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Maxi blitz antimafia contro un clan della droga a Cassino: 20 arresti e sequestrati beni per oltre 5 milioni

Operazione dei carabinieri coordinata dall’Antimafia di Roma: sgominato un gruppo attivo a Cassino da oltre dieci anni. Contestato anche il metodo mafioso.
I carabinieri in azione questa mattina a Cassino
I carabinieri in azione questa mattina a Cassino

Una maxioperazione dei carabinieri nella mattinata di mercoledì 15 luglio ha permesso di smantellare un clan dedito al narcotraffico con base a Cassino, in provincia di Frosinone, ma con ramificazioni anche a Roma, in Campania e in Umbria. Su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma dopo richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della procura capitolina, sono state arrestate venti persone: per 17 di loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per tre gli arresti domiciliari. Nel blitz ad alto impatto, che ha coinvolto anche gli elicotteri del Nucleo Roma Urbe e i reparti speciali dell'Arma, sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro. Il gruppo avrebbe avuto a disposizione un arsenale con anche varie armi automatiche e usava minori e persone con gravi fragilità come spacciatori.

Le operazioni anche in provincia di Napoli, Caserta e Perugia

Sono entrati in azione alle prime luci dell'alba un totale di 120 militari, intervenuti simultaneamente in diversi comuni delle province di Frosinone, Napoli, Caserta, Perugia e nella Capitale. L'indagine, però, è stata avviata nel 2019 dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile dei carabinieri di Cassino sotto il coordinamento dell'antimafia romana. Nel corso dell'inchiesta è stato individuato un "sodalizio a forte connotazione familiare", un clan, attivo in maniera continuativa da oltre dieci anni: a rivendicarlo, in conversazioni intercettate, erano gli stessi indagati, che si vantavano dell'esperienza acquisita nel commercio di stupefacenti e dell'assenza di alcun arresto nel corso degli anni. Secondo quanto raccolto dagli inquirenti, inoltre, il gruppo aveva in progetto di espandersi verso altre zone della città dell'Abbazia, "colonizzando" anche attraverso l'occupazione di abitazioni.

Il flusso di droga da Torre Annunziata al Frusinate

Così il clan avrebbe provato a espandere i propri affari e conquistare nuove piazze di spaccio. In quelle già sotto il proprio controllo, il lavoro sarebbe stato diviso in maniera metodica fra chi si occupava dell'approvvigionamento, chi del trasporto, chi del confezionamento, chi della vendita e chi di riscuotere i crediti e tenere la cassa comune. Le indagini di pubblici ministeri e carabinieri hanno permesso di ricostruire il flusso di cocaina che partiva principalmente dalla zona di Torre Annunziata, in Campania, per arrivare a rifornire i mercati degli stupefacenti non solo di Cassino ma anche di comuni vicini come Piedimonte San Germano, Aquino e Roccasecca. Il flusso aveva un proprio snodo logistico centrale nella località di Volla, nel comune di Piedimonte San Germano. Qui il clan aveva messo in piedi un punto di cessione aperto 24 ore al giorno e gestito prevalentemente dalle donne della famiglia, come ricostruito attraverso i filmati delle videocamere di sorveglianza circostanti e l'azione sul campo. Il deposito per lo stoccaggio della droga e dei proventi era, invece, nelle campagne di Aquino.

Uno degli aspetti più subdoli fra quelli attribuiti al gruppo è l'aggravante, riconosciuta dal gip, dell'impiego di minori e di persone con gravi fragilità per la vendita al dettaglio. Inoltre, acquirenti tossicodipendenti e indebitati con il clan venivano assoggettati e costretti, dietro la minaccia di ritorsioni, a intestarsi autovetture, a commettere furti sul posto di lavoro o a pagare rate di acquisti effettuati dagli indagati.

Oltre il narcotraffico, l'estorsione e l'usura

Nel corso delle indagini, gli inquirenti si sono avvalsi anche di intercettazioni ambientali grazie a cui è stato documentato che gli associati avevano e a volte mettevano in vendita armi da sparo, tra cui un revolver, una pistola semiautomatica, un mitra e un fucile d'assalto. Una di queste armi è stata trovata nel corso della perquisizione a carico di uno degli indagati erano stati rinvenuti, sepolta sotto terra insieme a circa un chilogrammo di cocaina, alla contabilità dell'attività usuraria e a una grossa somma di denaro in contanti.

Quelle stesse armi sarebbero state utilizzate anche per minacciare acquirenti e debitori. Una dei campi privilegiati dagli arrestati era proprio quello dell'usura e dell'estorsione, collegate in parte al recupero di crediti derivanti dal commercio di droga e in parte dai prestiti a tassi enormi con cui venivano sfruttate persone in difficoltà economica. Per costringere a pagare, gli indagati avrebbero fatto ricorso a numerosi metodi violenti, come aggressioni fisiche, minacce a mano armata, attacchi contro attività commerciali e veicoli e altro. Nella quasi totalità dei casi, le vittime, o per timore per la propria vita o per paura, non ha mai sporto denuncia, ma in altri sono state le madri e gli altri familiari a rivolgersi ai carabinieri. L'omertà riscontrata, originata dal terrore per la reputazione criminale e il radicamento nel territorio, ha portato gli inquirenti a contestare l'aggravante del metodo mafioso.

Sequestrati beni per 5,3 milioni di euro

Attraverso il narcotraffico, il clan avrebbe messo in piedi un patrimonio. di oltre 5,2 milioni di euro a cui se ne aggiungono 238mila dall'estorsione e dall'usura. Da qui il sequestro preventivo disposto dal gip di denaro, beni mobili, immobili e varie disponibilità finanziarie per oltre 5,3 milioni. Altri dettagli su quanto gli indagati avrebbero effettivamente a disposizione potrebbero arrivare da nuovi accertamenti, per cui nel corso dell'operazione di oggi sono stati sequestrati anche documenti bancari, titoli ed elementi vari utili in questo senso.

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