Riconoscimento facciale IA per la polizia, il governo va di fretta ma in Parlamento la destra si divide ancora

Doveva essere un decreto legislativo da approvare in fretta e, nelle intenzioni del governo, senza troppo clamore. Ma ormai il testo che regola l'uso del riconoscimento facciale e dell'intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia è finito al centro del dibattito politico, soprattutto a causa delle proteste delle opposizioni. Negli ultimi due giorni, dall'esecutivo è arrivata un'accelerata che, però, non è andata a buon fine. Anche Forza Italia ha sollevato delle obiezioni sul testo – anche se ha comunque votato pareri favorevoli. Il nodo arriverà al pettine all'inizio della prossima settimana, con l'ultima discussione parlamentare il probabile appuntamento del Cdm di martedì che potrebbe dare il via libera definitivo.
Perché la norma sull'IA usata dalla polizia fa discutere
Il contenuto del decreto è ormai noto, soprattutto nelle sue parti più controverse e delicate. In particolare, l'articolo 8 per come è scritto al momento permetterebbe alla polizia di accedere a sistemi di identificazione biometrica con IA in tempo reale, negli spazi pubblici, per individuare una persona. Ad autorizzare l'uso di questi sistemi non sarebbe un'autorità amministrativa terza o un giudice, ma un pm. E in casi considerati urgenti la polizia potrebbe anche agire di sua iniziativa, chiedendo l'autorizzazione solo a posteriori.
L'articolo 10, invece, permetterebbe di registrare e conservare per una settimana i volti di tutti i cittadini che passano in luoghi pubblici considerati "caratterizzati da particolari esigenze di ordine e sicurezza pubblica" (come strade o piazze, in occasione di manifestazioni). Le forze di polizia, in questo caso con la semplice autorizzazione di un ufficiale designato dalla Questura, potrebbero quindi raccogliere i dati di migliaia di cittadini e conservarli per giorni, per poi usarli a piacimento se necessario.
Il percorso del decreto finora
Il decreto in questione nasce da un regolamento europeo che, nel 2024, ha dato delle indicazioni precise che ciascuno Stato deve recepire sul tema dell'IA, il cosiddetto AI Act. A ottobre 2025 il Parlamento ha approvato una legge delega che ha dato al governo Meloni il potere di adottare, entro un anno (quindi entro il 10 ottobre 2026), i decreti necessari a far entrare in vigore anche nel nostro Paese le normative europee. Il 24 giugno, poco più di un mese fa, il governo ha presentato il decreto legislativo che riguarda, appunto, l'IA e le forze di polizia.
Il testo non ha bisogno di un voto in Aula per diventare legge. Essendo un decreto legislativo, bisogna solo aspettare che in Parlamento le commissioni competenti diano un parere, che può essere favorevole del tutto, favorevole con delle annotazioni o contrario. Tuttavia, questo parere non è vincolante. Se i parlamentari suggeriscono di apportare delle modifiche al testo, il governo non è tenuto a farlo. Se i lavori si prolungano e il parere non arriva entro quaranta giorni, quindi entro lunedì 3 agosto, il decreto può essere comunque emanato ed entrare in vigore senza problemi.
Secondo Filippo Sensi, senatore del Pd che ha contestato duramente la misura e siede in commissione Affari europei (una di quelle che ha dovuto dare un parere sul decreto), inizialmente sembrava che la questione "fosse destinata ad avere una lunga trattazione", anche perché le materie che tratta sono così delicate. Ma le cose sono andate diversamente.
L'accelerazione del governo, poi lo stop e le divisioni interne
"Improvvisamente, invece, è arrivato l'input perentorio di Palazzo Chigi: bisogna approvarlo in fretta", ha raccontato Sensi a Fanpage.it. Il 29 luglio, senza particolare preavviso, in commissione Affari europei al Senato la maggioranza ha deciso di approvare un parere favorevole e senza critiche: "L'hanno blindato, nessuna discussione". Da qui sono nate le proteste dell'opposizione, ignorate del tutto dal centrodestra.
Ieri, 30 luglio, l'accelerazione si è però bloccata. E il motivo è stato che, da parte di Forza Italia, erano già arrivate delle osservazioni critiche sul testo. La commissione Affari europei, questa volta quella della Camera, si è riunita di mattina per votare un parere favorevole. Ma il parere firmato dalla relatrice del provvedimento, la deputata di FI Cristina Rossello, sollevava diverse obiezioni – per quanto, formalmente, fosse un parere favorevole.
Il contenuto di quel parere era stato presentato alla commissione già la settimana prima, il 22 luglio. La questione era stata rinviata. Arrivati al momento del voto, però, il centrodestra ha voluto evitare di approvare un testo che, appunto, faceva numerose critiche al decreto: in pratica metteva in evidenza le stesse criticità lamentate dalle opposizioni, in alcuni casi parola per parola, anche se si limitava a chiedere al governo di impegnarsi a migliorarle (una richiesta, bisogna ricordarlo, non vincolante). Alla fine, Rossello è stata spinta a ritirare il suo parere e il voto in commissione è saltato, rinviato alla prossima settimana.
Nel pomeriggio sono emerse altre complicazioni per i piani del governo, che voleva velocizzare i tempi. Al Senato le cose sono andate come previsto: altre due commissioni che dovevano dare un parere sul decreto – Affari costituzionali e Giustizia – si sono riunite e hanno tirato dritto con i pareri favorevoli. Nelle stesse ore, però, le commissioni corrispondenti si sono riunite anche alla Camera. E qui le cose sono andate diversamente. Forza Italia ha di nuovo cercato di mediare con le opposizioni, accogliendo buona parte delle loro obiezioni ma spingendo comunque per un parere positivo al decreto.
Visto che, come detto, quelle obiezioni di fatto cadrebbero nel nulla se inserite in un parere favorevole, l'opposizione si è rifiutata di collaborare. "Hanno dovuto fare dietrofront e si sono divisi tra loro. È un bene che abbiano mostrato buona volontà e disponibilità, ma è comunque una delega in bianco al governo", ha commentato Sensi.
Il governo può scegliere di tirare dritto
Insomma, dal Parlamento arrivano segnali contrastanti per la maggioranza. Al Senato, il centrodestra ha seguito senza obiezioni le indicazioni del governo. Alla Camera, Forza Italia si è messa di traverso – d'altra parte, per un partito che punta molto sul garantismo una norma che permette alla polizia di catalogare chiunque passi in un luogo pubblico non può che creare problemi – ma non ha voluto rompere del tutto con gli alleati.
Nel frattempo, il tempo passa. Manca solo un parere, quello della commissione Affari europei alla Camera, dove la posizione più critica è stata ritirata. Dovrebbe arrivare lunedì o martedì prossimo. Martedì 4 agosto è in programma anche un Consiglio dei ministri. Lì il governo potrebbe anche decidere – in linea con quanto previsto dalla legge – di fare a meno dell'ultimo parere: emanare direttamente il decreto legislativo, immediatamente in vigore, anche mettendo da parte tutte le critiche che sono emerse.
L'intervento dell'UE, le rassicurazioni di Palazzo Chigi
E di critiche ne sono arrivate. Non solo dalle opposizioni – che già si preparano a presentare ricorsi alla Corte costituzionale ed eventualmente alla Corte di giustizia Ue. Né solo da Forza Italia, che nei pareri approvati alla Camera ha voluto inserire delle proposte per "migliorare" la norma "in senso garantista", come ha detto il deputato Paolo Emilio Russo, e "chiarire nel testo alcuni passaggi che erano stati evidentemente male interpretati". No, a prendere una posizione scettica è stata anche la Commissione europea.
Interpellato dai giornalisti sulla questione, un portavoce della Commissione ha sottolineato che non aveva tutti i dettagli sul decreto, ma ha ricordato: "Il riconoscimento facciale in spazi pubblici accessibili è proibito secondo la legge europea sull'intelligenza artificiale: questo divieto vige già dall’anno scorso, e non vogliamo un controllo pubblico su dove ci troviamo". Parole pesanti, che hanno spinto anche il governo a replicare. Da Palazzo Chigi, infatti, è arrivata una nota per calmare le acque: "L'Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall'AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all'autorità giudiziaria".
Al di là delle rassicurazioni, resta da vedere quale sarà il testo definitivo del decreto legislativo. Con tutta probabilità, a meno di ripensamenti, arriverà all'inizio della prossima settimana – l'appuntamento è quello del Cdm del 4 agosto. Il governo potrebbe accogliere alcune delle obiezioni sollevate da Forza Italia, o potrebbe tirare dritto come nel testo iniziale. Così, però, resterebbe alto il rischio di ricorsi e complicazioni legali nei prossimi anni.