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Migranti, il piano di Fratelli d’Italia: rimpatrio obbligatorio per detenuti extra-Ue e nuove regole sulla cittadinanza

Una nuova proposta di legge di Fratelli d’Italia punta a rendere automatico il rimpatrio dei detenuti extra-Ue condannati a pene superiori a un anno per scontare la condanna nel Paese d’origine. Il testo prevede anche l’estensione della revoca della cittadinanza per i reati più gravi, con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il sovraffollamento carcerario.
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Fratelli d'Italia ha presentato alla Camera una proposta di legge che punta a modificare le regole sui rimpatri dei cittadini extracomunitari condannati in via definitiva e ad ampliare i casi di revoca della cittadinanza italiana. Il provvedimento, che si compone di nove articoli, avrebbe l'obiettivo di rendere ordinario il trasferimento dei detenuti stranieri nei loro Paesi d'origine per scontare la pena, una misura che per i promotori servirebbe anche ad alleggerire il sovrappollamento nelle carceri. Secondo gli esponenti del partito, la riforma sarebbe oggi applicabile grazie al lavoro diplomatico e ai cambiamenti normativi ottenuti dal governo Meloni in sede europea.

Come funzionerebbe il trasferimento automatico dei detenuti stranieri

La novità principale della proposta riguarda l'introduzione di un automatismo per l'allontanamento dei cittadini extra-UE. Il testo stabilisce che il cittadino straniero condannato in via definitiva per un reato non colposo a una pena superiore a un anno debba essere trasferito nel proprio Paese d'origine per espiare la condanna. Nelle intenzioni di FdI, questa procedura diventerebbe la modalità ordinaria di gestione della pena e non richiederebbe il consenso del condannato, fatti salvi i limiti imposti dal diritto internazionale ed europeo. Per velocizzare le operazioni, il testo delinea una corsia preferenziale con tempi precisi: la sentenza definitiva farebbe scattare una presunzione di pericolosità sociale e verrebbe inviata subito al Ministero della Giustizia. Da quel momento, il Ministro avrebbe trenta giorni per avviare la pratica d'ufficio e altri sessanta giorni per firmare il decreto di trasferimento, una volta ottenuti i documenti necessari dalle autorità estere. Chi viene trasferito riceverebbe poi un divieto permanente di rientrare in Italia.

I limiti ai ricorsi

Il progetto di legge prevede la possibilità per il detenuto di opporsi al trasferimento, ma circoscrive i motivi del ricorso per evitare rallentamenti burocratici. Il condannato avrebbe dieci giorni di tempo dalla notifica del decreto per presentare opposizione davanti alla Corte d'appello, ma potrebbe farlo basandosi solo su tre motivazioni specifiche:

  • Il rischio concreto di subire trattamenti contrari ai diritti umani (secondo i criteri della Cedu).
  • Il pericolo di subire la pena di morte nello Stato di destinazione.
  • La presenza di un grave e documentato danno per la propria famiglia.

I giudici d'appello dovrebbero decidere sul ricorso entro trenta giorni. L'opposizione, in ogni caso, non bloccherebbe in modo automatico il trasferimento, a meno di una specifica decisione contraria dell'autorità giudiziaria. La proposta precisa poi anche che la pena verrebbe eseguita all'estero "secondo le leggi del Paese ospitante", ma la transizione "non potrà mai tradursi in uno sconto o in una riduzione della durata complessiva della condanna" decisa dai tribunali italiani.

La revisione della cittadinanza

Un secondo pilastro della proposta di legge prevede poila modifica della normativa sulla cittadinanza del 1992. Attualmente, lo Stato italiano può revocare la cittadinanza acquisita solo in caso di condanne per terrorismo o eversione. La proposta di legge punta a estendere questa sanzione a tutti i reati considerati di particolare gravità, tra cui l'omicidio, la strage, il sequestro di persona, l'associazione mafiosa e le mutilazioni genitali femminili.

Per rispettare i trattati internazionali ed evitare casi di apolidia, la revoca scatterebbe "solo se la persona possiede già o può riacquistare un'altra cittadinanza". La misura verrebbe applicata anche a soggetti giudicati non imputabili per infermità mentale, purché dichiarati socialmente pericolosi con una sentenza passata in giudicato. Per Fratelli d'Italia, l'impianto della legge risponderebbe alla "necessità di gestire la popolazione carceraria italiana" che, secondo i dati citati, conta circa 64 mila detenuti complessivi, di cui circa 16 mila stranieri.

Il contesto politico e la distinzione dai provvedimenti precedenti

La presentazione del testo si inserisce in un dibattito politico che vede altre forze dell'area di centrodestra, come il movimento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, spingere da tempo sul tema della "remigrazione". I vertici del partito di maggioranza precisano che la misura era già prevista nel proprio programma elettorale e che si è preferito attendere le modifiche normative in sede europea prima di depositarla. Da FdI arriva anche il chiarimento sulla differenza rispetto al precedente "decreto rimpatri": quel provvedimento regolava i flussi su base volontaria, mentre questo testo si concentra sui trasferimenti obbligatori dopo una condanna definitiva superiore a un anno.

Se sul piano del posizionamento politico la linea della maggioranza punta a rivendicare la paternità della misura, l'effettiva applicabilità del testo deve però fare i conti con i paletti della giurisprudenza.

I nodi più complessi si concentrano sul piano giuridico, dove l'introduzione di un automatismo solleva forti dubbi di compatibilità con la Costituzione italiana e i trattati internazionali. Le norme europee e la giurisprudenza impongono infatti che ogni provvedimento di espulsione venga deciso valutando la situazione specifica della persona, caso per caso, per evitare il rischio di rispedire qualcuno verso torture o trattamenti disumani.

La proposta di legge tenta di arginare queste critiche limitando i motivi di ricorso del detenuto a tre sole circostanze eccezionali. Tuttavia, stabilire una pericolosità sociale "automatica" e ridurre drasticamente i tempi per difendersi rischia di creare un contrasto insanabile con il diritto alla difesa e con i vincoli umanitari europei. Più che un semplice rallentamento burocratico, il rischio concreto è che la norma venga giudicata illegittima dalla Corte Costituzionale o dalle corti europee, portando all'annullamento dei provvedimenti per violazione dei diritti fondamentali.

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