"Quando iniziai il percorso della fecondazione assistita provai la consapevolezza di entrare in un territorio dove la vita smette di essere un progetto individuale e diventa qualcosa di più imprevedibile". Con queste parole Silvia Salis affida al suo libro il racconto della nascita del figlio Eugenio, arrivato nel 2023 dopo oltre un anno di attese e ricerche. A colpire, però, è la chiosa che la sindaca di Genova sente la necessità di aggiungere: "Non c'è niente di cui vergognarsi".
Viene quindi spontaneo chiedersi: è davvero possibile che nel 2026 una donna con un ruolo istituzionale di vertice senta ancora il dovere di precisare che ricorrere alla medicina riproduttiva non è una colpa? E com'è possibile che, in un Paese che trasforma l'inverno demografico in una retorica quotidiana, la fecondazione assistita debba essere trattata alla stregua di un segreto da custodire, una debolezza da confinare tra le mura di casa o il capriccio tardivo di chi ha costruito una professione prima di pensare a un figlio?
Non solo è possibile: è la realtà quotidiana. E accade perché l'Italia viaggia da sempre su un doppio binario: da una parte si invoca la natalità a ogni tribuna politica, dall'altra si pretende che la maternità arrivi esclusivamente per via spontanea, senza intoppi e senza l'aiuto della scienza. Se una donna aspetta per conquistare la propria indipendenza economica finisce sotto accusa per aver perso tempo; se poi il concepimento non riesce e bussa alle porte della medicina, scattano il pudore imposto, il giudizio morale e la necessità di doversi giustificare.
Una contraddizione che si misura nei fatti: liste d'attesa interminabili nella sanità pubblica, cliniche private dai costi proibitivi e un senso di colpa scaricato (ancora) interamente sulle donne.
L'illusione del tempo e il tabù di una colpa inventata
La discrepanza tra i tempi della vita contemporanea e quelli della biologia riproduttiva è ormai una costante generazionale. Si arriva alla scelta di una gravidanza dopo anni spesi a cercare stabilità lavorativa e un minimo di sicurezza economica, ma quando le condizioni materiali finalmente lo permettono, ci si scontra con una realtà fisiologica di cui si parla troppo poco: già verso i trent'anni la fertilità inizia una prima flessione, per poi subire un calo molto più rapido superati i trentacinque, riducendo le probabilità di un concepimento naturale e allungando i tempi dell'attesa.
I dati del Ministero della Salute e dell'Istituto Superiore di Sanità descrivono una realtà inequivocabile: ogni anno in Italia nascono oltre diciassettemila bambini grazie alla procreazione medicalmente assistita, pari a quasi il 4,5% del totale delle nascite nazionali. L'età media delle donne supera i trentasei anni e mezzo (salendo a quasi quarantadue per l'eterologa) collocando le pazienti italiane tra le più anziane d'Europa. A fronte di numeri che attestano un bisogno sanitario di massa, persiste però ancora l'idea che l'infertilità sia una vergogna intima. Le donne affrontano stimolazioni ormonali pesanti, prelievi all'alba e controlli ecografici continui prima di entrare in ufficio, inventando scuse con datori di lavoro e colleghi per non insospettire nessuno. Quando il ciclo fallisce, la risposta sociale è spesso un silenzio imbarazzato che trasforma un normale limite biologico in un insostenibile fallimento personale.
Il diritto alla cura sospeso tra burocrazia e liste d'attesa
Questo isolamento culturale prospera sulle macerie organizzative del Servizio Sanitario Nazionale. Sulla carta, la fecondazione assistita è stata inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza ed è teoricamente accessibile attraverso il pagamento di un ticket. Nei fatti, il percorso si trasforma in una lotteria territoriale. Le Regioni si muovono infatti con criteri disomogenei, fissando tetti anagrafici che oscillano tra i quarantatré e i quarantasei anni e decidendo per via amministrativa chi ha diritto alle cure e chi viene escluso per ragioni di calendario.
Il vero sbarramento resta la gestione del tempo. Negli ospedali pubblici e nei centri convenzionati le liste d'attesa viaggiano regolarmente su medie che superano i dodici mesi, toccando in molti territori punte di un anno e mezzo. Per una donna di trentanove o quarant'anni che tenta di concepire con i propri gameti, un'attesa burocratica di diciotto mesi coincide con una condanna clinica: distrugge le residue percentuali di successo del trattamento. La lentezza della sanità pubblica finisce così per respingere le pazienti, costringendole a scegliere tra la rinuncia definitiva alla maternità e la fuga verso il settore privato.
La privatizzazione della fertilità e la selezione per censo
L'uscita dal canale pubblico consegna così le coppie al mercato della sanità privata, dove la medicina riproduttiva impone tariffe insostenibili per un normale bilancio familiare. Un singolo ciclo di fecondazione omologa oscilla tra i 3500 e i 6mila euro. Quando la riserva ovarica o la qualità del liquido seminale impongono il ricorso alla donazione eterologa di gameti, il costo per ogni tentativo sale rapidamente a un intervallo compreso tra i 7mila e i 10mila euro. A questi importi si sommano poi le spese vive per gli accertamenti preliminari, le biopsie per la diagnosi genetica pre-impianto degli embrioni e i farmaci ormonali di supporto, coperti solo parzialmente dal sistema pubblico. E poiché, come certifica il Registro Nazionale PMA dell'Istituto Superiore di Sanità, la percentuale di gravidanza al primo tentativo supera raramente il 25% e crolla sotto il 10% superati i quarant'anni, una coppia deve mettere in conto due, tre o anche quattro tentativi prima di arrivare al parto o di arrendersi. La spesa complessiva supera con facilità i venti o trentamila euro, costringendo le persone a contrarre debiti o a intaccare i risparmi di una vita. Insomma, senza una reale copertura statale, la salute riproduttiva si compra sul mercato privato come un privilegio esclusivo per i ceti abbienti.
Il cognome della madre e lo scardinamento dei vecchi modelli
In questo quadro si inserisce con naturalezza l'altra decisione annunciata da Salis: attribuire al figlio il cognome materno, applicando la sentenza pronunciata dalla Corte Costituzionale nel 2022 che ha dichiarato illegittimo l'automatismo del patronimico. Una scelta che oltrepassa la memoria affettiva del padre scomparso per andare a intaccare una consuetudine patriarcale ancora dura a morire nella prassi e nella mentalità comune.
Per generazioni il sistema anagrafico ha infatti cancellato il nome delle donne dalla genealogia familiare, trattando la madre come una presenza priva di riflessi sull'eredità simbolica dei figli. La rivendicazione del cognome materno stabilisce che la responsabilità genitoriale appartiene a entrambi con pari dignità di fronte alla legge. Ed è proprio questo il filo che unisce la battaglia sui registri dello stato civile a quella sulla fecondazione assistita: il rifiuto di subire regole e consuetudini nate per nascondere la realtà del nostro tempo. Due scelte che portano un'esperienza personale fuori dal perimetro del riserbo privato, rimettendo al centro della discussione pubblica ciò che ancora oggi viene trattato come un fatto da tacere.