1 Luglio 2022
11:43

Scuola, supplenti Covid senza stipendi da mesi: “Senza garanzie c’è chi rinuncia al contratto”

Il personale scolastico precario attende il pagamento dei mesi scorsi, gli arretrati sono anche di due-tre mesi. Nei casi più gravi si parla di novembre dello scorso anno. Il deputato Sapia (Alternativa) chiede chiarimenti al ministro Bianchi.
A cura di Stefano Iannaccone

Hanno coperto i vuoti di organico in piena pandemia. Hanno garantito alla scuola di andare avanti, in un clima incerto, tra mille difficoltà. E oggi vengono ripagati – o meglio non pagati – con stipendi che arrivano in ritardo, per chi ha la fortuna di riceverlo. È la situazione grottesca in cui si trovano migliaia di insegnanti precari, tra cui gran parte riguarda cosiddetti “supplenti Covid”, insieme al personale Ata, quello ausiliario. Il motivo è simile a tante altre vicende italiane: questioni burocratiche e poca chiarezza sulle modalità con cui bisogna operare. Secondo quanto denunciato un comunicato unitario di Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Snals del Piemonte c’è stata “una controversia fra Ministero Istruzione e Ministero Economia e Finanze sull’ammontare delle risorse finanziarie necessarie per il pagamento di questi contratti equiparati a supplenze brevi con termine 11 giugno”.

La denuncia arriva dal Piemonte, certo, ma riguarda a macchia di leopardo tante altre zone d’Italia. Una roulette, in cui i più fortunati vincono il saldo di quanto gli spetta per legge. Così mentre gli uffici provano a mettersi d’accordo, i ritardi si accumulano. In molti casi si parla mesi, qualcuno si avvicina addirittura pericolosamente all’anno di attesa. “Alcuni lavoratori devono ancora percepire le mensilità di ottobre e di novembre scorso”, dice a Fanpage.it Francesco Sapia, deputato di Alternativa, che ha presentato un’interrogazione alla Camera per chiedere un intervento del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, d’intesa con il numero uno del Mef, Daniele Franco. Sono entrambi parti in causa. Al danno va aggiunta una beffa: a chi è scaduto il contratto, e non ha ricevuto il pagamento, non può nemmeno avanzare la richiesta della Naspi, l’indennità di disoccupazione, all’Inps. L'Istituto chiede i cedolini che attestano il saldo delle prestazioni, che ovviamente non ci sono. Un cortocircuito.

La situazione è confermata dalle organizzazioni sindacali: “Molte lavoratrici e lavoratori già in servizio da settembre o dalla prima settimana di ottobre, ad oggi, non hanno percepito alcuna retribuzione per il lavoro svolto regolarmente”. “Non è assolutamente ammissibile, è la sintesi della protesta, “che il personale scolastico supplente, docente o Ata riceva lo stipendio con tre, quattro mesi di ritardo”. “Chi lavora ha diritto ad essere pagato regolarmente. Spesso lo stipendio che ricevono rappresenta l’unica fonte di reddito in famiglia, e si capisce facilmente quanti e quali problemi possa dare un ritardo simile”, insistono i sindacati. Sarebbe la normalità. Invece si arriva così a storie che suonano come incredibili, ma rendono l’idea del punto a cui si è giunti: si apprende che alcuni docenti stanno rifiutando le proposte di contratto, perché le spese di spostamento con i mezzi pubblici, o con la propria auto, diventano insostenibili di fronte alle lungaggini nei pagamenti. Meglio non lavorare, paradossalmente.

Spesso si tratta di persone che affrontano “viaggi” quotidiani di 200 chilometri tra andata e ritorno, non proprio una passeggiata. L'obiettivo sarebbe quello di accumulare un salario. Poi, però, c’è un quadro che diventa difficile anche da interpretare, anche se non è proprio uno scenario inedito. Secondo quanto raccontano a Fanpage.it in passato si sono verificati problemi, per cause sempre varie, dal sistema informatico non funzionante alla scarsità delle risorse oppure al rimpallo di responsabilità su chi deve firmare la documentazione. Un catalogo vasto e anche fantasioso. Fatto che sta che quando si tratta di pagare gli stipendi a supplenti e personale emerge sempre qualche inghippo. “Eppure non sono dipendenti di serie B o peggio. Svolgono esattamente lo stesso lavoro dei loro colleghi di ruolo, con pari responsabilità e doveri e quindi anche diritti”, incalzano sul punto i sindacati.

Per Sapia è necessario un intervento del governo, un'iniziativa politica forte che possa coinvolgere anche il Parlamento: “Ci sono decine di migliaia di precari che non ricevono stipendi da mesi, mentre le bollette rincarano, la spesa diventa più cara, occorre trovare una rapida soluzione. A che punto vogliamo arrivare?”. Il parlamentare ha evidenziato un ulteriore aspetto: nel decreto Pnrr 2 è stata prevista la riduzione dell’organico del personale docente dal 2026 al 2031 per favorire la formazione, prevedendo un bonus una tantum per chi partecipa al processo formativo. Un taglio mascherato da incentivo a seguire i corsi. “Un governo che continua a tagliare come l'istruzione e la sanità è davvero ingiustificabile”, incalza Sapia. “Eppure – conclude il deputato – è quanto sta avvenendo in maniera costante”. In un clima di sostanziale disattenzione verso il destino di questi precari del Covid. Dimenticati come tanti altri "eroi".

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