Stop del Tar a Rocca sulla sanità: illegittimo imporre ai medici di base di convalidare le ricette dei privati

La delibera del 30 dicembre 2025 con cui il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, contava di risolvere il problema delle liste d'attesa perde un pezzo. Con una sentenza del 1° luglio, il Tar del Lazio ha annullato il provvedimento che imponeva a medici e pediatri di base a concedere e validare la ‘prescrizione suggerita' rilasciata da un medico di una struttura privata accreditata. Una vittoria per i cinque Ordini dei medici provinciali, che avevano presentato ricorso, e anche per le opposizioni: "Per tre anni Francesco Rocca ha costruito gran parte della propria propaganda sulla promessa di abbattere le liste d’attesa, attribuendo ogni responsabilità alle amministrazioni precedenti. Oggi, però, è la realtà a presentargli il conto", hanno dichiarato i capigruppo Marietta Tidei (Italia Viva), Mario Ciarla (Partito Democratico), Adriano Zuccalà (Movimento Cinque Stelle), Claudio Marotta (Sinistra Civica Ecologista), Alessio D’Amato (Azione) e Alessandra Zeppieri (Polo Progressista).
Annullato l'obbligo di firmare le "prescrizioni suggerite"
La delibera 1344/2025 della Regione Lazio introduce nuove regole per cercare di ridurre le liste d'attesa. Fra queste ce n'era anche una che cambiava le modalità per ottenere una visita o esame prescritti da un medico di una struttura privata accreditata. Il medico specialista, infatti, non può emettere una ricetta elettronica, ma può compilare una "ricetta bianca" con il Codice Unico Regionale (CUR), il quesito diagnostico e i tempi entro cui eseguire la prestazione. Il paziente può poi portare questo documento al proprio medico di famiglia o al pediatra, che può quindi inserirla nel sistema del servizio sanitario regionale DEMA. Con il provvedimento ora annullato, i dottori di base avrebbero avuto l'obbligo di trasformare questa "ricetta bianca" in una ufficiale ricetta dematerializzata, indicandola come "prescrizione suggerita".
L'Ordine dei Medici: "Lesa l'autonomia dei medici di base"
Gli Ordini dei Medici e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) hanno contestato la misura sotto gli aspetti costituzionali, civili e deontologici. Avrebbe, infatti, leso l'autonomia diagnostica di medici di medicina generale e pediatri, ridotti a meri trascrittori di decisioni cliniche altrui, introducendo un automatismo contrario all'essenza stessa della professione medica. Inoltre, si sarebbe andati in contrasto con l'articolo 13 del Codice di Deontologia Medica, per cui la prescrizione è una "diretta, specifica, esclusiva e non delegabile competenza del medico, impegna la sua autonomia e responsabilità e deve necessariamente fare seguito a una diagnosi circostanziata o a un fondato sospetto diagnostico". La violazione delle norme deontologiche non comporta solo responsabilità disciplinare ma è rilevante anche ai fini di quelle civile e penale.
La difesa della Regione: "Solo finalità organizzative"
La difesa della Regione si è basata sul fatto che la misura avesse solo finalità organizzative. Secondo l'istituzione, senza la ricetta dematerializzata compilata dal medico di famiglia, le visite di controllo effettuate nelle strutture private accreditate non verrebbero registrate correttamente nei sistemi informatici regionali. Di conseguenza, finirebbero per essere conteggiate come nuove visite, facendo apparire le liste d'attesa più lunghe di quanto siano realmente. Inoltre, la Regione ha precisato che il medico di famiglia non era tenuto a recepire automaticamente le indicazioni dello specialista: prima di emettere la ricetta avrebbe comunque dovuto valutare il caso clinico e assegnare la classe di priorità ritenuta più appropriata.
La sentenza del Tar annulla il provvedimento
Il Tar del Lazio ha respinto una prima contestazione, riconoscendo che l'obiettivo della Regione di ridurre le liste d'attesa fosse legittimo e adeguatamente motivato. Ha però accolto il ricorso sul punto principale, giudicando illegittimo il meccanismo scelto per raggiungere questo risultato. Secondo i giudici, infatti, la delibera violava l'autonomia professionale dei medici di famiglia, che devono essere liberi di decidere se prescrivere o meno una visita o un esame in base alla valutazione del singolo paziente. Per il tribunale, inoltre, la delibera creava una situazione contraddittoria: da una parte era lo specialista della struttura privata a decidere il percorso diagnostico del paziente, dall'altra la responsabilità legale della prescrizione restava comunque al medico di famiglia, che avrebbe dovuto firmare la ricetta senza aver preso quella decisione.
Le opposizioni: "La propaganda di Rocca si scontra con la realtà"
"È una sentenza molto pesante", aggiungono i capigruppo d'opposizione in Consiglio regionale. "Ancora una volta la propaganda si scontra con la realtà. Le liste d’attesa non si riducono scaricando nuovi adempimenti burocratici sui medici o comprimendone l’autonomia professionale. Si riducono investendo sul personale, rafforzando i servizi territoriali, aumentando l’offerta sanitaria e programmando seriamente il sistema. Francesco Rocca (che in Giunta tiene anche la delega alla sanità, ndr) dovrebbe prendere atto che governare è molto più difficile che promettere. Dopo aver passato anni a puntare il dito contro chi c’era prima, oggi è la sua stessa azione amministrativa a essere smentita dai giudici. Questa sentenza rappresenta una bocciatura politica prima ancora che giuridica – concludono i rappresentanti dell'opposizione -: dimostra che la Giunta ha scelto scorciatoie amministrative invece di affrontare alla radice il problema delle liste d’attesa. I cittadini del Lazio meritano meno propaganda e molte più soluzioni".