Quanti sono i migranti “dublinanti” che i Paesi europei possono rimandare in Italia con le nuove regole UE
Nel giro di poche settimane il governo Meloni è passato da una battaglia all'altra sul tema dei migranti. Prima lo scontro con la Spagna su Ceuta e la ripartenza piuttosto immotivata dei controlli alle frontiere; ora il gruppo di cinque Paesi che vogliono riprendere i trasferimenti in Italia dei cosiddetti "dublinanti". Si tratta di persone migranti che sono arrivate in Italia, ma non hanno fatto richiesta di protezione qui; hanno proseguito il loro viaggio in un altro Stato e solo qui hanno presentato domanda di asilo. Ma le regole europee, da anni, stabiliscono che la responsabilità è del Paese di primo ingresso. È il cosiddetto Regolamento di Dublino II del 2003, da cui il termine "dublinanti".
A dicembre 2022 il governo Meloni, in carica da poche settimane, aveva bloccato la quasi totalità dei trasferimenti di dublinanti. Una mossa illegale, come ha stabilito la Corte di Giustizia Ue in due diverse sentenze. Il 12 giugno di quest'anno è entrato in vigore il nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo, un accordo che il governo italiano ha più volte celebrato e rivendicato. Al suo interno si conferma il meccanismo di Dublino, cioè la responsabilità dell'Italia; e la durata di questa responsabilità legale viene allungata: prima i dublinanti erano ‘liberi' di presentare richiesta in altri Paesi dopo dodici mesi, ora l'asticella si è alzata a venti.
Non solo, ma il Patto semplifica e rende più immediati i trasferimenti verso i Paesi di primo ingresso. Tra cui, appunto, l'Italia. Così, nel giro di poche settimane Germania, Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia hanno ripreso. Le opposizioni ne hanno approfittato per attaccare il governo. La domanda è: quante persone potrebbero tornare in Italia? Non c'è un dato ufficiale, ma ci sono informazioni che aiutano a ricostruire la risposta.
Quanti sono i dublinanti che potrebbero rientrare in Italia
Ciò che è certo, stando ai dati Eurostat, è che nel 2025 l'Italia ha ricevuto 24.152 richieste di trasferimenti dai Paesi europei, e ne ha accolte solamente 85. Guardando più indietro, nel 2024 erano state circa 43mila e nel 2023 circa 42mila. Quelle accettate erano state 60 per ciascun anno. Sommando il tutto si arriverebbe a circa 110mila richieste respinte (irregolarmente, per la maggior parte), nel giro di tre anni.
Come detto, però, la responsabilità del Paese di ingresso si esaurisce dopo 12 mesi. Concentrandosi sul 2025, di quelle 24mila richieste 6.229 venivano dalla Germania e 7.525 dalla Francia, per un totale di poco meno di 14mila. Entrambi i Paesi in questione avrebbero però un accordo bilaterale con l'Italia che afferma, sostanzialmente: se Roma accoglie senza problemi i dublinanti che sono entrati in territorio francese e tedesco dopo il 12 giugno (cioè da quando è in vigore il nuovo Patto Ue), sia Parigi che Berlino rinunciano a chiedere il trasferimento per i precedenti. Quei 14mila, quindi, verrebbero cancellati dal totale.
E per gli altri 10mila circa rimanenti? Molto dipenderà dalle interpretazioni delle norme e dalle intenzioni politiche dei singoli Paesi coinvolti. In più, le domande di asilo già avviate possono influire sul numero totale. Chi, ad esempio, è arrivato in Svizzera e lì ha fatto domanda di protezione, ha diritto a rimanere nel Paese fino a quando non avrà ottenuto risposta legale; e, naturalmente, se la domanda viene accolta non può essere rimandato in Italia. Per questo le autorità svizzere hanno fatto sapere che, su 3.784 persone in totale che avrebbero dovuto essere trasferite in territorio italiano, solo 652 possono farlo al momento.
Il nodo delle date e l'aiuto della Spagna
La questione tecnica e legale su cui si gioca molto della partita è quella delle date. Il Patto Ue è entrato in vigore il 12 giugno. L'Italia sostiene che, quindi, l'obbligo di accogliere i dublinanti entri in vigore solo da quel giorno in poi. L'idea è che, con il nuovo Patto, scattano anche le procedure accelerate di frontiera con cui un Paese (sulla carta) dovrebbe essere in grado di analizzare una domanda di asilo ed effettuare l'eventuale rimpatrio nel giro di tre mesi, o meglio dodici settimane. In quel periodo, le persone migranti interessate non lasciano mai la zona di frontiera. Quindi, i viaggi irregolari in altri Paesi dovrebbero ridursi al minimo e il numero di dublinanti dovrebbe crollare.
È ancora presto per capire se la situazione sarà davvero questa. Quest'estate gli sbarchi sono stati pochi, e in ogni caso non sono ancora passati tre mesi dal 12 giugno, perciò non è chiaro se l'Italia sia in grado di seguire le tempistiche previste dalla norma.
In ogni caso, il compromesso potrebbe essere intermedio. Non accogliere solo i dublinanti che si trasferiscono dopo il 12 giugno 2026, ma quelli che l'hanno fatto negli ultimi dodici mesi (visto che questo è il periodo in cui uno Stato di primo ingresso è responsabile della domanda di asilo, secondo il Regolamento di Dublino). In pratica, per l'Italia significherebbe prendere in esame le richieste che sono arrivate dall'estate del 2025 a oggi. Quella stima iniziale di fino a 10mila persone, quindi, si abbasserebbe ulteriormente.
Va considerato anche, peraltro, che gli Stati europei non sono obbligati a chiedere all'Italia di ‘riprendersi' i dublinanti. Si è già detto dell'accordo con Francia e Germania. Ma un assist più o meno inaspettato è arrivato anche dal Paese che l'Italia ha attaccato più duramente negli ultimi mesi: la Spagna. Il governo spagnolo, infatti, ha detto che vuole utilizzare i meccanismi europei di solidarietà per gestire la questione, senza "ricorrere a espulsioni o restrizioni bilaterali isolate".