Il referendum sul taglio del numero dei parlamentari divide il Pd. Ma c’è chi, come Maurizio Martina, ex segretario dem, non ha dubbi e si schiera con il Sì al taglio, che porterebbe ad avere un Parlamento “più snello, più efficace e più utile”. Intervistato da Fanpage.it, il deputato del Pd ed ex ministro sottolinea come un Parlamento di 945 esponenti “sia troppo”, ma non nega che sia sbagliata la “propaganda anti-politica” che fa male anche a questa riforma. Martina commenta anche le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che ha parlato di chi lavora contro il partito: “Io penso che il segretario abbia voluto lanciare un allarme, vista l’importanza dell’appuntamento”. E proprio a Zingaretti il deputato dem rivolge un appello: “Il Pd farebbe bene ad assumere una posizione chiara, di sostegno a questa riforma”. Ma il referendum, conclude, non deve essere utilizzato “contro il governo”, pur potendo influire sul futuro della maggioranza in quello che sarà un “passaggio politico rilevante”.

Perché si schiera a favore del Sì al referendum?

Perché provo a ragionare sul merito della proposta di riforma e penso che un Parlamento più snello, ridotto nei suoi numeri, possa essere più efficace, più responsabilizzato, in definitiva più utile. Perché penso che l’Italia abbia bisogno di un ri-assetto anche delle funzionalità del Parlamento: questa è una proposta che non risolve tutto il tema della riorganizzazione funzionale delle istituzioni ma è un passo utile.

Esiste il rischio che dopo il referendum non si facciano le riforme necessarie come quelle dei regolamenti e la legge elettorale?

Penso che sia importante collegare questa scelta ad altri passaggi che dobbiamo avere chiari. Innanzitutto, prima della legge elettorale, dobbiamo accompagnare questa scelta con tre modifiche di rango costituzionale che possono essere approvate a breve: la prima rispetto alla riorganizzazione delle rappresentanze regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, poi la parificazione dell’elettorato attivo e passivo, uguale per entrambe le Camere, e anche il superamento della base regionale del Senato. Su queste tre modifiche c’è un consenso unanime delle forze politiche, si tratta di completare l’iter parlamentare con l’approvazione. Poi c’è anche la discussione sulla legge elettorale che penso si possa fare nelle prossime giornate, già è importante che oggi la commissione abbia deciso che nei prossimi giorni si potrà adottare il testo base. Naturalmente questo lavoro si deve completare anche dopo il 20 in seguito all’esito del referendum.

Quindi esclude l’approvazione della legge elettorale in una delle due Camere prima del voto, come chiede Zingaretti?

È una richiesta ragionevole, figlia di un’intesa. Il mio Sì alla proposta di riduzione dei seggi è un Sì convinto rispetto alla proposta in sé, perché davvero penso che in questo tempo un Parlamento di 945 persone che fanno tutte lo stesso lavoro sia troppo. E non ho paura di una riduzione a 600 della rappresentanza parlamentare. Perché penso che così facendo ci allineiamo alla media dei principali Paesi europei e perché ritengo una Camera di 400 deputati e un Senato di 200 senatori possa rappresentare bene la complessità dei nostri territori.

In molti definiscono questa riforma populista, con un semplice taglio netto del numero dei parlamentari…

Penso che una certa propaganda anti-politica ha fatto male anche a questa riforma e io mi sento lontano anni luce da chi ha utilizzato argomenti impropri e sbagliati, come quello dei costi, in maniera esagerata. Non si è fatto un ragionamento utile. Il mio è un Sì anti-populista: ritengo che un Parlamento di 600 persone possa essere rappresentativo e più funzionale. Penso anche che noi da 30 anni in questo Paese discutiamo di riforme onnicomprensive, grandi riforme istituzionali, fatto sta che se ne discute da tanti anni ma non si sono mai realizzate. L’ultimo tentativo l’abbiamo fatto noi nel 2016, ma non ce l’abbiamo fatta. Questa è una riforma limitata, però tra non fare nulla ancora una volta e fare questo passo io sinceramente sento di sostenere questo passo, perché da qualche parte dovremmo pure cercare di auto-riformare le istituzioni. Tra andare ancora una volta a vuoto e un passo del cambiamento penso sia molto più utile cimentarsi con questa novità. Lo percepisco come l’inizio di un lavoro, non come la fine. Proviamo la via della riforma circoscritta. Non ci sono rischi democratici quanto la propaganda sull’anti-politica che io rinnego.

Per lei questo è un primo passo, ma quali dovrebbero essere quelli successivi?

Penso che immediatamente dopo la riduzione del numero dei parlamentari c’è da mettere mano ai regolamenti per far funzionare meglio le Camere. Chi frequenta le aule sa che molto dell’efficacia dei lavori passa dai regolamenti. Certamente noi avremmo un minuto dopo il tema della riforma dei regolamenti. E poi penso che un Sì possa aprire dal giorno dopo un nuovo spazio di lavoro anche per un’iniziativa che affronti il tema del superamento del bicameralismo perfetto.

C’è realmente la possibilità di superare il bicameralismo perfetto con l’attuale maggioranza?

Penso che su un tema del genere è chiamato a ragionare tutto il Parlamento, maggioranza e minoranza. Ritengo che il Sì possa dare una chance per dare una spinta, cosa praticamente impossibile se vince il No. Se vince il No credo che avremo davanti l’ennesima prova di un sistema di irriformabilità ancora una volta delle nostre istituzioni, uno scenario nefasto.

Oggi il segretario del Pd Zingaretti parla di persone che lavorano contro il partito: cosa intende e cosa sta succedendo?

Io penso che il segretario abbia voluto lanciare un allarme, vista l’importanza dell’appuntamento. Ho rispetto delle posizioni differenti dalle mie, ascolto anche chi argomenta con serietà le proprie contrarietà a questa riforma. Non condivido le ragioni del No, ma le rispetto. Credo che il Pd farebbe bene, con la direzione del 7, ad assumere una posizione chiara, di sostegno a questa riforma rispettando anche chi non se la sente. Penso che un grande partito come il nostro debba dare un orientamento.

Ci saranno conseguenze interne al partito dopo l’esito del referendum?

No, credo che da questo punto di vista noi più di altri sappiamo anche al nostro interno far convivere una pluralità di punti di vista. Se mai la questione vera è rendersi conto che il 20 settembre c’è un passaggio politico di grande rilevanza e le cui conseguenze hanno un loro peso sulla maggioranza. Questo è indubbio ed è bene dirlo.

Ci saranno ripercussioni sul governo?

Io vedo che ci sono alcune forze che probabilmente immaginano di utilizzare il referendum contro il governo. Commettono un errore perché ripropongono uno schema che non è mai stato utile al Paese. Io sto al merito, continuo a pensare che si tratti di un passo utile per dimostrare che anche le istituzioni parlamentari sanno cambiare. So che una riduzione dei numeri non comporta nessun effetto rischioso per la rappresentanza democratica ma può comportare un di più di responsabilità ed efficacia. Faccio sempre l’esempio del mio territorio, io sono stato eletto in provincia di Bergamo, attualmente ci sono 20 tra deputati e senatori, credo che nessuno li possa elencare per nome e cognome tutti, con la riforma diventerebbero 12, per una provincia da un milione di abitanti: ritengo che 12 per un milione di abitanti siano più che sufficienti per fare un lavoro serio.

Il referendum può cambiare in qualche modo l’alleanza tra Pd e M5s?

Noi non possiamo dare per scontato nulla. Siamo di fronte a un passaggio politico rilevante, tra voto referendario e regionali è un momento molto importante di cui bisogna essere consapevoli. Non ho la sfera di cristallo. Dovremo essere tutti consapevoli che nelle prossime settimane c’è da fare un grande lavoro innanzitutto sul fronte economico, sociale e sanitario. Queste questioni devono spingere tutta la maggioranza a un salto di qualità. Su questo dobbiamo tutti sapere che ci è chiesto un di più di responsabilità e azione che dobbiamo esercitare.

Ci potrebbero essere ripercussioni in caso di sconfitte alle regionali?

Penso che questo sia un passaggio politicamente rilevante che impegna tutti. Adesso abbiamo la campagna elettorale da fare bene, nei territori, penso che tutte le partite siano aperte e poi faremo le valutazioni con i risultati davanti, non con i sondaggi. Questo è il momento di impostare il lavoro nei territori, penso che ci siano diverse possibilità da cogliere.