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Il governo italiano per l'ennesima volta ha scelto la parte sbagliata della storia: ieri infatti ha prorogato per altri 15 giorni il blocco dell'area Schengen nei confronti della Spagna. Una misura presa a seguito dell'emergenza umanitaria e politica che si è creata sul confine tra l'exclave spagnola Ceuta, in territorio marocchino, e il Regno del Marocco.
La crisi umanitaria di Ceuta
In poche ore, ricorderete, decine di migliaia di persone migranti sono arrivate a Ceuta, ma nessuna di queste ha mai toccato il continente europeo: la grandissima parte di loro infatti è stata immediatamente respinta verso il Marocco, mentre una parte meno consistente, soprattutto i minori, è rimasta a Ceuta in una sorta di limbo.
Appena una settimana fa il presidente dell'exclave di Ceuta chiedeva aiuto perché la situazione era insostenibile: serviva un sostegno politico e umanitario.
Il ruolo dell'Unione Europea
Ieri il dibattito è arrivato fino alla plenaria del Parlamento Europeo, dove il commissario Brunner, che ha la delega alla migrazione, ha detto che gli sforzi per fermare le migrazioni devono essere raddoppiati. Di fatto ha detto no alla richiesta dello stato di emergenza da parte spagnola per questa crisi. I parlamentari spagnoli hanno attaccato la Commissione Europea dicendo che "la solidarietà europea non può dipendere da chi governa o da quale Paese è coinvolto", alludendo al sostegno dato da Bruxelles all'Italia, alla Polonia e alla Lituania in altri momenti di crisi.
La maggioranza che sostiene Von der Leyen si è spaccata e i liberali di Renew hanno attaccato apertamente l'Italia e Meloni per aver voltato le spalle alla Spagna e per aver dato la responsabilità della crisi a Sanchez.
La mossa di Meloni per la sua campagna elettorale
L'Italia invece ha scelto tutt'altra strada fin da subito, e lo ha fatto per mera volontà politica del governo in chiave anti-Sánchez, ovvero l'odiato premier di sinistra che ha regolarizzato mezzo milione di migranti, che ha un'economica migliore della nostra, uno dei pochi premier qui che ha provato a differenziarsi sulle politiche migratorie in Europa e soprattutto sul riarmo chiesto da Trump ai paesi europei membri della NATO.
Meloni invece si è accodata a Trump sul riarmo in nome dei quelli che furono i buoni rapporti, ma soprattutto sul Patto sulla migrazione europeo entrato in vigore lo scorso 13 giugno, Meloni è tornata in patria cantando vittoria. Ha definito questo patto un risultato politico importantissimo per il nostro Paese, omettendo però che lo stesso strumento oggi viene utilizzato dai paesi del Nord e Centro Europa per rimandare indietro i cosiddetti migranti dublinanti: coloro che sono arrivati in Italia come primo paese d'approdo, che si sono spostati in altri Paesi con i cosiddetti movimenti secondari, e proprio in virtù di quel patto devono tornare in Italia in attesa della risposta sulla richiesta di asilo.
Un carico politico e umanitario che ricade interamente del Sud Europa. Gli stessi che dovrebbero fare fronte comune contro questo patto e che invece, di fatto, si stanno dichiarando una guerra diplomatica.
La reazione della Spagna infatti è stata molto dura: affermano che Meloni non sia all'altezza della situazione. Ma quello che è chiaro è che per Meloni si tratta di una mossa politica in vista della lunga campagna elettorale che ci aspetta.
Chiudere le frontiere con la Spagna, dove per oltre un mese e mezzo sono transitate decine di migliaia di persone e appena tre sono state rimandate indietro, non provenienti da Ceuta ma semplicemente perché senza documenti in regola, è un atto puramente ideologico.
Insomma, potevamo scegliere la solidarietà europea, potevamo scegliere di mettere un tassello nella costruzione di un'Europa politica e non di un'Europa militare. Oggi questa mossa non solo è pericolosa per il futuro dell'Unione tutta, ma è pericolosa anche per l'Italia: se domani dovessero arrivare alcune decine di migliaia di persone sulle nostre coste, a quel punto tutti gli altri paesi chiuderebbero i confini con il nostro paese.