Mattia Santori invitato in tutte le trasmissioni televisive, Salvini che non perde occasione per considerarle una falange occulta del Pd, il Movimento Cinque Stelle che le vezzeggia e le teme, Francesca Pascale, fidanzata di Silvio Berlusconi, che vorrebbe scendere in piazza con loro, Stephen Ogongo, autonominato portavoce del gruppo romano che apre la piazza anche a Casa Pound, i sondaggi che già le trattano come un vero e proprio partito, seguite dai commentatori che non mancano di stigmatizzarne la povertà programmatica.

Non c’è pace per le sardine, e a pensarci bene era fisiologico andasse così. Che l’egemonia culturale di Salvini, costruita nelle piazze e sulla Rete, trovasse una nemesi nelle piazze e sulla Rete, nel contesto della battaglia campale emiliano-romagnola, quella per le elezioni regionali che potrebbero far esplodere come una bolla di sapone l’esperienza del governo Pd-Cinque Stelle, in caso di vittoria leghista. Il problema è che quella nemesi, senza una vera e propria guida, né una vera e propria testa, rischia di essere fagocitata da un branco di squali affamati, desiderosi di qualcosa che ridia l’oro un’identità se non vincente, perlomeno non depressa.

Attenzione però. Perché le sardine rischiano di rimanere sullo stomaco, agli squali. Servono come il pane, è vero, perché riempiono le piazze in nome e per conto di forze politiche che a malapena riempiono un teatro. Ma, nel contempo, rubano spazio e aria a ogni iniziativa politica che sta faticosamente provando a emergere. E lo fanno, per ora, col vuoto programmatico della loro (non) proposta. Il popolo viola era femminista, i girotondi giustizialisti, i Friday for Future ambientalisti, vaffaday anti-casta. Cosa sono le sardine? Dirsi contro l’odio, o contro la sua personificazione in maglione girocollo e giacca di velluto, è esprimere un’identità?

Rispondiamo noi. No, non lo è. E infatti le sardine piacciono a tutti quelli che sono contro Salvini, siano essi Cinque Stelle o Piddini, renziani o ultra sinistra. Ma, allo stesso modo, stanno prosciugando ogni spazio per tutto ciò che abbia un barlume di identità programmatica, di nuova proposta.  E pure l’assenza di un leader non giova: Mattia Santori che va alla manifestazione di Stefano Bonaccini “a titolo personale” è la quintessenza di un movimento che non vuole essere tale, che non vuole scontentare nessuno pur di continuare a riempire le piazze. Le sardine, per dirla in altre parole, non sono la risposta alla crisi d'identità della sinistra. Sono la crisi d’identità della sinistra.

Possono servire a vincere in Emilia – Romagna, le sardine. A ridare entusiasmo a una sinistra con l’elettrocardiogramma piatto, a ricostituire un alveo entro cui far cadere una proposta politica coerente, presto o tardi. Ma per chi che pensa che una piazza piena di persone che non sanno chi sono e il loro urlo silenzioso, siano una scorciatoia al vuoto di idee e di carisma della sinistra italiana, stia molto attento: presto o tardi, le sardine rischiano di essere una cura che è peggio del male.