Da flop al botteghino a fenomeno di culto: un percorso seguito da numerose opere cinematografiche che non hanno impressionato al debutto nelle sale, per poi essere riscoperte a posteriori, magari grazie a più passaggi sulle reti televisive, finendo con l'essere apprezzati dalle nuove generazioni. Questo è stato il destino di Febbre da cavallo, film del 1976 diretto da Steno (al secolo Stefano Vanzina) e con protagonista un cast di alto livello: Gigi Proietti, Enrico Montesano, Francesco De Rosa e Catherine Spaak. Girato durante l'estate del 1975, la storia narra le vicende di tre amici, incalliti scommettitori sulle corse di cavalli, che inventano gli strategemmi più surreali per racimolare i soldi necessari per le scommesse, truffando le ignare persone prese di mira dal gruppo. Ma nonostante gli sforzi e le azioni illecite compiute in modo rocambolesco, i tre uomini non riescono mai a sbancare, finendo anche nei guai con la giustizia.

Oltre alla forte vena comica, frutto della riuscita interpretazione degli attori, Febbre da cavallo offre anche uno spaccato di Roma mettendo in risalto alcuni dei luoghi iconici della Capitale, come Ponte Milvio, l'Isola Tiberina, piazza d'Ara Coeli, piazza Augusto Imperatore vicino la centralissima via del Corso e il lussuoso Hotel Excelsior di via Veneto. E, ovviamente, l'Ippodromo Tor Di Valle, simbolo del film oggi in disuso. Tante le scene entrate nell'immaginario collettivo degli spettatori, su tutte il celebre sketch del vigile con conseguente finta multa a un povero cittadino.

Ignorato da critica e pubblico nel 1976

Eppure, nonostante si dimostri un concentrato di genuino umorismo valorizzato dagli scorci di Roma, Febbre da cavallo non ha ottenuto grandi consensi da parte di critica e pubblico alla sua uscita al cinema nel maggio del 1976. Il pubblico ha ignorato l'opera, il cui incasso non è andato oltre i 200 milioni di lire: un risultato non disastroso ma ritenuto comunque modesto. I maggiori esperti dell'epoca bocciarono la produzione bollandola come un semplice "filmetto sbrigativo", prontamente ignorato dai critici al momento di stilare le migliori commedie italiane. Anche Proietti nel corso del tempo ha evidenziato come la pellicola non sia stata in grado far breccia nel cuore degli spettatori all'epoca del suo debutto nelle sale. Ma la svolta arriva oltre 15 anni dopo grazie alla televisione.

La riscoperta, il successo e l'arrivo del seguito

Negli Anni '90 Febbre da cavallo viene venduto a varie emittenti private, in particolare quelle romane, che iniziano a mandarlo in onda regolarmente. Inizia la scalata verso il successo del film, mancato oltre un decennio prima, che ad ogni passaggio in tv attira sempre più persone davanti lo schermo, rimaste colpite dallo stile del film e le sue improbabili situazioni in un tripudio di autentica romanità. Ben presto la pellicola viene trasmessa anche sulle principali reti televisive nazionali, arrivando anche ad essere ripresentato alla 67° Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Persino la critica rivaluta il lavoro di Steno dandogli maggiore considerazione rispetto al passato. La popolarità a posteriori di Febbre da cavallo spinge i produttori della Warner Bros. Italia a realizzare un seguito, sottotitolato La Mandrakata e diretto da Carlo Vanzina, figlio di Steno, arrivato al cinema nel 2002. Gli unici attori del cast originale a fare ritorno sono Gigi Proietti ed Enrico Montesano, affiancati da Carlo Buccirosso, Rodolfo Laganà, Nancy Brilli e Andrea Ascolese. A differenza del predecessore ottiene subito un grande successo, forte della popolarità raggiunta in tutta Italia dal primo film. Come ha fatto un flop a trasformarsi in un cult? Il segreto lo ha svelato lo stesso Proietti: "Semplicemente perché faceva ridere".