Nasce la exit tax per i ricchi che decidono di lasciare l’Italia: chi la deve pagare con la Manovra 2027
Tra le molte novità previste dalla legge di bilancio 2027 c'è una nuova tassa che riguarda solo i contribuenti con patrimonio significativo che decidono di uscire definitivamente dall'Italia, spostando la residenza fiscale: per questa, in gergo è chiamata exit tax. È un modo per scoraggiare i destinatari, cioè tutti coloro che hanno beni e titoli in Borsa del valore complessivo di almeno 800mila euro, ad abbandonare il Paese. Se lo fanno, lo Stato perde il potere di tassare alcune delle loro entrate; e proprio per compensare questa perdita, interviene una exit tax del 26% sulle plusvalenze finanziarie.
Chi deve pagare la exit tax per spostare la residenza dall'Italia
La misura è stata inserita in legge di bilancio senza annunci. Va a completare il quadro insieme all'altra imposizione in uscita, quella che sono tenute a pagare le aziende e tutti i vari soggetti che versano l'IRES. Questa exit tax, invece, è rivolta alle persone fisiche e anche alle società semplici.
Dal 1° gennaio 2027, sarà chiamato a versare la tassa chi sposta la residenza fiscale in uno Stato estero. I requisiti necessari saranno due:
- essere stato fiscalmente residente in Italia per almeno sei anni negli ultimi dieci, prima del trasferimento
- avere un patrimonio di beni e titoli finanziari (titoli di Stato, azioni, partecipazioni…) il cui valore è di almeno 800mila euro nell'ultimo giorno dell'anno precedente al trasferimento.
In questo caso, diventa obbligatorio pagare entro 180 giorni dal momento in cui la residenza viene spostata.
Quanto costa la exit tax dal 2027
La tassa si misura sulle cosiddette plusvalenze latenti. In altre parole, per ciascun titolo finanziario che la persona in questione possiede si fa la differenza tra quanto valeva nel momento in cui l'ha acquistato e quanto vale attualmente (per la precisione, quanto valeva alla fine dell'anno prima del trasferimento).
Ad esempio: Davide, che ha un ricco portafogli in Borsa, decide di lasciare l'Italia nel 2027; nel 2022 aveva comprato un pacchetto di titoli per 100mila euro, e al 31 dicembre 2026 quello stesso pacchetto valeva 120mila euro; in questo caso, la somma che viene tassata è 20mila euro. Lo stesso calcolo si effettua per tutti i titoli di proprietà di Davide, tenendo in conto solo quelli il cui valore è aumentato, e quello che ne emerge sono tutte le sue plusvalenze latenti.
L'exit tax impone di versare il 26% di queste plusvalenze. Se, nello stesso esempio, Davide ha accumulato negli anni di residenza in Italia 100mila euro di valore ‘extra' dei suoi titoli, ne deve versare 26mila. L'unica eccezione è per i titoli di Stato che mantengono la loro tassazione agevolata del 12,5% invece del 26%. Attenzione: si parla di plusvalenze "latenti" perché non è necessario che Davide le abbia già concretizzate, vendendo i titoli e incassando la differenza. I titoli che lui possiede valgono 100mila euro in più di quando li ha comprati, quindi è come se avesse già 100mila euro, anche se non li ha effettivamente venduti. Questo perché, come spiega la relazione tecnica della legge di bilancio, l'idea è tassare "i redditi di natura finanziaria maturati durante la residenza fiscale nel territorio nazionale e non ancora realizzati al momento del trasferimento della residenza fiscale all'estero".
Quando si paga e come si può evitare la tassa
Un aspetto da tenere in considerazione è quello delle tempistiche dei pagamenti. Come detto, il versamento va fatto entro 180 giorni. Ma, in realtà, la legge prevede un'alternativa. Se ci si trasferisce in un Paese dell'Unione europea, o comunque in uno Stato che ha con l'Italia un accordo di scambio di informazioni per il recupero dei crediti, si possono anche allungare i tempi. Basta versare il 50% del dovuto come acconto subito (entro 180 giorni) e il resto può slittare di ben cinque anni (per i trasferimenti in Ue) o di dieci anni (per i Paesi extra-Ue).
Se, nel corso di questi anni, i titoli in questione vengono venduti, allora il calcolo cambia. La tassa si paga sulla somma più bassa tra le plusvalenze latenti calcolate inizialmente e gli incassi effettivi ottenuti dalla vendita. Per esempio, se Davide si trasferisce in Spagna, e dopo cinque anni ha venduto i titoli che possedeva, ma invece di guadagnarci quei 100mila euro ipotetici ne ha guadagnati solamente 60mila, la tassa si calcola sui 60mila euro e non sui 100mila.
Ma non solo: se in quegli anni i titoli non vengono venduti affatto, e quindi la plusvalenza non si verifica, la tassa non è più dovuta. E così scatta il rimborso di quel 50% pagato inizialmente. Lo stesso si verifica se, nel giro di cinque o dieci anni, la persona interessata sposta nuovamente la residenza in Italia e ha ancora gli stessi titoli.
Questo meccanismo di acconto e eventuale successivo rimborso fa sì che gli incassi legati alla exit tax siano piuttosto bassi. Infatti, secondo i calcoli del governo, tecnicamente si potrebbero incassare 13,47 milioni di euro all'anno circa con questa misura. Ma bisogna considerare che inizialmente quasi tutti pagheranno solo il 50%, quindi si dimezza a 6,74 milioni all'anno. Considerando che ci sono sei mesi di tempo per il versamento, il 2027 va considerato solo a metà, quindi solo 3,37 milioni incassati. E lo stesso vale dal 2032 in poi, quando scatteranno i primi cinque anni dalla misura e quindi, inevitabilmente, bisognerà anche restituire la somma incassata a chi in quel periodo non ha concretizzato le plusvalenze. In sintesi, quindi, nel 2027 arriveranno 3,37 milioni di euro, dal 2028 a 2031 6,74 euro l'anno, e dal 2032 in poi nuovamente 3,37 milioni.