Mesi e mesi di ricerche e raccolte dati per dimostrare che la partecipazione dell’allora presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, al cosiddetto “Gruppo dei Trenta” (G30), un forum internazionale che riunisce i leader del settore finanziario, può sollevare conflitti di interesse. Il motivo?  Lo spiega l’associazione Corporate Europe Observatory (CEO) nella petizione al mediatore europeo, l’Ombudsman, una figura ufficiale che indaga i casi di cattiva amministrazione degli organi dell’UE. Nelle dieci pagine di reclamo si legge che non c’è alcun modo di controllare i contenuti della discussione tra i membri di questa lobby (oltre a Draghi ci sono esponenti di Jp Morgan, Goldman Sachs, e alcuni governatori di banche a livello mondiale), che dai pochi documenti rinvenibili si nota l’influenza nelle politiche pubbliche (come nel caso delle policy sui derivati) e che vigilatori e vigilati non possono certo stare nello stesso club.

La mediatrice, Emily O’Really,  ascolta la denuncia e invia un richiamo: “La BCE non ha dimostrato che l’appartenenza del suo presidente al G30 serva l’interesse dei cittadini, l’Ombudsman raccomanda quindi che il presidente sospenda la sua posizione di socio nel gruppo”. Draghi ringrazia per “l’attenzione alla trasparenza”, ma respinge le accuse al mittente: non c’è nessun conflitto e la sua affiliazione è nell’interesse del pubblico. "Un'occasione persa", secondo O'Really.

I verdi e la sinistra europea non si arrendono e presentano due emendamenti (il numero 18 e 25) alla relazione annuale della BCE, chiedendo a Christine Lagarde – la nuova presidente, ieri per la prima volta in aula a Strasburgo – di: “rispettare le raccomandazioni del Mediatore e rivedere con attenzione le sue politiche interne al fine di contenere i conflitti di interesse”. Peccato che 396 eurodeputati hanno bocciato la modifica, tra cui quasi tutti gli italiani, a eccezione di Movimento Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia. Compatto il voto a favore di Verdi europei e di Sinistra europea che però non hanno deputati italiani tra le loro fila.

I colpi alla trasparenza non sono però finiti qui, secondo Dimitrios Papadimoulis, relatore ombra per il GUE/NGL,  "i socialisti hanno annacquato il testo approvato in commissione economia eliminando due parti in cui si chiedevano misure rigide come la pubblicazione obbligatoria delle dichiarazioni di interesse finanziario da parte del comitato esecutivo della banca”. In realtà la BCE l’anno scorso ha approvato un codice di condotta che chiede ai suoi alti dirigenti di pubblicare queste dichiarazioni, ma non c’è chiarezza sulle sanzioni per chi scelga di rifiutarsi e a parte un complesso meccanismo di moral suasion non sembra sia previsto altro. Anche le tempistiche non sono certe: Lagarde è stata eletta a settembre, ma per ora sul sito della Banca centrale si possono trovare solo i documenti della vecchia dirigenza, secondo l’Istituto i nuovi “arriveranno entro metà anno, il tempo di raccogliere tutte le informazioni necessarie”.

Bocciate anche le richieste di destinare il 50% degli investimenti ad azioni in linea con la riconversione ecologica, o quelle che chiedevano l’introduzione di una protezione legale dai pignoramento per i titolari di mutuo. Il report, che ha il compito di riflettere sull’operato della BCE nel 2018 e segnalare le sfide future dell’unione bancaria, è stato approvato da una maggioranza di 452 deputati, 142 i contrari e 53 gli astenuti.