Migranti, Regolamento sui return hub non è il modello Albania: come funzionano i centri di rimpatrio extra-UE

Il prossimo 17 giugno l'Unione Europea potrebbe riscrivere per sempre le regole dell'immigrazione. Domani, infatti, il Parlamento Europeo voterà in plenaria il nuovo Regolamento Rimpatri, una misura che istituzionalizza i cosiddetti "return hubs" (centri di rimpatrio) situati in paesi terzi, fuori dai confini europei.
Di cosa si tratta esattamente? E cosa succederà ai migranti irregolari in Europa? Per capirlo, abbiamo analizzato il testo e i suoi preoccupanti risvolti giuridici con Sara Prestianni, esperta di migrazioni della rete Euromed Rights, che ci ha guidato passo dopo passo tra le pieghe di questa nuova legge.
Quando entrerà in vigore il nuovo regolamento rimpatri
Mentre il ben più noto "Patto Immigrazione e Asilo" ha lasciato agli Stati due anni di tempo per adeguarsi, per i rimpatri l'Europa ha scelto una corsia preferenziale, trasformando la misura da "direttiva" a "regolamento".
La legge – se approvata in via definitiva domani – avrà, quindi, un effetto rapidissimo: "Per questo l'hanno trasformata da direttiva a regolamento, perché così entrerà in vigore immediatamente," ci spiega Sara Prestianni, "i ‘return hubs' sono stati elencati fra le misure che dovrebbero entrare in vigore da subito: bisognerà aspettare solo i tempi tecnici di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale”.
“Ovviamente, nonostante cammini su gambe proprie, il regolamento rimpatri ha un forte legame col patto immigrazione e asilo. Perché nel patto ci sono soprattutto la lista dei paesi di origine sicura e viene introdotto il concetto dei paesi terzi sicuri che fanno parte dell'impalcatura della legislazione europea che mira ad accelerare i rimpatri e a prevenire le partenze, cioè a diminuire l'accesso al territorio. Quindi è un regolamento che ha una vita completamente propria dal punto di vista del ciclo legislativo rispetto al patto, ma che noi consideriamo senza se e senza ma appartenente alla stessa logica politica del patto”, continua l’esperta.
Come funzioneranno questi hub per i rimpatri?
Molti hanno paragonato questa novità al "modello Albania" voluto da Giorgia Meloni. In realtà, il meccanismo è profondamente diverso. In Albania, l'Italia trasferisce migranti soccorsi in mare in centri a giurisdizione italiana. I "return hubs" europei, invece, colpiranno chi si trova già fisicamente nelle nostre città e verrà trasferito in un paese terzo.
"Il concetto di "return hubs" si applica al ritorno di cittadini di paesi terzi in soggiorno irregolare. Poco importa da dove vengono. Riguarda le persone che devono essere espulse, alla fase finale dell'iter", continua Prestianni.
In sostanza: se un migrante in Italia si vede respingere la richiesta d'asilo e riceve il foglio di via, lo Stato potrà deportarlo in un hub in un Paese extra-europeo, pagato per fare trattenere le persone in attesa del rimpatrio definitivo. La differenza fondamentale con il piano Albania è che tra Roma e Tirana si è siglato un accordo di extraterritorialità per cui i due centri per il trattenimento di Shëngjin e Gjadër sono a tutti gli effetti “territorio italiano” e l'Italia ne ha la gestione totale.
I “return hubs”, invece, si verranno a creare in paesi terzi sulla base di “agreement and arrangment” (accordi formali ma anche intese informali) tra i governi paesi europei e paesi terzi. "In questo accordo verranno specificate le modalità di detenzione", spiega Prestianni.
Quello della possibilità di “intese informali” è un dettaglio tecnico che introduce per la prima volta la possibilità di fare accordi con paesi terzi anche sulla base di intese informali. Una voragine democratica, pensata per aggirare il controllo dei Parlamenti nazionali, che da Costituzione (come in Italia) dovrebbero ratificare i trattati internazionali.
Dopodiché, i destini di queste persone scompaiono dai radar: "Nel momento in cui il paese europeo manda la persona migrante nel return hub se ne lava le mani", continua Prestianni. Certo, il testo dice che si può fare solo con Paesi che rispettano i diritti umani. Ma chi decide qual è un Paese che rispetta i diritti umani? "Questa è un'ambiguità. La valutazione sul rispetto dei diritti umani, dopo che l'Ue ha integrato stati come Turchia, Egitto e Tunisia nella lista dei paesi sicuri, penso che parli da sola", continua.
Chi potrà essere trasferito nei “return hubs”
Il testo europeo è spietatamente chiaro su chi potrà essere caricato sui voli verso i paesi terzi: "Il Regolamento si applica a tutti, comprese le famiglie con minori," avverte Prestianni, "gli unici ad essere esclusi da questa procedura sono i minori non accompagnati".
Cosa succede se una persona non viene espulsa?
Rimane lì a vita? Può avere accesso alla procedura d'asilo anche in seconda istanza nel paese terzo? “Queste Sono tutte questioni che rimandano al testo dell'accordo. Il regolamento rimpatri in sé non dice molto”, spiega ancora Prestianni, “fondamentalmente il testo del regolamento europeo dice semplicemente ‘tu hai il diritto di fare un accordo o un'intesa informale con un paese terzo per mandare lì i migranti che devono essere espulsi’. Dopodiché come questo paese terzo li gestisce deve essere esplicitato nell'accordo”.
Cosa succede se il migrante fa ricorso al decreto di espulsione?
“Il ricorso non è sospensivo", precisa l'esperta. Questo significa che, anche se un migrante fa ricorso contro la sua espulsione, lo Stato può comunque trasferirlo nel return hub in attesa della sentenza.
Inoltre, il rimpatrio avverrà sulla base o di accordi stipulati dallo Stato o dall’unione europea con il paese di origine o si lascia gestire al paese terzo il rimpatrio attraverso i propri accordi di riammissione, “in modo tale”, continua Prestianni, “da lasciare un maggior margine d’azione possibile”.
Cosa ci dice questo regolamento sull’approccio europeo alle migrazioni?
“Il voto del 17 giugno è parte di un'involuzione iniziata nel 2015. Grazie a un asse sempre più solido tra le destre europee, l'immigrazione non è più gestita come un fenomeno complesso che coinvolge vite umane, ma come un mero problema di repressione. C'è un iper-legislazione compulsiva, approvata in tempi rapidissimi. Si continua a fare una legislazione dietro l'altra sull'immigrazione che risponde solo a una logica di narrativa politica, pagando il miglior offerente per allontanare il più possibile le persone dagli occhi dei propri cittadini", conclude Sara Prestianni, "tutto si basa sull'approccio securitario, repressivo e di esternalizzazione".