Il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia a fine mandato: “Posto resta vacante, serve nomina urgente”
Scade domani la proroga che segna il termine, dopo dieci anni di attività, il mandato di Stefano Anastasia come Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà della Regione Lazio. Da domani, quello che dal 2016 è stato il suo ufficio, resterà in stand-by in attesa di un nuovo garante. Fanpage.it ha raggiunto telefonicamente il dottor Anastasia, per un bilancio del decennio che si sta per chiudere e per conoscere le prospettive future.
Rompiamo subito il ghiaccio. Domani termina il suo incarico da Garante dei detenuti della Regione Lazio. Cosa prova se ripensa al decennio trascorso?
Sono stati anni molto importanti. Di formazione e di crescita personale, perché mi hanno consentito di vedere da un'altra prospettiva un mondo che conoscevo già per il mio impegno civile e sociale, ma stavolta rivestendo un ruolo istituzionale. Sono stati anche anni molto difficili e complicati, soprattutto gli ultimi. Dalla pandemia alla crescita drammatica del sovraffollamento.
In questa situazione non proprio rosea per il sistema carceri del Lazio ora il suo ruolo resterà in stand-by. Quali sono le conseguenze?
Sono già tangibili. Già nella giornata di oggi mi sono arrivate due o tre missive da parte di avvocati e di familiari dei detenuti a cui ho dato indicazioni: saranno indirizzati al Garante nazionale, non avendo io il tempo materiale di occuparmene, visto che alla mezzanotte finisce il mio incarico. E senza il garante l'ufficio non può fare nulla: non può firmare carte, chiedere informazioni. L'attività dell'ufficio sostanzialmente si interrompe.
E cosa comporta un blocco del genere?
Io ne sono molto preoccupato, ovviamente, perché ci sono persone in carne e ossa che fanno domande e a cui l'istituzione dovrebbe rispondere. Ma anche perché esiste un precedente di dieci anni fa, prima che io fossi nominato garante, di una vacatio che è durata addirittura un anno e mezzo al termine del quale mi sono insediato io. Questo periodo vacante mi ha obbligato a ricominciare da zero il lavoro, anche in termini di formazione, di conoscenza delle persone detenute, dei loro familiari e dei loro avvocati che non possono perdere da un giorno all'altro il riferimento di un'autorità di garanzia.
Quale sarebbe potuta essere un'alternativa?
Secondo me sarebbe stato più giusto e corretto disporre una prorogatio per il tempo necessario all'insediamento del nuovo garante. E lo dico senza alcun interesse. Io non avrei potuto prenderne carico, non ho neppure partecipato a quel bando per il rinnovo del garante.
Come mai?
Penso che dopo 10 anni sia giusto anche un rinnovamento, trovare altre persone, sperimentare altre competenze altre e altre energie. Sono convinto che un'autorità di garanzia, un ufficio che risponde direttamente alle domande dei cittadini, che nel mio caso vivono in una condizione di particolare vulnerabilità, non è un ufficio che può essere chiuso.
In una realtà come il sistema carcerario, spesso è già complicato intervenire quando l'ufficio è aperto.
Certamente. E non nascondo all'esito della mia esperienza che sarebbe opportuno e necessario, come mi sono sempre raccomandato anche più volte nelle mie relazioni annuali, avere anche dei garanti comunali o dei garanti provinciali,delle figure locali che possano seguire più direttamente alcune realtà.
In alcuni casi queste raccomandazioni hanno trovato una risposta positiva.
È il caso del comune di Civitavecchia che ha nominato il suo garante dei detenuti e che, per fortuna, in questo periodo potrà evidentemente supplire per i detenuti di Civitavecchia. Ma così sarebbe stato utile e necessario anche in altri territori.
Ad esempio?
La procedura per la nomina del garante era iniziata a Viterbo e poi è stata interrotta. Era iniziata a Rieti e poi è stata interrotta. Si era discusso anche, io l'avevo fatto personalmente, con il presidente della provincia di Frosinone per avere un garante provinciale nel territorio, realtà molto importante dal punto di vista dei luoghi di privazione della libertà, in cui sono presenti tre carceri e tre REMS.
Cosa è che non ha permesso di portare a termine l'iter?
Secondo me c'è una certa sufficienza, forse una certa distanza dal mondo dal mondo carcerario e anche una scarsa sensibilità nei confronti del mondo dell'esecuzione penale. Forse alcune amministrazioni hanno pensato che era meglio non occuparsi di queste realtà, di starsene lontani. Ma si tratta di realtà che sono presenti nel nostro territorio, per le quali i comuni devono fornire i servizi sociali e anagrafici.
Lei ha ricoperto questa carica da 10 anni. Li ha chiamati "anni difficili" e ha citato il sovraffollamento. Soltanto qualche giorno fa si è registrato l'ennesimo suicidio al Mammagialla di Viterbo. Come è cambiato il contesto carcerario in questo periodo?
Il mondo del carcere non ha mai vissuto, diciamo così, momenti di particolare felicità. Certamente, però ,quando io mi sono insediato, nel 2016, era un momento di ottimismo. C'era stata la condanna della Corte Europea per i diritti umani, erano state adottate delle misure per ridurre il sovraffollamento ed effettivamente si era riusciti a ridurlo. Il ministro della Giustizia dell'epoca, Andrea Orlando, aveva convocato gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale che sono stati un grande laboratorio, anche di partecipazione per l'ideazione di nuove soluzioni per una riforma dell'ordinamento penitenziario.
Poi cosa è successo?
Alla prova dei fatti hanno prodotto poco. E a partire dalla pandemia il carcere ha cominciato a chiudersi in se stesso. Prima per paura del Covid, poi per un'ideologia securitaria che ha fatto del carcere un luogo che sembrava perso a ogni discorso civile. Il problema è diventato soltanto quello di contenere i detenuti considerati facinorosi o pericolosi. Le relazioni in carcere sono tornate ad essere rappresentate come conflittuali fra guardie e ladri, personale e detenuti, tra poliziotti e detenuti: il livello di conflittualità, qualche volta di violenza, cresce.
Da cosa è dipende questo clima?
Ha contribuito anche l'orientamento politico del governo in questi anni. La popolazione detenuta è enormemente cresciuta, così come la previsione costante di nuovi reati, spesso anche di reati specificamente attribuibili alle persone detenute, come quello di rivolta carceraria. Si entra in carcere con due anni di pene e si rischia di trascorrerne otto perché poi si può essere ulteriormente condannati.
E questo cosa comporta?
La popolazione detenuta cresce e lo fa in un clima di ostilità tra le parti, che è tutto quello che non serve al carcere. Al carcere serve che si costruisca una relazione di fiducia tra le persone detenute, personale delle istituzioni e il personale penitenziario. Altrimenti si rischia di finire in una spirale senza fine di proteste, rivolte, violenze, quello che purtroppo, abbiamo visto e stiamo vedendo in questi mesi. La prigionia della libertà, anche se non esercitata crudelmente, è comunque una forma di coazione, di violenza nei confronti della persona e se non viene motivata e spiegata dentro un percorso che possa anche prevedere un reinserimento sociale significativo, rimane fine a se stesso.
E da domani cosa succederà? Se il garante e il suo ufficio si fermano quali sono le prospettive per chi si trova oggi a vivere in carcere, qual è l'auspicio?
L'auspicio è che il consiglio regionale voti. E che lo faccia presto. Le candidature già ci sono: è chiaro che le varie forze politiche dovranno fare le loro valutazioni, individuare le la figura che possa essere la più adeguata e condivisa possibile. Ma le possibilità che arrivi presto una nomina non sono così inverosimili.
E per lei, invece, quali porte si aprono?
Io torno a fare il mio mestiere che è quello di professore universitario, torno a farlo a tempo pieno. In questi anni l'ho potuto fare soltanto a tempo parziale. E ovviamente continuerò a occuparmi di carcere sia in sede scientifica, di studio, ma anche in sede di impegno civile. L'ho sempre fatto da quando avevo 20 anni e continuerò a farlo.