Tfr, nuova tassazione dal primo gennaio 2027: cosa cambia e chi rischia di pagare di più
Quando il lavoratore incassa la liquidazione del Tfr – al momento delle dimissioni o del pensionamento – e deve pagarci le tasse si confrontano le aliquote Irpef del 2006 e quelle attuali: se le vecchie regole risultano più convenienti, vengono applicate. Dal primo gennaio 2027 però questo paracadute fiscale non esisterà più, come prevede il Testo unico delle imposte sui redditi (l'articolo 376 del Dlgs 117/2026), che abroga una norma introdotta vent’anni fa (l'articolo 1, comma 9, della legge 296/2006). Con potenziali conseguenze negative per i dipendenti con liquidazioni più alte.
Cos'è il Tfr e perché bisogna pagarci le tasse
Tfr significa trattamento di fine rapporto. In pratica è una parte della retribuzione che viene messa da parte ogni anno e che il dipendente riceve quando termina il rapporto di lavoro, indipendentemente dal motivo: dimissioni, licenziamento, pensionamento o scadenza del contratto.
Anche sulla liquidazione si pagano le tasse. Però la somma maturata non viene semplicemente aggiunta allo stipendio dell’ultimo anno di lavoro: se accadesse, una persona che riceve in una sola tranche decine di migliaia di euro – che in realtà sono stati accumulati in venti o trent'anni – rischierebbe di finire artificialmente negli scaglioni Irpef più alti. Per questo esiste la “tassazione separata”: il Fisco prova a ricostruire quale aliquota sia adeguata a una somma maturata nel corso di molti anni, calcolando un reddito teorico annuale. Per ottenerlo si divide il Tfr imponibile per il numero di anni in cui è stato maturato e si moltiplica il risultato per dodici. Ad esempio, se un dipendente ha accumulato 50mila euro in vent’anni, questa cifra va divisa per venti e il numero che ne risulta va moltiplicato per dodici. Il reddito di riferimento sarà quindi di circa 30mila euro. A partire da qui si calcola poi l’aliquota media da applicare alla liquidazione.
Cosa cambia dal primo gennaio 2027 sulle aliquote Irpef
Nel 2007 il governo Prodi riformò l’Irpef, modificando sia gli scaglioni di reddito che le percentuali associate a ciascun scaglione. Però l’esecutivo introdusse una clausola di salvaguardia, per evitare che la transizione al nuovo regime fiscale potesse far aumentare le tasse sul Tfr di alcuni contribuenti.
Quando si tassa la liquidazione infatti bisogna verificare anche quanto pagherebbe il lavoratore utilizzando le aliquote e gli scaglioni che esistevano al 31 dicembre 2006. Se il vecchio sistema è più vantaggioso, si usa quello. Questo paracadute fiscale non aveva una data di scadenza; di conseguenza, la norma è rimasta in vigore per quasi vent’anni, anche se nel frattempo l’Irpef è stata modificata più volte.
Il nuovo Testo unico delle imposte sui redditi abroga il paracadute. Dal primo gennaio 2027 i dipendenti non potranno più ricorrere alla clausola di salvaguardia: il Tfr verrà tassato sulla base delle regole vigenti, senza poter tornare alle aliquote del 2006 (anche quando e se risultano più favorevoli). La riforma interesserà tutti coloro che concluderanno il proprio rapporto di lavoro dopo la data prevista dalla legge.
Chi rischia di pagare più tasse e per chi non cambierà nulla
Ciò non significa che tutti i contribuenti pagheranno più tasse sulla liquidazione: in molti casi le aliquote attuali sono già più convenienti di quelle del 2006. Oggi si paga:
- il 23% fino a 28mila euro
- il 33% tra 28mila e 50mila euro
- il 43% oltre quella soglia
Nel 2006, invece, si pagava:
- il 23% fino a 26mila euro
- il 33% tra 26mila e 33.500 euro
- il 39% tra 33.500 e 100mila euro
- Sopra i 100mila euro si arrivava al 43%.
In pratica per i redditi bassi e medi il sistema attuale tende a essere più favorevole. Il vecchio regime comincia invece a poter diventare vantaggioso quando il reddito di riferimento si avvicina agli 80mila euro. Va precisato, tuttavia, che ci si riferisce sempre al reddito teorico utilizzato per calcolare l'aliquota della liquidazione, e non allo stipendio effettivo.