Stipendi, dal 7 giugno puoi sapere quanto guadagnano i colleghi in busta paga: scatta la direttiva Ue

Dopo anni di lavori, prima nelle istituzioni europee e poi in quelle italiane, entra in vigore la direttiva sulla trasparenza salariale. La data da cerchiare è quella del 7 giugno 2026, quando il decreto legislativo adottato dal governo per recepire la direttiva (e pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale) sarà pienamente efficace. Nell'immediato, le conseguenze saranno due. Una nei colloqui e negli annunci di lavoro: sarà obbligatorio per legge indicare lo stipendio proposto, o almeno la fascia di retribuzione. Un'altra per i dipendenti già assunti: si potrà fare richiesta per conoscere lo stipendio medio degli altri lavoratori e lavoratrici che svolgono la stessa mansione, o una equivalente.
Approvata quasi esattamente tre anni fa, la direttiva punta soprattutto a contrastare la disuguaglianza di stipendio tra uomini e donne. Non a caso, nei prossimi anni le aziende medio-grandi saranno tenute a comunicare regolarmente al ministero del Lavoro i loro livello retributivi e le eventuali differenze tra dipendenti donne e uomini, spiegandone il motivo e se necessario intervenendo per correggerle.
Questo però avverrà più avanti: dal 1° giugno 2027, con obbligo di aggiornare i dati ogni tre anni per le aziende fino a 250 dipendenti e ogni anno per quelle oltre i 250 dipendenti. Le aziende tra i 100 e i 149 dipendenti saranno incluse nell'obbligo solo dal 2031, mentre il rapporto complessivo sui salari resterà facoltativo per quelle sotto i 100 dipendenti. Non ci sono distinzioni, invece, per i due nuovi obblighi sugli annunci di lavoro e sulla busta paga dei colleghi: entrambi scattano il 7 giugno e senza eccezioni per aziende piccole o grandi.
Come conoscere lo stipendio medio dei colleghi
Il decreto legislativo con cui l'Italia applicherà le norme sulla trasparenza salariale è composto di 17 articoli, ma i due più interessanti nell'immediato sono l'articolo 5 e l'articolo 7. Quest'ultimo si chiama semplicemente "diritto di informazione", e spiega che tutti i dipendenti del pubblico e del privato hanno "il diritto di richiedere e ricevere per iscritto" le "informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore".
Ovvero, chiunque può chiedere per iscritto quanto guadagnano i colleghi che fanno lo stesso lavoro, oppure un lavoro equivalente. Non si parla delle buste paga ricevute dalle singole persone (informazione protetta da privacy), ma della paga media ricevuta da chi lavora in quella mansione. La risposta deve arrivare "entro due mesi dalla richiesta", che si può presentare anche tramite rappresentanti sindacali o organismi interni per la parità, se ci sono. La richiesta si può fare al massimo una volta all'anno. Se poi la risposta ricevuta dal datore di lavoro è imprecisa o incompleta, il dipendente può chiedere "ulteriori chiarimenti". In questo caso, la risposta dell'azienda "deve essere motivata".
Da parte loro, i datori di lavoro possono anche decidere di pubblicare (magari "nell'area riservata del sito internet aziendale", se c'è) le informazioni in questione. In questo caso, rendendo subito tutte le informazioni disponibili, si evita di dover rispondere alle singole richieste. Non solo: le aziende sono obbligate a ricordare a tutti e tutte le dipendenti, almeno una volta all'anno, che hanno il diritto di chiedere questa informazione.
La funzione di questa norma è evidente: serve a far emergere eventuali discrepanze tra le paghe dei colleghi (e soprattutto delle colleghe). Un modo per fare sì che i dipendenti siano a conoscenza di quanto vale lo stipendio medio e possano segnalare discriminazioni di genere. Infatti, il decreto specifica anche che non si può vietare ai lavoratori (neanche inserendolo in una clausola del contratto) di far sapere pubblicamente il proprio stipendio.
Obbligatorio scrivere lo stipendio negli annunci di lavoro
La seconda novità è quella dell'articolo 5, e riguarda gli annunci e i colloqui di lavoro. Il decreto che entra in vigore il 7 giugno 2026 stabilisce che chi si candida per un impiego deve ricevere delle "indicazioni in ordine alla retribuzione iniziale o alla relativa fascia da attribuire alla posizione". Insomma, deve sapere quanto è pagato il posto. Le indicazioni sullo stipendio devono essere inserite "negli avvisi e nei bandi con cui vengono rese note le opportunità di lavoro".
C'è anche il rovescio della medaglia: il potenziale futuro di lavoro deve dire alla candidata o al candidato quanto sarebbe pagato, ma non può chiedergli quanto prendeva nell'impiego precedente: "Non possono essere chieste informazioni sulle retribuzioni percepite negli attuali o nei precedenti rapporti di lavoro". Neanche "indirettamente". Infine, gli avvisi di lavoro devono essere scritti "secondo criteri neutri sotto il profilo del genere, anche in relazione ai titoli professionali richiesti".
Resta da vedere quanto la norma sarà rispettata, e quanto tempo ci vorrà. Oggi in Italia, secondo la maggior parte delle ricerche sul tema, meno di un'azienda su tre indica nell'annuncio di lavoro lo stipendio offerto, o almeno una fascia di riferimento.