I numeri del coronavirus in Italia sono sostanzialmente in discesa da diversi giorni e si comincia a pensare alla fase due. Anche se è ancora presto per parlare di riapertura, i tecnici del governo starebbero già iniziando a lavorare a un piano di ritorno alla normalità. E per farlo ipotizzano di effettuare un test di massa sulla popolazione in modo da scoprire chi è già immunizzato al Covid-19: potrebbe infatti essere che alcune persone, i cosiddetti casi fantasma, abbiano contratto il virus senza manifestarne i sintomi e abbiano quindi sviluppato gli anticorpi. Il comitato tecnico scientifico potrebbe quindi autorizzare dei test sierologici, cioè degli esami del sangue tramite i quali individuare la presenza di anticorpi all'infezione: al momento, tuttavia, questi non risultano al 100% affidabili.

Il Veneto sta già sperimentando una soluzione di questo tipo: "Per noi in Veneto il test sierologico è l’ultima frontiera. Eravamo conosciuti come quelli dei tamponi (ne abbiamo fatti 105.000), poi per i test con i kit rapidi, e adesso avremo questa ulteriore evoluzione, più probante scientificamente, con la validazione delle Università di Padova e Verona", ha detto il governatore Luca Zaia. Al momento i test si stanno studiando per gli operatori sanitari, ma presto potranno essere effettuati su tutta la popolazione, ha detto il presidente della Regione. "Pensate ai lavoratori che possono avere la certificazione perché da immunizzati possono andare via tranquilli", ha poi aggiunto.

I test sierologici allo studio

Anche nelle province di Rimini e Piacenza si sta mettendo a punto un piano per effettuare un rapido screen sulla popolazione, partendo per il personale sanitario e gli impiegati nel settore socio-assistenziale. Lo stesso in Liguria e Piemonte, dove per le persone che lavorano nel settore della sanità si stanno pensando a test sierologici. In Lombardia, invece, un approccio di questo tipo non convince, e il governatore Attilio Fontana ha ribadito di attenersi alla scienza.

Come spiega al Sole 24 Ore Francesco Broccolo, direttore del laboratorio Cerba di Milano, "mentre i tamponi forniscono una diagnosi diretta, individuando i frammenti genetici del virus nei campioni prelevati da naso e gola, i test sierologici forniscono una diagnosi indiretta rivelando la presenza degli anticorpi, ossia se l'infezione sia avvenuta in passato o meno". I test disponibili al momento devono però essere validati, in quanto non sono ancora completamente affidabili. "Se i test non sono validati il rischio è di avere falsi positivi o falsi negativi. Per esempio il test può risultare falso positivo se una persona è stata infettata da altri virus, come i coronavirus responsabili del raffreddore perché l'analisi non è abbastanza sensibile per distinguere i due agenti infettivi", ha aggiunto Broccolo.

L'Associazione Microbiologi: "Non siamo pronti"

Ma per l'Associazione Microbiologi Clinici Italiani il nostro Paese non è ancora pronto. "Le conoscenze attuali sono modeste, spesso aneddotiche e i dati non sono conclusivi su: tecnica di rilevazione, cinetica anticorporale, predittività diagnostica e prognostica; i dati di sensibilità analitica sono modesti; i risultati sono per lo più difficilmente valutabili per la mancanza dei test di neutralizzazione; l'impatto diagnostico è modestissimo se non fuorviante se è vero che i falsi negativi raggiunge la quota dell'80%; la pressione per pervenire a dati che consentano strategie non solo basate sulla tecnologia molecolare è massima; è prevedibile cha finitezza delle risorse diagnostiche in biologia molecolare in considerazione del cambiamento di scenario a livello mondiale come descritto dall'Oms": queste le considerazioni che emergono da un documento redatto dall'Associazione sui test sierologici.

E si conclude: "Fino alla disponibilità di dati di lettura certi o di risultati consolidati di valutazioni policentriche non si ritiene opportuno procedere con l'introduzione, in algoritmi operativi, dei test sierologici né per la definizioni eziologica di infezione, né per valutazioni epidemiologiche di sieroprevalenza". Sì alla sperimentazione, quindi, ma per l'utilizzo di questo test è ancora troppo presto.