'allora ministro Burlando. Del Noce mi ha rotto il setto nasale con il suo microfono. Sgarbi mi ruppe il Tapiro in testa, pesava, e finii in ospedale con un trauma cranico". Ma l'episodio più brutto fu a Sanremo con i Sottotono: "Uno mi abbracciava e mi stringeva il collo dicendo "pace e amore", poi nell'ascensore il loro manager mi diede un calcio nei testicoli e mi sputarono. Allora, è televisione ed è ironia: se scherzi ci sta, ma la percossa fisica nei confronti di una persona con un pupazzo in mano no, fa male".
E sui tentativi (falliti) di liberarsi del premio: "Valeria Marini lasciò il Tapiro in albergo dopo 5 ore di attesa e lo ritrovammo buttato. Benigni lo gettò in un cassonetto e lo recuperò un netturbino. Ma il Tapiro non si buttava via: liberarsene portava una sfiga pazzesca!".