La storia di Lam Magok, sopravvissuto alle torture nei lager libici controllati da Almasri

Abbiamo raccolto la testimonianza di Lam Magok nel documentario Respinti di Valerio Nicolosi. Le sue parole racchiudono la storia delle persone sopravvissute al sistema di detenzione libico.
A cura di Giulia Renda
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Lam Magok ha 37 anni, è originario del Sud Sudan. Ha provato ad attraversare il mare sei volte. Sei volte è stato respinto in Libia. “La Libia è un Paese dove migranti e rifugiati non sono rispettati, non esiste sicurezza”, ha raccontato a Valerio Nicolosi, che con Fanpage.it ha pubblicato il documentario Respinti, un racconto sul Mediterraneo centrale, di come questo mare sia un palcoscenico per i respingimenti.

Per Lam ogni intercettazione nel Mediterraneo significava tornare nello stesso inferno. Ogni respingimento riportava, lui e centinaia di altre persone, dentro un sistema di detenzione arbitraria fatto di prigionia, torture e violenze di tutti i tipi. Tra i luoghi che racconta di aver attraversato Lam, c'è il carcere di Mitiga, il principale centro di detenzione di Tripoli. “Eravamo ottanta persone in una stanza, sessanta in un'altra. Dormire era quasi impossibile, ci alternavamo per riuscire a riposare un paio d'ore”. Anche andare in bagno non era più un'azione naturale, ma regolata da una lista che decideva chi poteva entrare e quando. “Non puoi semplicemente alzarti e andare, qualcuno decide quando tocca a te”.

Lam racconta di avere incontrato Osama Almasri prima nel centro di Al Jadida e poi a Mitiga. Lo descrive come “una persona aggressiva e cattiva”. Dopo un tentativo di fuga fallito, lui e altri cinque migranti furono rinchiusi in isolamento e torturati. “Ci hanno chiuso in una piccola stanza e ci hanno torturato. Mitiga è terribile. Lì le persone muoiono”.

La storia di Lam Magok rende visibile ciò che spesso rimane fuori dalle carte processuali, le conseguenze umane delle scelte politiche. Negli ultimi anni il Mediterraneo centrale è diventato il laboratorio dell'esternalizzazione delle frontiere europee, il controllo dei flussi migratori viene sempre di più delegato a Paesi terzi, in particolare alla Libia, dove migliaia di persone intercettate in mare vengono riportate in centri di detenzione denunciati da anni per torture, violenze e trattamenti inumani.

Il confine europeo non coincide più con le coste dell'Unione, ma si sposta sempre più a sud, trasformando il Mediterraneo in uno spazio di selezione e contenimento. Questo produce anche un altro effetto meno visibile, quello della disumanizzazione. I migranti smettono di essere considerati esseri umani con dei diritti ma diventano corpi da trattenere, intercettare e respingere. La violenza quindi non scompare, viene spostata oltre il confine europeo, lontano dallo sguardo dell'opinione pubblica.

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