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Stipendi, in Italia dal 1990 sono scesi dell’1,6% rispetto agli altri paesi Ocse: l’analisi Upb sulle cause

Un’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio mostra come dal 1990 a oggi le retribuzioni reali in Italia siano calate dell’1,6%, a fronte di una crescita media del 35% nei Paesi dell’area Ocse. Tra l’esplosione del part-time e l’avanzare del terziario, la leva fiscale ha ormai esaurito i margini per fare da scudo allo stallo delle buste paga.
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C'è un treno che l'Italia sembra aver perso ormai da decenni: quello della crescita salariale. Mentre nel resto del mondo sviluppato l'aumento della ricchezza nazionale ha infatti spinto al rialzo anche i guadagni dei lavoratori, nel nostro Paese le buste paga sono rimaste bloccate in una lunga stasi che ne ha gradualmente eroso il valore reale. A scattare una fotografia impietosa di questo declino è un'analisi dell'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che ripercorre l'evoluzione dei redditi italiani dal 1990 a oggi rivelando una profonda trasformazione del nostro tessuto sociale ed economico.

Negli ultimi 30 anni gli stipendi in Italia sono scesi dell'1,6%: il confronto con i paesi Ocse

Negli ultimi tre decenni, mentre le principali economie mondiali registravano una crescita sostenuta delle retribuzioni, l'Italia ha vissuto invece una prolungata fase di stasi. Secondo i dati elaborati dall'Upb, tra il 1990 e il 2024 gli stipendi reali lordi a tempo pieno (misurati in termini equivalenti FTE) sono infatti diminuiti dell'1,6%. Il confronto con gli altri Paesi dell'area Ocse mostra un divario evidente:

  • Media Ocse: +35%
  • Stati Uniti: +50,5%
  • Regno Unito: +48,4%
  • Francia: +33,4%
  • Germania: +32,9%

Un'analisi che diventa ancora più complessa se si esamina il quadro reale dei lavoratori, incorporando la frammentazione contrattuale e la diffusione delle occupazioni non a tempo pieno. In questo scenario, le retribuzioni lorde reali subiscono infatti una contrazione del 6,6%. Parallelamente, si è ampliata anche la forbice della disuguaglianza interna: mentre la fascia di popolazione con i redditi più bassi (il primo decile) ha visto crollare la propria retribuzione del 40,8%, la quota più ricca (il novantesimo percentile) ha registrato invece un incremento contenuto del 3,3%, l'unico segmento ad aver battuto l'inflazione pur rimanendo al di sotto della crescita del PIL nazionale (+31%).

Le trasformazioni della struttura produttiva e l'aumento del part-time

All'origine di questo prosciugamento delle buste paga non c'è una semplice crisi temporanea, ma una vera e propria metamorfosi della struttura occupazionale italiana. Negli ultimi trentasei anni, il mondo del lavoro è stato ridisegnato da due forze concorrenti: la polverizzazione degli orari di lavoro e il progressivo svuotamento dell'industria a favore del terziario. Da un lato si è assistito all'esplosione del part-time, passato da fenomeno marginale nel 1990 (quando riguardava appena 4,4 lavoratori su 100) a realtà pervasiva che oggi coinvolge il 31,6% degli occupati. Un'espansione che in entrambi i casi maschera forme di sotto-occupazione subita: per le donne è una rinuncia forzata al tempo pieno, dettata dall'assenza di supporto e servizi pubblici a sostegno della famiglia (sono quasi sempre loro, infatti, a occuparsi in prima persona di figli e familiari); per gli uomini è l'unica opzione disponibile in assenza di offerte di lavoro ordinarie.

Dall'altro lato, l'Italia ha progressivamente ridimensionato la sua base industriale per convertirsi ai servizi. Nel 1990 la produzione e le fabbriche assorbivano oltre un terzo degli occupati (il 35,3%), mentre oggi la loro quota è scesa al 26,6%. La manifattura ha continuato invece a produrre valore, garantendo alle retribuzioni medie del settore un incremento del 16,5%.  Il problema è che la gran parte dei lavoratori si è spostata verso il settore dei servizi, che è passato a coprire dal 57,4% al 70% dell'occupazione totale. In questo comparto, caratterizzato da un'elevata presenza di contratti discontinui, mansioni meno qualificate e orari ridotti, i compensi medi sono letteralmente crollati del 20,9%.

L'incrocio di queste due dinamiche ha generato un corto circuito: il Paese impiega oggi un numero sempre maggiore di persone in settori che pagano meno e con contratti a tempo parziale, creando la ricetta perfetta per l'assottigliamento dei redditi medi.

Il fisco come paracadute: come l'Irpef ha attutito il calo dei salari

Di fronte allo stallo prolungato dei salari, i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi trent'anni hanno usato la leva fiscale come un vero e proprio paracadute d'emergenza. Non potendo intervenire direttamente sui meccanismi di mercato che determinano gli stipendi, lo Stato ha agito sull'Irpef, accentuando in modo marcato la progressività dell'imposta: in sostanza, oggi chi guadagna meno paga meno rispetto al passato, mentre il carico si è appesantito sulle fasce di reddito più alte. Questo stravolgimento della curva fiscale emerge confrontando il sistema attuale con quello del 1990 (con le cifre riproporzionate al valore dell'euro di oggi). Trent'anni fa il fisco iniziava a chiedere un contributo già a partire da circa 8.257 euro di reddito. Oggi la soglia di esenzione, tra no tax area e detrazioni, copre le dichiarazioni fino a 16.347 euro, arrivando persino a trasformare l'imposta in un sussidio diretto per i redditi più bassi. Il punto di equilibrio si trova a quota 35.100 euro: al di sotto di questa cifra le tasse di oggi sono più leggere rispetto a quelle di trent'anni fa, mentre al di sopra il prelievo diventa più severo (su un reddito di 100 mila euro, ad esempio, l'aliquota effettiva è salita dal 30% a quasi il 35%). Poiché oltre l'80% dei lavoratori dipendenti italiani dichiara meno di 35.100 euro all'anno, la grande maggioranza della popolazione ha beneficiato di questo alleggerimento.

Nei fatti, il fisco ha funzionato come un ammortizzatore sociale, riducendo l'impatto dei tagli salariali sofferti soprattutto nei settori più deboli. Nel terziario e tra i lavoratori con contratti discontinui o part-time, ad esempio, una contrazione del reddito lordo del 15,1% è stata fortemente attutita dagli sconti fiscali, trasformandosi in un calo netto in busta paga più contenuto, pari al 5,9%. Al contrario, nell'industria, dove i salari lordi a tempo pieno sono cresciuti del 17,9%, l'imposta progressiva ha trattenuto una quota maggiore di risorse, traducendosi in un aumento netto del 16,4%.

Nel complesso di tutti i settori professionali, l'intervento dello Stato ha permesso di dimezzare quasi le perdite: a fronte di un crollo medio degli stipendi lordi dell'8,2%, il calo effettivo registrato nelle tasche degli italiani si è fermato al 4,9% netto. La fiscalità ha così evitato un crollo ancora più rovinoso dei consumi per i redditi bassi, lasciando però scoperto il problema principale: le tasse possono redistribuire la ricchezza per proteggere chi è in difficoltà, ma non hanno la forza di crearne di nuova.

Il paradosso della politica e i limiti della leva fiscale

Dietro questa complessa architettura fiscale si nasconde un paradosso squisitamente politico. Negli ultimi trent'anni, infatti, la gestione delle tasse in Italia ha evidenziato una contraddizione costante: ciò che i diversi schieramenti hanno promesso negli slogan è spesso l'esatto contrario di ciò che hanno poi realizzato al governo. Il centrodestra, ad esempio, ha fatto della Flat Tax una storica bandiera ideologica. Alla prova pratica delle riforme, però, i suoi interventi principali (dai primi moduli Irpef targati Berlusconi fino al recente taglio del cuneo fiscale) hanno ottenuto il risultato opposto: hanno accentuato la progressività del sistema, concentrando gli sconti sulle fasce di reddito più basse. Sul fronte opposto, il centrosinistra ha sempre fatto della redistribuzione e della difesa dei deboli la propria identità politica. Eppure, proprio da quell'area sono nati o stati sostenuti provvedimenti come il Superbonus, che ha finito per trasferire un'enorme mole di risorse pubbliche verso chi era già proprietario di immobili di valore.

Questo corto circuito tra propaganda e realtà ha trasformato i tagli alle tasse in una sorta di anestetico permanente per compensare la stasi degli stipendi. Si tratta però di un meccanismo che ha ormai raggiunto un doppio limite strutturale:

  • Non c'è più nulla da tagliare: sui redditi più bassi le tasse sono state ridotte quasi a zero o già convertite in veri e propri sussidi diretti.
  • Il fisco non crea ricchezza: le imposte possono decidere come spartire la torta (spostando risorse da chi ha di più a chi ha di meno), ma non hanno la capacità intrinseca di farla ingrandire.

L'illusione di poter curare il calo delle buste paga affidandosi esclusivamente alle leve fiscali si è così definitivamente spenta. Senza una vera crescita dei salari lordi sul mercato del lavoro, garantita dallo sviluppo economico e da contratti adeguati, infatti, lo Stato non ha più alcun margine per fare da scudo al potere d'acquisto degli italiani.

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