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La banda del Trullo come un’azienda: riunioni online, contabilità su Excel, bonus e pestaggi per chi sbaglia

Un sistema “aziendale” dello spaccio: droga a debito, contabilità su Excel, chat criptate e punizioni violente. Così operava la rete del Trullo guidata da “Il Matto”.
A cura di Francesco Esposito
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Un'organizzazione criminale che trattava il narcotraffico e lo spaccio con meticolosità aziendale, usando un organigramma rigido, tecnologia e un sistema di bonus e malus per imporsi sulle piazze di spaccio del Trullo (base principale del gruppo), del Corviale, di Donna Olimpia e di Monte Cucco. Così si è presentata agli inquirenti la rete per cui sono scattati 13 arresti all'alba di mercoledì 15 aprile e in cui a tirare le fila ci sarebbe stato Manuel Severa, detto ‘Il Matto', una sorta di Ceo che gestiva e organizzava il lavoro dei singoli, e in cui gli altri indagati svolgevano ruoli di responsabilità ben definiti. Un capo scrupoloso che aveva disposto un codice disciplinare e, per chi sgarrava, multe, minacce e pestaggi violenti.

Il ruolo di Pernasetti, ex Banda della Magliana

Severa sarebbe stato al vertice di una piramide aziendale in cui, appena sotto, avrebbero operato i suoi più fidati collaboratori. Un ruolo importante ma laterale lo svolgeva, secondo quanto ricostruito dalla procura, anche Raffaele Pernasetti: soprannominato ‘Palletta' ed ex Banda della Magliana, sarebbe stato il ‘broker' di fiducia dell'associazione. Un "intermediario per la compravendita di sostanze stupefacenti" di cui veniva sfruttata la "vasta rete di conoscenza di soggetti operanti nel settore del narcotraffico", come scritto dalla giudice per le indagini preliminari Emanuela Attura nell'ordinanza di custodia cautelare. Una figura chiave ma esterna alla gestione quotidiana.

A sinistra Pernasetti, a destra un’immagine del blitz di mercoledì 15 aprile.
A sinistra Pernasetti, a destra un’immagine del blitz di mercoledì 15 aprile.

Il grossista, il venditore e la contabile della banda del Trullo

Fra gli interni più importanti, invece, ci sarebbe stato Claudio Di Lodovico, con il ruolo di organizzatore della vendita ma anche responsabile dell'approvvigionamento della droga. Sotto di lui una schiera di "partecipi", il cui lavoro era eseguire i suoi ordini quando c'era da recuperare o smerciare un carico. Se Di Lodovico si occupava dell'ingrosso, il commercio "al dettaglio" sarebbe stato affidato a Simone Di Matteo, detto ‘Pio Pio', il cui compito era organizzare il lavoro dei pusher: dalla consegna della merce a dove venderla, fino alla raccolta dei proventi. All'occorrenza, però, non si sarebbe tirato indietro dallo sporcarsi le mani con pestaggi e intimidazioni.

A tenere traccia di questo traffico continuo e far sì che i bilanci quadrassero, ci sarebbe stata Daria Di Silvestro. Chiamata all'interno dell'associazione anche ‘Bailmain' o ‘Gucci', Di Silvestro abita di fronte a Severa e sarebbe stata la contabile, con il compito di gestire la cassa comune dell'organizzazione registrando entrate e uscite. Considerata altamente affidabile, operava spesso in contatto con Di Lodovico, con vari loro incontri documentati dagli investigatori.

Chat di gruppo e riunioni virtuali per coordinare le vendite

Sotto questa triade di stretti collaboratori di Severa, operavano i partecipi. Bardeglinu, Casamatta, De Angelis, Marinucci, Postumi, Piacenti, Peccia, Di Marzio, Di Cinto sono alcuni degli indagati che, secondo quanto ricostruito dai pm, avrebbero avuto un ruolo attivo nel rifornimento e nella gestione delle varie piazze di spaccio dove era attiva l'associazione. Ognuno con un ruolo preciso e un proprio referente, come in una piramide aziendale.

A balzare agli occhi degli investigatori è stato anche l'utilizzo della tecnologia da parte dell'organizzazione del Matto, Manuel Severa. Molti dei pusher, quelli "interni", erano riuniti in un gruppo sull'app di messaggistica Signal, criptata e più sicura rispetto ad altre, e segnati in una tabella Excel su cui Daria Di Silvestro avrebbe tenuto sottomano i bilanci di ognuno controllando chi vendeva di più e chi meno. Insieme a loro operavano anche spacciatori "esterni", meno coinvolti nelle dinamiche dell'organizzazioni ma a cui toccava una quota fissa di roba da vendere.

La droga consegnata "a debito" e il codice di comportamento

Il centro dell'organizzazione, però, non andava mai in perdita. Questo perché la droga era consegnata ‘a debito' ai vari spacciatori. Come raccontato da un collaboratore di giustizia interno all'associazione, "i quantitativi settimanali erano fissi nel senso che dovevano acquistare comunque quella quantità anche se gliene avanzava dalla settimana precedente e dovevano comunque pagarla", anche se non riuscivano a venderla. In questo modo Severa scaricava sui venditori il "rischio d'impresa", che entro dieci giorni dalla consegnano dovevano pagare per la sostanza ricevuta. "Il prezzo era piuttosto alto, fino a 48 euro al grammo – spiega ancora un collaboratore -. Quello che ricavavano dalla vendita rimaneva ai pusher ma spesso non riuscivano a rientrare nella spesa, soprattutto nell’ultimo periodo".

Per chi lavorava sotto gli standard, c'erano multe da cento a cinquecento euro. Nei malus non incorreva solo chi vendeva poco, ma anche chi violava il codice disciplinare: acquistare solo da lui, rispondere prontamente sul gruppo Signal, cambiare tutti i  mesi il telefono cellulare a loro spese. Una sanzione toccava anche a chi non partecipava alle riunioni virtuali in cui venivano illustrati e commentati i dati sulle vendite dell'ultimo periodo. Ma come succede in tante aziende nel mondo, c'erano anche bonus per chi si comportava bene e portava risultati. "A volte i pusher venivano compensati con i premi, dovuti per le maggiori vendite o semplicemente per la loro maggiore partecipazione al sistema", spiega agli inquirenti un collaboratore.

Minacce, pestaggi e gambizzazioni per tenere in riga gli spacciatori

A muovere gli spacciatori, però, era anche la paura. I pusher si indebitavano per pagare Severa, o in altri casi sotterravano la droga per far sembrare di aver venduto tutta la loro quota. In alcuni casi sarebbe stato direttamente il Matto a minacciare di morte "chiunque provasse ad alzare la testa", come racconta un collaboratore, in altri avrebbe mandato "il Casamatta ed il Di Matteo a picchiare chi sbaglia". Un lavoro per cui i due affiliati prendevano dai mille ai milleduecento euro a settimana, arrivando a spendersi anche per gambizzazioni.

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