
La serata delle cover è l’emblema di Sanremo. Diciamocelo, dopo il debutto è un lento trascinarsi verso l’appuntamento dei duetti del giovedì sera. Dando uno sguardo alla platea è facile anche rendersi conto del perché: tutti i presenti non hanno mai smesso un attimo di cantare. E non è forse questo il senso di un festival dedicato alla musica?
Arrangiamenti, performance canore e non solo, danno l’idea di quello che dovrebbe essere uno show televisivo dedicato a valorizzare i talenti della musica italiana, anche se stanchi, forse anche esausti per il protrarsi della trasmissione, riascoltare quelle canzoni che hanno fatto la nostra storia, ci fa ricordare “chi eravamo e che potremmo ritornare” per dirla alla Tiziano Ferro. Perché siamo nostalgici, romantici, sentimentali e ci permettiamo di esserlo un venerdì sera di febbraio cantando, davanti alla televisione, senza preoccuparsi di quello che c’è fuori.
Il Sanremo di Carlo Conti è il Sanremo delle medietà, niente eccessi, qualche gaffe di tanto in tanto, ma nulla di clamoroso. È il Sanremo dei tempi ristretti, della comicità non troppo spinta, quella della zona di comfort che ti fa sorridere più che ridere, è il Sanremo dove i monologhi non ci sono, la politica si tiene alla larga e i messaggi lanciati da quel palco appaiono più retorici che sentiti, forse per la mancanza dello spazio giusto da dedicargli. Per l’ultimo Festival di Conti, almeno da conduttore e direttore artistico, ci si sarebbe aspettati qualche “pazzia”, contenuta magari, ma che desse l’impressione di aver cambiato un po’ quelle regole ferree imposte dalla tv, che se fossero state un po’ riviste, magari, avrebbero dato quel po’ di brio che è mancato.

Sebbene il professor Vincenzo Schettini nella sua apparizione all’Ariston abbia detto che da “76 anni Sanremo è un grande esperimento”, il direttore artistico è rimasto fedele a se stesso, non si è dato la possibilità di sperimentarsi, di capire se qualche combinazione diversa dal solito avrebbe potuto dare un esito inaspettato, meno statico e prevedibile. In questo Festival quiescente, quindi, l’elemento che davvero ravviva la kermesse -ed è un grande paradosso- è il potersi abbandonare alla nostalgia delle canzoni che ci sono piaciute, che abbiamo cantato a perdifiato, che abbiamo ascoltato a ripetizione ancor prima che esistesse Spotify. La serata cover è la spensieratezza all’interno di un Festival che pur dando spazio alla musica, forse, non la celebra come dovrebbe perché finisce per essere una sequela di canzoni che non abbiamo il tempo di ascoltare davvero e probabilmente, sarà proprio per questo, che ci piace così tanto poter fare un tuffo nel passato, dove sappiamo che nessuno ci correrà dietro per farci sentire una nuova canzone che, nella peggiore delle ipotesi, tra qualche settimana potremmo aver già dimenticato.