video suggerito
video suggerito

Il caso delle 200 lavoratrici Claire’s senza un euro da 7 mesi: “Col frigo vuoto, c’è chi va dagli strozzini”

Viaggio nella crisi della Claire’s, multinazionale degli accessori in liquidazione giudiziale. L’accordo per la cassa integrazione c’è, ma i soldi non arrivano. La denuncia di una delle 200 lavoratrici: “Mio marito fa tre lavori e non vede nostro figlio. C’è chi è finita nelle mani degli strozzini per fare la spesa”.
Graziana Fedele
Graziana Fedele

Lo Stato ha stanziato i fondi per la cassa integrazione, ma lo Stato stesso non li eroga. È l'assurdo corto circuito in cui da mesi si trovano intrappolate circa 200 lavoratrici di Claire’s Italy S.r.l., la nota catena multinazionale specializzata nella vendita di bigiotteria, accessori moda e cosmetici. Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna fare un passo indietro e tornare all'autunno scorso, quando l'azienda ha presentato formale istanza di liquidazione giudiziale presso il Tribunale di Roma.

Ma che cos'è la liquidazione giudiziale? In sostanza, si tratta della procedura che ha sostituito il vecchio concetto di "fallimento" nelle leggi italiane. Quando un'azienda non può più reggersi in piedi, il Tribunale interviene congelando l'attività, estromettendo i dirigenti e affidando tutto in mano a un curatore fallimentare, figura che in questa vicenda rivestirà un ruolo chiave e il cui compito – in qualità di pubblico ufficiale – è vendere i beni rimasti della società per provare a pagare i creditori e i dipendenti.

Come riporta il Ministero delle Imprese e del Made in Itali nel verbale dell'incontro che si è svolto lo scorso 28 ottobre, nel caso di Claire’s, il crollo italiano è stato l'effetto domino del fallimento della capogruppo negli Stati Uniti, che ha privato la filiale del nostri Paese dei rifornimenti di merce e di ogni autonomia finanziaria. Il risultato? La chiusura definitiva dei 35 punti vendita in diverse regioni d'Italia, tra cui Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia, Puglia, Campania, Toscana, Liguria e Friuli-Venezia Giulia.

Per salvaguardare i circa 300 dipendenti (quasi tutte donne), il 2 marzo 2026 è stato siglato un accordo al Ministero del Lavoro per la concessione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) per cessazione di attività, retroattiva dal 6 dicembre 2025.  Quella che doveva essere la rete di sicurezza per le lavoratrici ex Claire’s si è trasformato però in un vicolo cieco kafkiano che lascia duecento famiglie senza alcun reddito da sette mesi. Il paradosso è tutto racchiuso in un blocco informatico: i soldi ci sono, ma l'INPS e il curatore fallimentare si palleggiano la responsabilità su un errore di inoltro dei documenti.

In questo perfetto muro di gomma, le altre istituzioni hanno finito per abbandonare le lavoratrici a un avvilente scaricabarile: i funzionari del Ministero si negano ormai al telefono ignorando i solleciti, mentre le prefetture hanno di fatto abdicato al loro ruolo di mediazione.

La mail del Ministero del Lavoro che certifica l’impasse per le 200 lavoratrici di Claire’s
La mail del Ministero del Lavoro che certifica l’impasse per le 200 lavoratrici di Claire’s

La storia di Graziana: "Il fallimento era nell'aria, ma ci dicevano che andava tutto bene"

Dalla sede di Brindisi, Graziana Fedele, ex store manager della catena, ha deciso di rompere il silenzio e raccontare a Fanpage.it a il baratro economico e psicologico in cui sono state gettate lei e le sue colleghe. Graziana lavorava da tre anni per Claire’s e aveva capito molto prima dei tavoli istituzionali che la nave stava affondando. "Ci sono stati anni d’oro, 15 anni fa, quando non c’erano Shein o Temu, quando l’online non esisteva ancora e si acquistava solo nei negozi fisici. I contratti all'inizio erano fantastici, nessuno dava gli stipendi di Claire’s. Ma quando sono arrivata io nel 2023, per la sede di Brindisi, già qualcosa scricchiolava".

Graziana descrive un clima di forte tensione nel suo punto vendita, con merce spesso gettata e problemi nella gestione del negozio: "Il fallimento era nell’aria già da marzo 2025, ma alcuni capi smentivano. Ho provato a chiedere, ma andava sempre tutto bene. Se c’era una perdita la colpa era solo del team o dello store manager. E poi, ad agosto, è arrivato il fallimento".

Graziana Fedele, una delle lavoratrici Claire’s
Graziana Fedele, una delle lavoratrici Claire’s

La pratica della cassa integrazione sospesa da 7 mesi

Quando i negozi vengono chiusi definitivamente, a dicembre del 2025, le lavoratrici chiedono una cosa sola: essere licenziate per poter accedere alla NASpI (l'indennità di disoccupazione), un'entrata economica immediata e sicura per poter mantenere le famiglie e frequentare corsi di aggiornamento.

Racconta ancora Graziana: "Ci avevano assicurato che saremmo state licenziate entro il 31 gennaio per poter accedere subito alla NASpI. Invece dal 27 novembre non abbiamo più visto un solo stipendio. Anche il TFR, la tredicesima, le ferie e i premi sono totalmente bloccati". Dopo mesi di attesa, i sindacati hanno proposto la cassa integrazione per cessazione attività. "Ci era stata presentata come una soluzione più vantaggiosa: un anno di ammortizzatore sociale per chi restava senza lavoro. Ci hanno indirizzate con forza su questa strada, ma per presentare la domanda al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sono subito arrivati i primi problemi: presentata a gennaio, è stata accettata solo a marzo. E dopo aver ottenuto l’ammortizzatore, i sindacati sono praticamente scomparsi, perché secondo loro la situazione era risolta. Non hanno considerato che, a distanza di mesi, la Cassa Integrazione non è ancora stata pagata: la pratica è ancora bloccata in attesa dell’approvazione da parte dell’INPS".

"Tra marzo e aprile – continua Graziana – molti hanno lasciato l’azienda, chi perché ha trovato un altro lavoro, chi perché avendo un figlio di meno di un anno ha potuto accedere subito alla NASpI. Per noi rimaste, circa 200 persone, sono ormai sei mesi e mezzo che siamo bloccate in un limbo. La NASpI non ci spetta perché, con la domanda di cassa integrazione in corso, non sussiste il licenziamento per giusta causa. L’unica cosa che possiamo fare è attendere, senza certezze né risposte, che arrivi qualche pagamento".

"Mio marito fa tre lavori: porta i soldi a casa ma non vede nostro figlio"

Dietro i ritardi dell'INPS e i rimpalli di responsabilità tra curatore fallimentare della Claire's e funzionari pubblici ci sono i frigoriferi vuoti e le spese per andare avanti. Graziana racconta lo sforzo disperato della sua famiglia per non affondare, una resistenza pagata a un prezzo umano altissimo.

"So bene che non è una novità che la burocrazia in Italia sia troppa e troppo lenta. Però nel 2026, un periodo storico già difficile di suo, non si può lasciare la gente senza stipendio per sette mesi. Personalmente ho esaurito tutti i miei risparmi. Le spese mensili di base, il mutuo, l'affitto e la ristrutturazione con un neonato in casa non potrebbero essere affrontate nemmeno con l'importo della cassa integrazione, che è comunque più basso di uno stipendio normale. Figuriamoci senza nulla. Eppure è successo. Siamo senza più risorse economiche, ma soprattutto mentali".

In queste condizioni non si vive, si sopravvive, e a un prezzo carissimo: "Mio marito – racconta ancora Graziana – oggi è costretto a fare tre lavori contemporaneamente per mettere insieme i soldi per le spese quotidiane. Fa i salti mortali, ma la verità è che non vede praticamente mai il bambino, se non per dieci minuti al giorno prima di crollare dal sonno. Non trovo giusto che per colpa di certi signori che stanno ai piani alti una famiglia debba essere distrutta. I soldi non fanno la felicità, ma non averne può distruggerti. Quando ci sono bambini piccoli, o genitori da accudire, o malattie in corso, bisogna essere dei mostri per permettere che accada tutto questo".

Il frigo vuoto e l'ombra degli usurai

La dignità calpestata si misura nelle piccole cose, come non poter comprare i beni di prima necessità per un neonato. Ma la disperazione, all'interno del perimetro della vertenza Claire's, ha superato i livelli di guardia, spingendo qualcuna persino a rivolgersi alla criminalità.

"Ho un bambino di 11 mesi – dice Graziana – a dicembre ne aveva 5. Non potevamo nemmeno comprare i pacchi scorta di pannolini o di latte artificiale al supermercato perché dovevamo andare avanti comprando un solo pacco alla volta, settimana dopo settimana, incastrandolo in mezzo alle altre scadenze. Spesso avevamo il frigo vuoto. Ho dovuto bloccare persino la ristrutturazione di due B&B che sarebbero stati la mia rendita dopo aver perso il lavoro; ma intanto continuiamo a pagare il mutuo di quei B&B e l’affitto della casa dove viviamo".

"C’è però un episodio legato a una mia collega che mi ha turbata e ferita particolarmente. Anche lei è una store manager. Per disperazione, non sapendo più come mettere il pranzo in tavola e come pagare le bollette, si è dovuta rivolgere agli strozzini. Agli usurai. E poi, per poter restituire quei soldi ed uscire da quel giro, ha dovuto chiedere aiuto di nascosto ad alcune di noi. Ci hanno ridotto la dignità sotto i piedi. Non aggiungo altro".

La stringatissima risposta ricevuta da una lavoratrice Claire’s dal Difensore Civico regionale della Lombardia, figura istituzionale il cui compito è fare da tramite e pacere tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione
La stringatissima risposta ricevuta da una lavoratrice Claire’s dal Difensore Civico regionale della Lombardia, figura istituzionale il cui compito è fare da tramite e pacere tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione

L'appello: "Chiediamo i nostri soldi. Non si può perdere tempo sulla pelle della gente"

Dopo mesi di silenzio le ex lavoratrici di Claire's si sono rivolte a INPS, prefetture, Regioni, sindacati e Ministero; non hanno ottenuto nessuna risposta concreta e, soprattutto, nessuno sblocco dei pagamenti di quanto loro dovuto. Per questo hanno contattato Fanpage.it, nella speranza di riuscire a ottenere quanto spetta loro. Graziana conclude con un appello: "Alle istituzioni chiediamo un immediato intervento. Chiediamo i nostri soldi. Ci sarebbe da chiedere i danni all’INPS più che alla nostra azienda, perché capiamo la burocrazia, ma sette mesi sono troppi. Si mettano una mano sulla coscienza, non si può perdere tutto questo tempo sulla pelle della gente".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views