Il primo a pensarci fu Antonio Di Pietro con la sua Italia dei Valori: era il tempo di Razzi e di Scilipoti, del Berlusconi salvato per merito dei due traditori dipietristi e delle accuse per la selezione dei propri parlamentari. Di Pietro promise che avrebbe punito chiunque fosse passato a un altro partito, in Parlamento e nei Consigli Regionali provando a intentare anche alcune cause (più per pubblicità che per ottenere una vittoria in tribunale) che finirono in niente. Alla fine dovette ammettere di avere scelto i due senatori senza conoscerli (si giustificò dicendo che il partito era cresciuto "troppo velocemente") e l'idea della punizione pecuniaria finì in un cassetto, poco dopo finì anche Italia dei Valori.

Poi a rilanciare l'idea è stato Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle, che ha chiesto ai suoi deputati di "non tradire il mandato degli elettori" minacciando multe di centomila euro. Un processo in cui il Movimento 5 Stelle accusasse un suo deputato dopo non avere rispettato la promessa di non allearsi con nessuno, dopo essersi alleato con la Lega di Salvini e dopo essersi alleato con il Partito Democratico sarebbe un processo ai limiti dell'assurdo ma è nella grammatica di questo momento politico, se ci pensate. Resta il fatto che i grillini, che da sempre spingono sul vincolo di mandato per trasformare i deputati in portavoce (che poi sarebbe curioso capire esattamente portavoce di chi?) credono che una multa per tradimento possa disinnescare le eventuali defezioni. E chissà che anche loro, prima o poi, arrivino alle stesse conclusioni di Di Pietro che ammise di avere un "serio problema di selezione della classe dirigente nel partito".

L'ultimo in ordine di tempo ad avere questa pensata geniale è il commissario del Partito Democratico in Umbria Walter Verini che, in vista delle prossime elezioni regionali, propone una multa di 30.000 euro per chi dovesse cambiare casacca a legislatura in corso. Non sono mancate le critiche interne (nel PD, poi) con Orfini che fa notare giustamente come l'alleanza tra democratici e grillini stia diventando anche una curiosa comunione di intenti e di modi nella gestione interna del partito e chi come come io presidente dei senatori democratici Andrà Marcucci parla di "pessima idea". Verini si difende allontanando lo spettro del vincolo di mandato e precisando che si tratterebbe di una sorta di risarcimento per il "danno di immagine". Chissà chi ripaga invece il danno della candidature che sono durate un niente di Casini o di un Calenda, solo per citare qualche nome a caso.

A nessuno che venga in mente il presidio democratico e costituzionale che sta proprio nella libertà del singolo parlamentare (e certo, poi come lo racconti il taglio dei parlamentari), a nessuno che venga in mente di raccontarci secondo quali criteri vengano scelte le persone da candidare al Parlamento (al di là della fedeltà al capo di turno), nessuno a cui venga in mente di ribadire che la politica è proprio la capacità di tenere insieme le diverse sensibilità. Niente di niente. Povertà su tutta la linea.