Un piano in tre fasi, che prevede una strategia di ritorno alla normalità incentrata su cinque livelli di azione: è intorno a questo schema che il governo sta lavorando in queste ore, provando a calcolare anche quale potrebbe essere l'investimento economico necessario. Dopo le dichiarazioni di Borrelli e dei vertici dell'ISS, oggi è stato direttamente il ministro della Salute Roberto Speranza a fare il punto della situazione, confermando che "l'emergenza non è finita", ma facendo capire che nel volgere di qualche giorno potrebbe partire la cosiddetta fase due.

Di cosa si tratta? Essenzialmente il governo intenderebbe provare a riaprire gradualmente alcune attività bloccate con l'ultimo intervento legislativo, non solo per far respirare il sistema produttivo, ma anche per cominciare a impostare il ritorno alla "nuova normalità" che dovrebbe essere effettivo nella cosiddetta fase tre. Parallelamente, partirebbe il piano in cinque punti del ministero della Salute, che si articola in una serie di indicazioni e di vincoli stringenti per i luoghi di lavoro e di vita, oltre che in un cambio di passo nella fase di tracciamento e monitoraggio dei casi di coronavirus potenziali e dei cittadini guariti o immunizzati. L'idea è quella di sancire per legge l'obbligatorietà del distanziamento sociale e dell'uso delle mascherine sui luoghi di lavoro e in ambienti aperti al pubblico (supermercati, ma anche chiese, musei, cinema e via discorrendo), per il periodo di tempo necessario a uscire completamente dalla pandemia, dunque verosimilmente fino all'arrivo del vaccino e al raggiungimento dell'immunità di gregge. Non ci sono date indicative, molto dipenderà dal parere del comitato tecnico scientifico, ma non si dovrebbe andare oltre la terza settimana di aprile.

Dunque, come dicevamo, si potrebbe cominciare ad allentare le misure di contenimento solo per quelle persone immunizzate al virus. Per farlo, è però necessario procedere spediti con i test sierologici, che, come spiegava il professor Broccolo, "forniscono una diagnosi indiretta rivelando la presenza degli anticorpi, ossia se l'infezione sia avvenuta in passato o meno". In tal senso, non è escluso che possa essere implementato il cosiddetto passaporto sanitario, nel quale il cittadino vedrebbe registrata la propria immunizzazione al COVID19. Il problema è che, nonostante alcune Regioni si stiano già muovendo, non c'è ancora una garanzia sulla possibilità di utilizzarli su larga scala, anche a causa delle perplessità dell'Associazione Microbiologi Clinici Italiani, secondo cui "le conoscenze attuali sono modeste, spesso aneddotiche e i dati non sono conclusivi su tecnica di rilevazione, cinetica anticorporale, predittività diagnostica e prognostica", dunque, fino "alla disponibilità di dati di lettura certi o di risultati consolidati di valutazioni policentriche non si ritiene opportuno procedere con l'introduzione, in algoritmi operativi, dei test sierologici né per la definizioni eziologica di infezione, né per valutazioni epidemiologiche di sieroprevalenza".

Accanto a questa misura di campionamento, il governo intende puntare su una app per il tracciamento dei contatti dei malati di coronavirus e potenziare anche il livello della telemedicina, per la gestione dei sintomatici e dei paucisintomatici. Questo passaggio è essenziale, perché aumentare il peso dei medici di base e rafforzare le reti sanitarie territoriali consentirebbe di far diminuire la pressione sugli ospedali. E l'ultimo punto riguarda proprio gli ospedali, con la fine del "modello misto" e la nascita di strutture interamente dedicate alla cura dei pazienti affetti da coronavirus.

Il ritorno alla normalità vero e proprio sarebbe condizionato ai risultati di questa fase due, al modo in cui il Paese risponderà e ai tempi con i quali i cinque punti saranno implementati. L'obiettivo, neanche tanto nascosto, è quello di tutelare le fasce più esposte e a rischio, ma consentendo al grosso dei cittadini italiani di tornare a una parvenza di normalità nelle prossime settimane.