Un caccia francese Rafele in azione
in foto: Un caccia francese Rafele in azione

UPDATE del 18/11/2015 – Tra i 12 e i 20 civili sarebbero rimasti uccisi in seguito ai bombardamenti della Coalizione Internazionale del 16 novembre nei pressi di Mosul, in Iraq. Secondo fonti locali ci sarebbero anche non meno di 39 feriti, alcuni dei quali gravi. I media del posto ritengono che la maggior parte delle vittime non fossero affatto collegate allo Stato Islamico. Dal canto loro i portavoce militari della Coalizione Internazionale hanno confermato i raid aerei su Mosul ma non i morti civili, spiegando che i missili avrebbero distrutto dei depositi di armi di Daesh.

Ventiquattro ore dopo gli attentati di Parigi i caccia francesi hanno intensificato i bombardamenti sulla città di Raqqa, considerata la roccaforte dello Stato Islamico in Siria. Come in un film già visto e cominciato all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle negli Stati Uniti il governo di un paese colpito da brutali attentati ha deciso di rispondere al terrore con altrettanto terrore, come se non fosse ormai sotto gli occhi di tutti il fallimento della "guerra al terrorismo" intrapresa 15 anni fa in Afghanistan e poi trascinata anche in Yemen, Somalia, Pakistan, Libia, Siria e Iraq. Migliaia di attacchi a postazioni "sensibili" in cui si riteneva si nascondessero presunti terroristi; migliaia di "errori" hanno però finito per uccidere civili innocenti e sedimentato una rabbia che – in qualche caso – oggi si è scaricata sulle nostre città. Obiettivo di questo pezzo non è perpetrare la retorica dei "morti di serie B" contro quelli di "serie A", né offrire una lettura semplicistica degli eventi. Proviamo però a "ribaltare il cannocchiale", ad osservare quello che sta accadendo con un punto di vista più largo.

La Guerra all'Isis della Coalizione Internazionale

Partiamo dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti per ostacolare  l'avanzata dello Stato Islamico in Iraq e Siria: ne fanno parte 23 paesi, tra i quali anche Italia, Francia, Danimarca, Regno Unito, Australia, Belgio e alcune nazioni dell'area, come Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Non tutti partecipano direttamente ai raid aerei. L'Italia, ad esempio, ha fornito armi – tra cui mitragliatrici e granate – e milioni di munizioni, anche se è di oggi la notizia che il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha dichiarato che "bombardare non è un tabù". Tra i paesi  in prima linea c'è anche la Francia, che fin dal settembre del 2014 ha impegnato la sua aviazione militare dapprima in voli di ricognizione, quindi con i bombardamenti.

Numero di attacchi mensili in Iraq e Siria. Credit: Airwars
in foto: Numero di attacchi mensili in Iraq e Siria. Credit: Airwars

Dopo la conquista da parte dello Stato Islamico di importanti territori dell'Iraq gli Stati Uniti, su invito proprio del governo di Baghdad, hanno intrapreso l'8 agosto del 2014 i primi raid aerei. Il 19 settembre è subentrata la Francia, quindi è stata la volta di Regno Unito, Belgio, Olanda, Australia, Danimarca e Canada. In Siria i primi blitz dell'aviazione sono stati registrati il 23 settembre 2014 con il supporto anche di Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Qatar; Francia, Turchia, Canada e Australia sarebbero intervenuti solo nell'autunno di quest'anno, avendo in precedenza rispettato le richieste del presidente Assad di non "interferire" nella guerra civile. Da poco più di un anno, stando a quanto rilevato da Airwars, i raid sono stati 8.193 (al 15 novembre). La coalizione ha stimato 20mila vittime aderenti a Daesh, 28.578 bombe sganciate in Siria e Iraq.

Probabilmente è necessario osservare con attenzione questi dati per comprendere le ragioni della radicalizzazione di molti combattenti che, nel 2011, cioè all'inizio della Guerra civile siriana, appartenevano a formazioni ribelli che non necessariamente si rifacevano all'ideologia estremista islamica. Al contrario, come spiegava il ricercatore Enrico Bartolomei a Fanpage, "non bisogna dimenticare che la ribellione è nata da iniziative locali di attivisti auto-organizzatisi in una rete di Comitati locali di coordinamento. Questi hanno svolto un ruolo fondamentale nelle prime fasi della protesta, partecipando in atti di disobbedienza civile, producendo il materiale di mobilitazione e le parole d’ordine delle manifestazioni, documentando la repressione e organizzando il sostegno alle vittime del conflitto. Tuttavia, la “soluzione militare” decisa dal regime ha costretto molti dimostranti a imbracciare le armi e a formare, insieme ai soldati siriani disertori, centinaia di brigate indipendenti e organizzate localmente, con varie forme di coordinamento a livello regionale, ma senza un vero e proprio comando unificato".

Le vittime civili causate dalla Coalizione Internazionale in Iraq e Siria

Immancabili, come in ogni guerra, le vittime civili. Quelle causate dalla Coalizione Internazionale sono state – all'8 novembre 2015 – tra le 1.484 e 1.974 in 251 episodi distinti in Siria e Iraq. L'osservatorio indipendente Airwars, coordinato da un team di giornalisti investigativi, ha tuttavia rivisto i dati e "prudenzialmente" comunicato che, con assoluta certezza, i morti non combattenti sono non meno di 916. Per quanto riguarda gli altri si è ritenuto che non esistessero ancora fonti sufficientemente attendibili oppure ufficiali. Dal canto loro i portavoce della coalizione internazionale hanno confermato soltanto due vittime in Siria e nessuna in Iraq. Una precisione chirurgica non supportata dalle fonti locali: l'8 novembre, ad esempio, a Qayyarah, in Iraq, sarebbero stati uccisi 13 civili in seguito a un raid aereo. Sei sarebbero bambini, mentre solo quattro erano combattenti dello Stato Islamico. Le fonti che riportano la notizia sono NINA, Al Mustaqbal News e Irakna/DPA.

Airwars, tuttavia, riporta come i raid con conseguenze drammatiche per i "non combattenti" siano stati frequenti. Il 18 ottobre la segnalazione di 8 civili uccisi a  Kisik, Iraq, è ritenuta attendibile. Lo stesso giorno altri 6 sarebbero stati uccisi ad Ana. Due giorni prima dieci vittime ad Hit. Il 29 settembre fonti ritenute attendibili riportano la notizia di almeno 11 civili uccisi e 31 feriti a Mosul in seguito a un bombardamento della coalizione che, in teoria, avrebbe dovuto colpire una riunione di miliziani. Delle vittime innocenti non c'è però traccia nei report della Coalizione, secondo cui quel giorno furono colpite postazioni militari dell'Isis. Nel mese di settembre 2015 i bombardamenti sono stati pressoché quotidiani e le vittime civili decine, soprattutto in Iraq.

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Il 9 settembre l'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, considerato unanimemente una fonte privilegiata, riporta dell'uccisione di 20 civili (altre fonti parlano di 40-50), 15 dei quali bambini, nei pressi di Raqqa. Si tratta di persone che, per 2.500 lire al giorno, scavavano trincee che avrebbero utilizzato i miliziani dell'Isis. Anche ad agosto i bombardamenti sono stati massicci, anche in questo caso la Coalizione non ha ammesso morti tra i non combattenti.

Le vittime civili provocate dalla Coalizione Internazionale sono state centinaia, o forse migliaia, in poco più di un anno. Le conseguenze oggi sono sotto gli occhi di tutti: non semplici terroristi, non "lupi sciolti", ma miliziani organizzati hanno radicalizzato il conflitto portandolo nel cuore dell'Europa, nella capitale del Paese europeo maggiormente impegnato "contro l'Isis". Ma, come riportava ieri un lucidissimo articolo di Famiglia Cristiana, non è bombardando che rimuoveremo lo Stato Islamico, piuttosto interrompendo ogni collaborazione con i paesi "amici" dell'area e – possibilmente – rimuovendo anche i pretesti a una nuova "guerra di civiltà". "Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più".