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Perché l’Italia non ha ancora ripristinato i finanziamenti all’Unrwa?

Non c’è una sola ragione per negare i fondi all’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. Da quando 12 dei suoi dipendenti (su un totale di 30mila) sono stati accusati dal governo israeliano di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre, l’Italia insieme ad altri Paesi ha sospeso i finanziamenti all’Unrwa. Ma da questa dipende la vita di centinaia di migliaia, se non milioni, di civili innocenti.
A cura di Annalisa Girardi
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Centinaia di migliaia di vite dipendono dall'Unrwa, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Per i civili intrappolati nella Striscia di Gaza gli aiuti umanitari sono letteralmente l'unica speranza di sopravvivenza. Ma da quando una manciata di dipendenti dell'Agenzia sono stati accusati da Tel Aviv di aver in qualche modo partecipato agli attacchi del 7 ottobre, perpetrati da Hamas in territorio israeliano, diversi Paesi hanno tagliato i fondi. Tra questi c'è anche l'Italia. E ora l'Unrwa rischia di non poter più assistere chi ne ha un disperato bisogno.

Il lavoro dell'Agenzia in Medio Oriente – non solo in Palestina, ma anche in Libano e Siria – è tanto indispensabile quanto insostituibile. Nessun'altra organizzazione umanitaria ha le stesse capacità di assistenza che ha l'Unrwa. Tagliare i fondi vuol dire mettere a repentaglio la vita di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone innocenti. Vuol dire assistere a una catastrofe umanitaria annunciata, ancor peggiore di quella che già si sta dispiegando sotto ai nostri occhi.

E per cosa? I 12 dipendenti accusati da Israele di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre sono stati immediatamente licenziati; l'Unrwa ha accettato le verifiche da parte di osservatori internazionali e l'Onu ha condotto un'indagine interna. Sospendere i fondi vuol dire punire collettivamente l'Agenzia. Un'Agenzia che conta circa 30 mila dipendenti, persone che in questi mesi hanno continuato a lavorare in situazioni praticamente  impossibili per salvare quante più vite, fornendo assistenza sanitaria, portando aiuti umanitari di ogni tipo, gestendo campi profughi. Oltre 150 dipendenti dell'Unrwa sono rimasti uccisi nei bombardamenti israeliani, altrettante sue strutture sono state colpite e danneggiate dai missili di Tel Aviv. Ma sono bastate le accuse del governo israeliano a 12 dipendenti per sospendere i fondi, rischiando così di far collassare del tutto l'assistenza ai civili ingabbiati a Gaza, dove continuano a cadere le bombe.

Alcuni giorni fa l'Unione europea ha annunciato lo stanziamento di 50 milioni di euro a sostegno dell'Ageniza. "Dobbiamo garantire la sicurezza della distribuzione degli aiuti a Gaza. Questo rende ancora più importante lavorare con le agenzie che sono ancora presenti sul posto. E questo è il caso dell'Unrwa", ha detto Ursula von der Leyen alla plenaria del Parlamento europeo, spiegando quanto fatto dall'Agenzia per favorire le indagini sui suoi dipendenti accusati da Israele. La Spagna ha fatto sapere di aver stanziato 3,5 milioni di euro e anche Svezia e Canada hanno riattivato i finanziamenti.

L'Italia ancora non lo ha fatto. A metà febbraio in Parlamento è stata approvata una mozione, proposta dalla maggioranza di centrodestra, che impegna il governo di Giorgia Meloni a non sbloccare i fondi per l'Unrwa fino a quando non sarà condotta una "indagine seria e approfondita". Ma in quel momento sarà troppo tardi. Sospendere gli aiuti all'Unrwa vuol dire accettare di essere complici di una calamità umanitaria che costerà la vita a migliaia di persone.

Le persone al centro delle accuse sono state allontanate, non c'è una sola ragione per non sostenere l'Unrwa. E, di conseguenza, la popolazione palestinese.

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A Fanpage.it sono vice capoarea della sezione Politica. Mi appassiona scrivere di battaglie di genere e lotta alle diseguaglianze. Dalla redazione romana, provo a raccontare la quotidianità politica di sempre con parole nuove.
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