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Detenuto malato al 41bis del carcere di Rebibbia chiede il suicidio assistito: “Dolori atroci, non mi curano”

In alcune lettere un detenuto al 41bis del carcere di Rebibbia ha espresso la volontà di morire a causa di dolori cronici non curati. La ONG bon’t worry iNGO ha denunciato a Fanpage.it “cure inadeguate” e il mancato trasferimento sanitario.
A cura di Giulia Ghirardi
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Il carcere di Rebibbia
Il carcere di Rebibbia

"Voglio chiedere il suicidio assistito: non posso essere curato e ho dolori atroci". A parlare è Salvatore F., 39 anni, malato cronico, detenuto al 41bis nel carcere romano di Rebibbia che, stando alle lettere che Fanpage.it ha potuto visionare, non riuscirebbe "a stare in piedi" a causa del dolore: "Non mi guardo neanche più allo specchio, sono deformato".

"Lo stanno facendo morire", ha aggiunto Bo Guerreschi, la presidente della ONG bon't worry iNGO, che nel tempo ha presentato diverse istanze per chiedere di modificare la pena di Salvatore F. per trasferirlo in una struttura ospedaliera adeguata. Richiesta che, però, è stata rigettata dal tribunale per "pericolosità sociale". Nel frattempo, però, il carcere ha dichiarato di non essere in grado di curarlo: "Nessuno fa niente e lui sta sempre peggio, vuole morire".

La storia di Salvatore

Salvatore F. soffre da anni di una patologia cronica all'articolazione della mandibola: un disturbo doloroso che rende complesse anche azioni quotidiane, come parlare o mangiare. Non si tratta, infatti, di un disturbo passeggero, ma di un dolore costante che si estende al volto e al collo e che, con il tempo, ha "logorato anche il suo equilibrio psicologico", ha spiegato a Fanpage.it Guerreschi.

Negli ultimi anni, Salvatore è stato sottoposto a diversi trattamenti, incluso un intervento chirurgico nel 2022. Tuttavia, il percorso di recupero è stato compromesso da alcuni ritardi come "la fisioterapia" che sarebbe "iniziata con mesi di ritardo". Altri tentativi terapeutici – infiltrazioni, lavaggi articolari, dispositivi ortodontici – non hanno risolto il problema. Così, oggi i medici parlano di un "dolore resistente ai farmaci", aggravato da "stress" e dalle condizioni di detenzione.

È qui, infatti, che emerge il nodo centrale della vicenda. Secondo i sanitari e l'associazione che segue il caso, il carcere – e in particolare il regime del 41bis – non sarebbe in grado di garantire cure adeguate e continuative a Salvatore. "Non si parla di comfort, ma di assistenza minima necessaria", ha sottolineato a Fanpage.it Guerreschi. In una lettera ufficiale che Fanpage.it ha potuto visionare, la stessa struttura sanitaria penitenziaria avrebbe ammesso che la patologia può essere trattata solo "in modo palliativo", cioè senza reali possibilità di miglioramento. Per questo, in una lettera indirizzata alla madre, Salvatore ha espresso la volontà di morire: "Voglio chiedere il suicidio assistito". "Non ce la fa più, lo stanno facendo morire", ha aggiunto Guerreschi.

Le richieste avanzate dai legali e dalla ONG sono tutt'altro che estreme: trasferimento in una struttura ospedaliera adeguata, monitoraggio costante, accesso a terapie meno invasive e più efficaci, valutazioni indipendenti da parte di un esperto. In altre parole, si chiede che venga garantito ciò che la Costituzione riconosce (o dovrebbe) a chiunque all'articolo 32: il diritto alla salute.

È qui, infatti, il punto più controverso della storia di Salvatore F.. Il regime del 41bis nasce per esigenze di sicurezza, per impedire contatti e influenze dall'esterno. Ma può tale regime giustificare il non ricevere cure adeguate per una persona che vive un lento deterioramento fisico e psicologico? "Scontare la propria pena, non significa essere abbandonati a sé stessi", ha concluso Guerreschi a Fanpage.it, sottolineando che altrimenti il rischio è che la detenzione "si trasformi in una condanna aggiuntiva" che – di fatto – abbandona le persone "al proprio dolore", violandone i diritti umani fondamentali.

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