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Sequestrata in un casolare a Monte Compatri per un debito di droga, picchiata e costretta a spacciare: tre arresti

Una 30enne è stata sequestrata in alcune abitazioni tra Palestrina e Finocchio, minacciata con una pistola e picchiata per costringerla a spacciare come risarcimento per un debito di droga. In tre sono stati arrestati.
Foto di repertorio
Foto di repertorio

Il rapimento, le minacce con una pistola e le botte per costringerla a spacciare. Poi, finalmente, la fuga. È quanto vissuto a luglio 2025 da una 30enne residente a Monte Compatri, vittima di un giro di droga con a capo una donna di dieci anni più grande. La ragazza, con problemi di tossicodipendenza da crack, aveva accumulato un debito nei confronti della sua presunta aguzzina e dei suoi complici. In tre sono stati arrestati oggi, venerdì 5 giugno, dai carabinieri di Frascati, con l'accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione.

I militari hanno dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma. Per quel debito la ragazza sarebbe stata segregata e obbligata con la forza a vendere stupefacenti in diversi appartamenti, di cui uno a Palestrina, nella zona a sud-est della Città Metropolitana e un altro a Borgata Finocchio, quartiere periferico della Capitale, situato lungo la Casilina.

La dipendenza, il sequestro per il debito e la fuga

Come denunciato dalla 30enne, non sarebbe stata prigioniera solo della sua tossicodipendenza, ma anche dei suoi creditori. Almeno finché, il 26 luglio dello scorso anno, non sarebbe riuscita a scappare e a rivolgersi ai militari del Nucleo operativo della compagnia di Frascati. Così i carabinieri hanno ricostruito i dettagli della vicenda e già tre giorni dopo la denuncia, il 29 luglio 2025, hanno fermato la 40enne fornitrice di crack mentre cercava di lasciare l'area di Monte Porzio Catone, dove era domiciliata. In quell'occasione è stata sequestrata anche la pistola che sarebbe stata utilizzata per le minacce, un revolver calibro 38.

Le case-prigione messe a disposizione dai complici della capobanda

Ad essere fermati sono stati anche i complici della capobanda. I due, titolari degli immobili dove la vittima sarebbe stata rinchiusa, picchiata e sfruttata, si trovavano già ai domiciliari per altri reati quando avrebbero commesso il fatto. Fondamentali per l'identificazione dell'intera banda sono state le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza nei pressi delle abitazioni. Altri accertamenti tecnici che hanno consentito alle forze dell'ordine di ricostruire il quadro indiziario nel dettaglio sono state le analisi dei tabulati telefonici.

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