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Nuovo blitz contro il clan della droga della Magliana, altri 7 arresti: la cocaina testata al ristorante

Si allarga l’inchiesta sul gruppo di narcotrafficanti tra Magliana e Trullo a Roma. Eseguite sette nuove misure cautelari tra carcere e domiciliari e nuovi dettagli sulle modalità del clan.
I carabinieri in azione durante l’esecuzione delle misure cautelari
I carabinieri in azione durante l’esecuzione delle misure cautelari

A distanza di meno di un mese dall'operazione del 29 maggio scorso, sale il numero degli arresti dei carabinieri contro l'organizzazione di narcotrafficanti che operava fra i quartieri della Magliana e del Trullo a Roma. Nelle prime ore della mattina di mercoledì 24 giugno, i carabinieri hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare, emesse dal giudice per le indagini preliminari su richiesta del dipartimento antimafia della procura, nei confronti di altrettante persone gravemente indiziate, a vario titolo, dei reati di traffico illecito di sostanze stupefacenti, spaccio e detenzione illegale di armi.

Nuovi arresti fra i narcotrafficanti della Magliana

Il provvedimento nasce dopo che gli interrogatori preventivi sugli arrestati del 29 maggio hanno dato nuovi elementi d'indagine ai militari del nucleo investigativo. Gli inquirenti hanno potuto, così, allargare l'inchiesta contro il gruppo capeggiato da Roberto Caputo e Sergio Gioacchini, e che aveva frequenti contatti con cartelli sudamericani per l'importazione di droga, ma anche con cosche albanesi del Nord Italia e calabresi della ‘Ndrangheta.

Sono tre gli indiziati per cui si sono aperte le porte del carcere. Per altri tre sono stati disposti gli arresti domiciliari e per un ultima persona l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Dalle nuove indagini, sono emersi anche altri dettagli sulle modalità con cui l'organizzazione strutturava i propri affari. Spesso gli affiliati si sarebbero incontrati in noti locali pubblici fra cui un ristorante nella zona di Portuense. Qui organizzavano veri e propri summit dove, fra clienti e camerieri, ricevevano corrieri, pianificavano le consegne e testavano la qualità della cocaina prima di acquistarla.

Il ruolo delle donne del clan e i timori per l'odore dell'hashish "mousse"

Dalle prove raccolte dagli inquirenti verrebbe fuori anche il ruolo di alcune donne interne al clan. Mogli, fidanzate e familiari degli indagati sarebbero state incaricate, per non destare sospetti, di trasportare zaini carichi di cocaina nel centro della città. Alcune avrebbero avuto accesso alla gestione della contabilità occulta, custodendo i contanti in casa. Oltre a questo erano spesso usate come tramite per le comunicazioni con i vertici già detenuti.

Succedeva anche che gli indagati si sfogavano con loro per alcuni colpi andati male. Come nel caso di un indagato che, dopo aver visto in diretta l'arresto del proprio fornitore, è riuscito a darsi alla fuga, ma le microspie posizionate nella sua auto l'hanno registrato mentre, in lacrime, si lamentava della "batosta" con la moglie. In quell'occasione l'organizzazione aveva perso un carico di cocaina del valore di 50mila euro.

Oltre alla cocaina, il gruppo muoveva anche altre sostanze con alto grado di purezza. Fra queste anche una pregiata variante di hashish che veniva chiamata "mousse". Una varietà il cui fortissimo e pungente odore aveva più volte scatenato il panico tra i trafficanti, impauriti dal fatto che le esalazioni, ben percepibili negli androni e negli ascensori dei palazzi anche dopo lo scarico della merce, potessero allertare i vicini o le pattuglie di passaggio.

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