La morte dell'ultras Fabrizio Piscitelli a Roma

Il kalashnikov puntato a Capriotti, gli insulti a Senese: perché è stato ucciso Fabrizio ‘Diabolik’ Piscitelli

Immagine
Secondo la Dda, dietro l’omicidio di Fabrizio Piscitelli il 7 agosto 2019 sarebbero confluiti più interessi criminali: debiti di droga, scontri nel narcotraffico e la rottura con il clan Senese.

Quando Fabrizio Piscitelli si è seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti dal lato di via Lemonia, nel tardo pomeriggio del 7 agosto 2019, era convinto di dover incontrare una persona che conosceva da anni e con la quale, da mesi, aveva un conto aperto. Non sapeva che quell’appuntamento era una trappola. Un uomo gli si è avvicinato alle spalle, travestito da runner, e gli ha sparato un solo colpo alla nuca. A orchestrare l'esecuzione, secondo le ricostruzioni della Direzione Distrettuale Antimafia della procura di Roma, sarebbero stati tre personaggi di spicco del narcotraffico romano: i boss Leandro Bennato e Giuseppe Molisso e il broker della cocaina Alessandro Capriotti. Con il benestare, imprescindibile, dell'uomo che negli anni si è riuscito a imporre su una città che, si è sempre detto, "non vuole capi": Michele Senese, detto "O' Pazzo". Tutti uomini con cui Piscitelli, negli anni in cui si era elevato dal ruolo di capo degli Irriducibili – gruppo ultras della Lazio – a quello di punto di riferimento del commercio di droga, aveva collaborato, si era incontrato, aveva spartito affari. Questi legami, mano a mano che Diabolik saliva la scala che porta ai vertici della criminalità, si sarebbero incrinati: più volte avrebbe minacciato e intimidito Capriotti anche a colpi di kalashnikov, mentre a Senese, dopo essere cresciuto sotto la sua protezione, avrebbe smesso di riconoscere la quota che il capo clan si aspettava. Così, davanti a quella panchina, due interessi diversi si sono incontrati.

Le due ‘sole' del Fornaro

L’origine del contrasto con Capriotti risale al 2016, quando il broker e Maurizio Pierucci, detto ‘il Tunisino', avrebbero acquistato 14 chili di cocaina, per un valore di 420mila euro, da un gruppo albanese riconducibile a Eneo Carka, soprannominato ‘Lolli'. La droga non sarebbe stata pagata e, al suo posto, Capriotti e Pierucci avrebbero provato a restituire una partita di qualità scadente, ma i fornitori si sono accorti dello scambio.

A questo punto sarebbe intervenuto, in un tentativo di mediazione, Raffaele Purpo, capo ultras dei Fedayn romanisti, detto ‘er Mafia' e amico di lunga data di Piscitelli, morto nel 2021. L'accordo a cui si era arrivati prevedeva che Capriotti e Pierucci versassero 100mila euro a testa con consegna fissata per il 27 marzo 2016. Quella mattina, Pierucci si è tolto la vita. Capriotti si è presentato con la propria quota, ma, appresa la notizia, ha deciso di non consegnarla.

La seconda ‘sola' è arrivata alla fine del 2018. Capriotti, insieme a un suo socio, avrebbe cercato di non pagare altri dieci chili di cocaina forniti da un diverso gruppo albanese, legato ad Arindi Boci. Nonostante i fornitori siano riusciti a recuperare 170mila euro, l'episodio ha riaperto il conto lasciato due anni prima.

È a questo punto della storia che sarebbe entrato Piscitelli. Vicino al gruppo albanese, si è assunto il compito di riscuotere circa 300mila euro rimasti in sospeso per la precedente fornitura. Capriotti avrebbe affermato di conoscere il capo ultras "da trent'anni", ma non avrebbe preso bene l'intromissione: quella pretesa di denaro non arrivava dal creditore originario, ma Diabolik si era aggregato, secondo lui, per ritagliarsi una parte del denaro. Le trattative, secondo testimoni e intercettazioni, sarebbero state tormentate, fra tentativi di corruzione dei mediatori e minacce di morte.

Quattro colpi di kalashnikov contro la villa

In poco tempo il confronto ha superato il livello delle parole. La mattina del 23 febbraio 2019 quattro persone sono entrate nel giardino della villa di Capriotti a Rocca di Papa. Le telecamere hanno ripreso almeno un fucile d’assalto Ak-47. Contro l’abitazione sono stati esplosi quattro colpi mentre all’interno si trovavano Capriotti e la figlia minorenne.

L’azione, che sarebbe stata una sorta di ultimo avvertimento, è attribuita ad Arindi Boci e ad altri uomini non identificati. Per l’accusa, l’attentato è stato compiuto in concorso con Piscitelli per far capire al ‘Fornaro', come era anche chiamato il broker, di non avere altra scelta se non quella di pagare. Poche ore dopo, Capriotti ha fatto allontanare da casa la compagna e la figlia e agli investigatori intervenuti ha detto di aver garantito per un grosso carico di droga acquistato da un’altra persona e ha annunciato che avrebbe sistemato la questione "in ambito criminale".

Quello stesso pomeriggio si sarebbe rivolto al gruppo di Giuseppe Molisso, uno dei bracci destri di Michele Senese. Vicino all’ospedale di Tor Vergata è stato documentato un incontro al quale hanno partecipato Boci, un altro albanese e uomini legati a Molisso fra cui lo stesso Leandro Bennato. "Lascia perdere il Fornaio, fallo per me", avrebbe detto Bennato chiedendo a Boci far cadere il credito. "E che devo lasciare io? Non se ne parla proprio".

Gli orologi rifiutati e il conto preteso in contanti

La trattativa è proseguita tra incontri riservati, mediatori e oggetti di lusso. Capriotti ha provato a pagare almeno una parte del debito con denaro e orologi, ma Piscitelli avrebbe giudicato la proposta insufficiente e "un'offesa", o, ancora, "un'elemosina". L’ultimo orologio consegnato come anticipo è stato fatto esaminare da un gioielliere e restituito la sera del 2 agosto, appena cinque giorni prima dell’agguato.

Per gli inquirenti, gli orologi non erano solo una forma di pagamento, ma il segno di una trattativa che Capriotti avrebbe usato per guadagnare tempo mentre cercava una via d’uscita. Per tre volte Purpo avrebbe avvertito Piscitelli di stare attento a queste mosse. "No, vabbè, che me fa?", la risposta di Diabolik.

La ribellione di Diabolik ai Senese

Mentre il debito con Capriotti si trasformava in una guerra di nervi e sospetti con un coinvolgimento sempre maggiore di Bennato e Molisso, Piscitelli aveva aperto un secondo fronte. Per anni la sua ascesa nella criminalità romana era stata favorita dalla vicinanza a Michele Senese, il boss che aveva impiantato la sua famiglia dalla struttura camorristica nella periferia est della Capitale, zona dove era nato e cresciuto lo stesso Piscitelli. Quel rapporto, secondo le ricostruzioni, si è spezzato quando Diabolik, dopo essersi associato a Fabrizio Fabietti, ha ampliato i propri affari nel narcotraffico senza rendere conto a O' Pazzo.

Secondo materiale raccolto nelle intercettazioni, l'Irriducibile sarebbe arrivato ad acquistare e rivendere trenta chili di cocaina in un mese, versando ai Senese appena mille euro. Quando la regola nel clan prevedeva mille euro per ogni chilo. E poi ancora piccole consegne di due o tremila euro in un mese. Niente rispetto ai ventimila consegnati regolarmente da altri gruppi al grande capo.

Un'insubordinazione che oltre al piano degli affari passava su quello personale. In quello stesso periodo Piscitelli avrebbe più volte insultato davanti ad altri Angelo Senese, fratello di Michele arrestato a dicembre 2025, e minacciato conseguenze per alcune voci messe in circolazione sul suo conto: "Diglielo che si porta dietro un problema", avrebbe riferito spavaldo ad alcuni uomini de clan. Il cambio di tono nei confronti dei Senese si sarebbe acuito dopo l’esplosione di una bomba carta davanti alla sede degli Irriducibili nel maggio 2019. "Papponi", "parassiti", questi gli insulti che testimonierebbero la rottura di Piscitelli con la famiglia criminale.

L’assenso del capo e la convergenza degli interessi

La rottura si sarebbe fatta tanto insanabile che Michele Senese, una volta informato del progetto di togliere di mezzo Piscitelli, avrebbe dato il proprio assenso, consentendo a Capriotti, Molisso e Bennato di agire senza temere la reazione del resto del clan. "Fate come vi pare, levatemelo dal ca**o", avrebbe detto il boss dopo gli ultimi tentativi falliti di ricondurre Diabolik sotto il controllo dei Senese.

Nella ricostruzione degli inquirenti, dunque, intorno all’eliminazione sarebbero confluiti interessi diversi. Capriotti voleva sottrarsi alle pretese del suo creditore; Molisso e Bennato avrebbero visto in Piscitelli un concorrente sempre più ingombrante nel narcotraffico romano; i Senese avevano interesse a punire la sua insubordinazione e a ribadire una regola: chi fa affari grazie alla protezione del clan deve versare la quota dovuta.

L’appuntamento con il "Furfante"

Ed ecco che il piano prende forma. Il Parco degli Acquedotti era già stato teatro di un incontro tra Piscitelli e Capriotti nei primi giorni del luglio 2019. Nell’agenda l'ultras aveva scritto alla data 3 luglio: "Ore 18.45 appuntamento Furfante". Secondo alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, proprio ‘Furfante' era uno dei soprannomi usati da Diabolik per apostrofare Alessandro Capriotti.

Quell'appuntamento si sarebbe dovuto ripetere il 7 agosto. Un appuntamento-esca per l'esecuzione di un uomo che stava diventando una spina nel fianco per gli uomini più potenti del ‘mondo di sotto'. Bennato, che secondo l'accusa avrebbe accompagnato al parco, il killer, sarebbe rimasto sul posto durante l’omicidio e lo avrebbe poi riportato a casa. Molisso, che avrebbe partecipato alla decisione di eliminare Diabolik e "rafforzato il progetto degli altri concorrenti". Senese, che con il suo ‘sì' ha tirato il filo avrebbe mosso la mano del killer.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views