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Opinioni

Tutte le fallacie logiche con cui Giorgia Meloni ha sviato dalle domande su Paragon

Dal benaltrismo al vittimismo, dall’argomento fantoccio alla falsa dicotomia combinata con altri trucchi: in meno di due minuti e mezzo, la Presidente del Consiglio è riuscita a esibire almeno otto diverse fallacie logiche, senza dare risposte sullo spyware israeliano nei telefoni di giornalisti e attivisti.
A cura di Roberta Covelli
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La risposta di Giorgia Meloni sul caso Paragon-Graphite è esemplare. È un gioco di prestigio: lo sguardo viene guidato altrove mentre le domande restano sullo sfondo, eluse, senza risposta.

La Presidente del Consiglio è una comunicatrice esperta. Conosce la retorica, sa dosare le pause, sa quali corde emotive toccare e come spostare l’attenzione. Proprio per questo il meccanismo va reso visibile: perché una conferenza stampa (l’unica annuale, senza possibilità di replica) non può ridursi a una performance. È (o almeno dovrebbe essere, in democrazia) un momento di responsabilità pubblica.

Il contesto, le domande puntuali, le risposte legittime

Il caso è noto. Due giornalisti di Fanpage, Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino, e diversi attivisti della società civile hanno trovato sui propri telefoni lo spyware Graphite, un software dell’azienda israeliana Paragon Solutions venduto esclusivamente a governi e corpi di polizia per attività di indagine. A distanza di un anno, le domande rivolte alla Presidente da Susanna Turco (L'Espresso) e dallo stesso Francesco Cancellato erano due, chiare e puntuali. La prima: può garantire che non siano stati spesi soldi pubblici per spiare? La seconda: che cosa ha fatto e intende fare il Governo per accertare i fatti? Un chiarimento doveroso, soprattutto visto che Paragon Solutions ha dichiarato di aver offerto collaborazione e di aver rescisso il contratto solo dopo il rifiuto italiano.

La risposta, però, non arriva.

È importante chiarire: anche una risposta prudente o negativa sarebbe stata politicamente legittima. Meloni avrebbe potuto precisare di non aver dato ordini di spionaggio, dichiarare la complessità del caso o smentire la Paragon Solutions. Sarebbe stata comunque una risposta, un’assunzione di responsabilità. La scelta, invece, è stata un’altra: non rispondere e spostare il terreno del discorso.

La deviazione al vittimismo: dal benaltrismo all’appeal to emotions

Prima mossa: spostare l’attenzione. Il benaltrismo è la fallacia logica più adatta per un esercizio simile: non si entra nel merito di un argomento, ma si richiama all’ordine delle priorità, ricordando che i problemi sarebbero ben altri. Così, alla richiesta specifica di chiarimenti sulle azioni del suo governo, Meloni risponde portando l’attenzione su di sé, sui fatti di cui è, o di cui si dipinge, vittima: "non ho trovato la vita scandagliata e buttata sui giornali, o i conti in banca spiati, o i fatti sul padre morto 11 anni prima, o sulla situazione patrimoniale della madre, o nelle inchieste che ci sono sulle SOS di altri. Ci ho visto le mie".

In questo caso, il benaltrismo non serve solo a spostare l’attenzione: viene rafforzato da un potente appello alle emozioni. Meloni trasforma la domanda politica in un racconto personale, richiamando immagini di famiglia, lutto, vulnerabilità. È l’ennesimo richiamo all’archetipo della Grande Madre, che genera empatia e comprensione, che tocca corde non razionali e distoglie dal nodo politico: quella che sarebbe dovuta essere un’assunzione di responsabilità politica diventa una narrazione emotiva centrata sulla persona.

Strawman argument, ossia come trasformare le domande in accuse

Seconda mossa, terza fallacia: lo strawman argument, il trucco dell’uomo di paglia. Invece di rispondere a una domanda puntuale, Meloni costruisce un fantoccio logico. Trasforma le parole di Francesco Cancellato in un’accusa, rispetto alla quale giocare ancora una volta la carta della vittima. Secondo la Presidente, il direttore di Fanpage "da mesi accusa implicitamente il Governo". Ma mettere in fila i fatti (il contenuto del rapporto Copasir, le dichiarazioni di Paragon Solutions, la vendibilità dello spyware solo ad agenzie governative) e formulare domande basate su quei fatti non è un’accusa, esplicita o implicita che sia: è giornalismo.

Con l’argomento fantoccio, però, la domanda reale scompare, sostituita da un nemico di paglia facile da sconfiggere. È il meccanismo classico: basta estremizzare o distorcere la tesi altrui per liberarsi della necessità di rispondere, mentre il dibattito vero resta sullo sfondo, invisibile al pubblico.

La domanda retorica con tripla fallacia carpiata

Il culmine illusionistico della risposta meloniana arriva con una frase che merita un’analisi a parte: "Ma o voi state sostenendo la tesi che io mi sono messa a spiare anche i miei conti in banca, oppure forse bisogna fare attenzione alle accuse". Potrebbe sembrare una scomposta difesa indignata, invece è una sofisticata combinazione di tre fallacie logiche.

La prima, strutturale, è la falsa dicotomia: due opzioni vengono presentate come le uniche possibili, con una forzatura del ragionamento.

Non solo: le due opzioni, oltre a essere riduttive, sono anche logicamente slegate. La frase è infatti viziata anche dal non sequitur, una fallacia che consiste nell’affermare un erroneo rapporto di causa ed effetto: non c’è nesso logico che leghi il conto in banca di Giorgia Meloni e le richieste di chiarimenti sul caso Paragon-Graphite.

E che cosa c’entra, poi, il conto in banca della leader di Fratelli d’Italia? Perché dovrebbe spiarselo da sola? Ecco il terzo gioco di prestigio in poche parole: la reductio ad absurdum. La prima opzione non è solo forzata e scollegata logicamente, ma anche assurda, paradossale e ridicola.

I paragoni con Paragon (se tutto è dossieraggio, niente lo è)

La quarta mossa è forse la più sottile: la falsa analogia. Meloni parte da un’ammissione che funge da esca: riconosce l'esistenza di un problema sistemico di privacy e dossieraggi, ma lo fa per diluire il caso specifico dello spyware Graphite in un unico, confuso elenco.

Vengono accostati tre scenari profondamente diversi tra loro:

  • Il caso delle SOS (Segnalazioni di Operazioni Sospette) si riferisce all’accusa mossa a un dipendente bancario di aver effettuato migliaia di accessi abusivi ai conti correnti di politici (Meloni inclusa) e cittadini. L’abuso è già stato punito: il lavoratore è stato licenziato e sono in corso indagini della magistratura e del Garante della Privacy.
  • Il caso Equalize riguarda invece una vicenda di hackeraggio e dossieraggio gestita da una società privata a scopo di lucro. Anche in questo caso, ci sono privati cittadini accusati di aver commesso reati contro altre persone. Anche in questo caso, lo Stato, attraverso la magistratura, si pone come garante.
  • Il caso Paragon-Graphite è accostato ai precedenti, ma non è equiparabile. Come dichiarato dalla stessa Paragon Solutions, lo spyware Graphite è un software venduto esclusivamente ad agenzie governative e forze di polizia. Non è un virus per hacker privati, non è un reato commesso da un criminale e perseguito da un tribunale, ma è l’uso opaco di uno strumento progettato per le autorità statali contro soggetti sensibili come giornalisti e attivisti.

L’effetto retorico di questo accostamento è potente. Mescolando l’illegalità di soggetti privati con un software destinato solo agli apparati pubblici, la leader di Fratelli d’Italia ottiene un duplice risultato: normalizza l'episodio specifico e sposta l’attenzione dal dovere di chiarezza del Governo a un generico "sistema dei dossieraggi" che colpirebbe tutti, lei per prima. In questo modo, la responsabilità politica di chiarire l’uso di uno strumento governativo scompare, sostituita dal racconto di una vulnerabilità condivisa.

Il colpo di coda: il "tu quoque" ai giornalisti

Sullo sfondo, lo schema retorico della vittimizzazione si trasforma in un attacco allusivo attraverso un implicito tu quoque (o appello all’ipocrisia). Questo stratagemma logico consiste nello spostare l’enfasi su una presunta incoerenza dell’interlocutore: richiamando la pubblicazione di vicende personali che l’hanno colpita, la Presidente sembra rinfacciare ai giornalisti: "proprio voi, che pubblicate i ‘fatti miei', mi chiedete conto della sorveglianza?"

È una strategia di discredito classica. Se chi pone la domanda viene presentato (secondo la narrazione di Meloni) come parte dello stesso meccanismo che la vittimizza, la domanda stessa perde di valore morale agli occhi del pubblico. In questo modo, il tema dell'uso di strumenti pubblici di sorveglianza viene oscurato dall’allusione alla condotta deontologica dei giornalisti. Il risultato è la paralisi del confronto: la domanda sulle azioni del Governo perde centralità, sostituita da un dibattito sulla credibilità della stampa, mentre il nodo politico resta, ancora una volta, senza risposta.

Dagli spyware alle fallacie: l’opacità come cifra politica

In meno di due minuti e mezzo, Giorgia Meloni è riuscita a condensare almeno otto diverse fallacie logiche, riproponendo cornici narrative collaudate e sviando dal merito delle domande.

Non si tratta soltanto di una performance retorica, quanto di una precisa rivendicazione politica: a una domanda che esige trasparenza su un potere invisibile e intrusivo, la Presidente risponde erigendo uno schermo fumoso di vittimismo e attacchi personali.

Il risultato di questi giochi di prestigio è un’opacità sistematica. La richiesta di chiarezza viene declassata ad attacco personale, un inquietante caso di potenziale sorveglianza pubblica finisce banalizzato e una conferenza stampa viene trasformata nel comizio annuale di Giorgia Meloni, a cui i giornalisti possono al massimo suggerire un canovaccio.

Guardando questo palcoscenico, allora, bisogna restare concentrati. Restare lucidi per accorgersi dei trucchi e denunciare la mancanza di responsabilità (politica e comunicativa) è un atto necessario di ecologia democratica. Ed è anche l'unico modo per dissipare la nebbia retorica e riportare finalmente la luce dove l'opacità del potere vorrebbe lasciare solo ombre.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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