Stop ai licenziamenti, cassa integrazione, e poi ristori, ristori bis. Il Governo cerca di tutelare lavoratori, aziende, partite Iva. In questo periodo così profondamente complesso si cerca di trovare l'equilibrio per evitare un crollo dal punto di vista economico, soprattutto nel prossimo anno. I giovani non sembrano al centro del progetto, ancora una volta. Nella Legge di Bilancio varata dal Governo c'è l'ultima novità: il blocco dei licenziamenti per le aziende durerà fino al 31 marzo 2020. La misura è stata presa per salvaguardare i lavoratori, per evitare che le aziende in crisi taglino i loro posti nell'immediato. Ma se da un lato molte imprese resistono, altre sono costrette a chiudere. L'obbligo di non licenziare viene meno in caso di cessazione dell'attività, di un ramo dell'azienda o se viene dichiarato fallimento. Il rischio è che alcuni possano approfittarne: "Eventuali forzature del blocco vanno denunciate", spiega a Fanpage.it Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. "È più difficile intercettare se ci siano pressioni improprie sui lavoratori, che possono essere indotti alle risoluzioni consensuali".

Le aziende possono chiudere, "certo non puoi riaprire il giorno dopo con un'altra ragione sociale". Anzi, in questo periodo, andando verso la fine dell'anno, "ci possono essere più cessazioni di attività, perché una parte delle imprese sta facendo dei ragionamenti strutturali – continua Scacchetti – Però abbiamo un sistema di ammortizzatori che continuerà, vanno aumentati e prolungati oltre marzo". Servirà rafforzare "contratti di solidarietà e riduzione dell'orario di lavoro", e "per chi dovrà per forza licenziare" sarà necessario "l’allungamento della Naspi – indennità di disoccupazione n.d.r. – sia per provare ad accompagnare le persone che perderanno il lavoro con un sostegno al reddito, sia per favorire un processo di riallocazione di una parte della popolazione lavorativa in altri settori".

Le crisi delle aziende italiane: piccole e medie imprese, industrie e lavoratori

Il tema industriale, in Italia, è ormai storico. Sono anni che le grandi crisi sono sul tavolo del ministero dello Sviluppo Economico, e la pandemia di Covid-19 non ha migliorato la situazione. "Le scelte che fa oggi chi chiude l’attività non sempre hai modo di contrastarle – spiega Tania Scacchetti a Fanpage.it – arrivano alla fine di processi di disinvestimeto sulle realtà". Bisognerebbe "rafforzare i servizi ispettivi e la rappresentanza, per far sì che i licenziamenti siano l’ultima ratio, soprattutto visto quello che accadrà tra qualche mese". È necessario fare di tutto per scongiurare questo rischio, "lo Stato può giocare un ruolo nelle politiche industriali e nel rapporto con le multinazionali". Non per "tenere in piedi ciò che non può essere tenuto in piedi", come le aziende che non possono far altro che chiudere, ma ad esempio "Whirlpool fa una scelta scollegata, perché il prodotto funziona". In questa fase, il rischio acceleratore, cioè che siano tante, che si moltiplichino le vicende e che cresca la tensione sociale, "è da scongiurare".

Le garanzie per i lavoratori si stanno sgretolando anno dopo anno. "Siamo anche in una fase in cui si è abbassata la tutela reintegratoria delle norme contro i licenziamenti – spiega la segretaria confederale – e questo lascia il potere nelle mani delle imprese più scorrette". Nel tempo si è andati verso un meccanismo di solo "risarcimento economico", perciò "l’azienda predetermina il costo di un licenziamento non giustificato". Parliamo del Jobs act, ma anche delle norme precedenti, "si è alzata la retorica che il reintegro del posto di lavoro non sia necessario, che basti la monetizzazione".

Le piccole aziende creano grande preoccupazione. "Venivano da una debolezza strutturale precedente alla crisi, sono imprese con bassa capitalizzazione, ma si parla di milioni di posti di lavoro – racconta Scacchetti – Il colpo rischia di essere decisivo, bisognerebbe provare a fare delle scelte politiche, anche su una struttura di rete delle imprese, trovando degli strumenti per sostenerle, ammortizzatori e incentivi". Per la segretaria confederale della Cgil questa potrebbe essere l'occasione per scommettere "su un nuovo modello", perché le piccole e medie imprese "sono l'ossatura del nostro sistema produttivo".

Presente e futuro, dai ristori alle aziende oggi alle prospettive dei giovani domani

Secondo la segretaria confederale, nel Governo c'è consapevolezza che bisogna arginare l'emergenza. "Il Dpcm del 24 ottobre è stato seguito dal decreto ristori e dal decreto ristori bis, c'è la volontà di dare sostegno ad alcune filiere". Poi, "su quanto dietro a queste misure ci sia una capacità di guardare a una trasformazione nel medio-lungo periodo ci sono parecchi dubbi", spiega Scacchetti. L'essenziale è non tornare indietro, perché "i problemi di adesso sono figli di quelli di prima". Lo Stato deve avere un ruolo più forte "come regolatore", che investa sui temi "dell'innovazione e dell'internazionalizzazione". Anche "nella Legge di Stabilità è la parte più debole, sembra, ancora una volta, che gli investimenti non siano il punto strategico su cui concentrare l’attenzione".

La crisi economica che sta arrivando colpirà duramente, ma a farne le spese più di tutti saranno ancora una volta i giovani. I licenziamenti che ci sono stati in questi mesi si sono concentrati sui contratti atipici o quelli a tempo determinato, i contratti con cui vengono solitamente assunti proprio i giovani. "Le aziende hanno provato a tenerli legati agli ammortizzatori, ma in questa situazione sono i primi vengono lasciati fuori", spiega la segretaria confederale della Cgil. "Il problema vero e strutturale è com’è fatto il nostro mercato del lavoro, che non premia le giovani generazioni: sia nella difficoltà d’ingresso, che in tutte le politiche d’incentivazione di questi anni, che hanno favorito la popolazione più matura d’età". Questo sistema non è fatto "né per giovani né per donne".

Rafforzare l'ingresso dei giovani in modo stabile nel mercato del lavoro deve essere una priorità. Le possibilità sono tante: "Il contratto d’espansione, le staffette generazionali, costruendo un sistema che favorisca l’uscita di chi è prossimo alla pensione, sostenendo le imprese che lo fanno assumendo giovani", spiega Tania Scacchetti. La struttura del mercato del lavoro italiana penalizza le nuove generazioni perché troppo qualificate, allora va a finire che "o entrano con profili più bassi, o sono costrette a cercare posto fuori". Ma è essenziale che si ponga l'attenzione sui giovani. "Ora c’è questa proposta della decontribuzione fino a 35 anni, ma sono misure che possono andare bene se sono sostenute da progetti d’investimento e di innovazione, altrimenti vai ad aiutare quelli che il giovane lo prendevano già". Abbiamo già avuto stagioni di decontribuzione, "come quella del Jobs act", ricorda la segretaria confederale, "ma rischiano di essere bolle che si sgonfiano subito". Bisogna sostenere le scelte, gli investimenti, la qualità. Per il futuro, per i giovani.