Fece uccidere il rivale davanti a un asilo a Magliana: pena ridotta per mandanti e killer, vicini al clan Senese

Non è un'esecuzione mafiosa quella di Andrea Gioacchini, ucciso con tre colpi di pistola nella mattina del 10 gennaio 2019 davanti a un asilo in zona Magliana, nel quadrante sud-ovest di Roma. Almeno questo è quanto stabilito dai giudici della Corte d'Appello, che hanno riformato la sentenza al ribasso: con la caduta dell'aggravante mafiosa, la pena per l'esecutore, Fabrizio Olivani, passa da 20 a 16 anni di reclusione, mentre quelle dei mandanti, Ugo Di Giovanni ed Emiliano Sollazzo, passano da 30 a 18 anni.
Oltre al riconoscimento della attenuanti generiche, gli imputati hanno beneficiato dello sconto di un terzo della pena derivante dal rito abbreviato. Considerato il contesto in cui ha preso forma l'omicidio e gli attori coinvolti è probabile che la procura ricorra in Cassazione. Sia la vittima che gli incriminati graviterebbero nell'orbita dei Senese e della Banda della Magliana.
Tra i mandanti uomini di fiducia dei Senese
Ha aspettato fuori dall'asilo per poi sparargli tre proiettili: con un colpo alla testa, uno alla mandibola e uno alla spalla, Fabrizio Olivani, pregiudicato, ha ucciso Andrea Gioacchini, detto Barbetta. Acquirente abituale di droga dalla batteria di Ponte Milvio, Barbetta risulterebbe ben inserito nei circuiti criminali romani. Proprio in quel sottobosco avrebbe preso forma l'esecuzione ai danni dell'uomo. I mandanti, Di Giovanni e Sollazzo, sono considerati vicini alla Banda della Magliana e al clan Senese e il movente sarebbe da ricercare in un debito trasformatosi in una lotta per il controllo del territorio.
Vittima e assassini progettavano di uccidersi a vicenda
Secondo l'accusa Barbetta, titolare di un ristorante taglieggiato da Di Giovanni, non riusciva a pagare il prezzo di quell'estorsione: all'appello mancavano 400mila euro. Gioacchini chiedeva clemenza, ma l'uomo di fiducia dei Senese non aveva voluto sentire ragioni, chiedendogli di lasciare la gestione del locale. Ma a quel punto Barbetta progettava già il contrattacco: voleva assaltare il suo persecutore e sottrargli 500mila più le armi. Un piano suffragato anche da alcuni pentiti, che però non ha mai visto la luce. A muoversi per primo, infatti, è stato Di Giovanni, che ha fatto uccidere il rivale. Il 7 febbraio 2024 è stato sottoposto a fermo insieme a Sollazzo, in un'operazione congiunta di polizia e carabinieri, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.
Il delitto è stato declassato da mafioso a semplice, con Di Giovanni che in questi mesi ha anche chiesto di uscire di prigione per motivi di salute. Richiesta rigettata.