L’UE di von der Leyen: timida sulle sfide reali, ambigua sulle alleanze
Ursula von der Leyen ha aperto il discorso sullo stato dell'Unione citando Dickens, il migliore e il peggiore dei tempi, e ha detto una frase che condivido: lo stato della nostra Unione è il più solido di sempre e insieme può apparire il più precario di sempre.
L'Eurobarometro di primavera racconta che la maggioranza dei cittadini e cittadine riconoscono di aver bisogno di più Europa. Il 75% degli europei vede l'Unione come un'oasi di stabilità, 8 punti in più in pochi mesi; l'89% chiede Stati membri più uniti, l'86% un ruolo europeo più decisivo, il 73% più risorse europee. E la sicurezza che chiedono è intesa in senso ampio: i disastri aggravati dal cambiamento climatico preoccupano il 66% degli europei e l'83% degli italiani. Insomma i cittadini vedono chiaramente dove sta la soluzione o almeno una possibile soluzione alla loro ansietà di fronte a un futuro incerto.
La contraddizione delle destre europee
Nel frattempo la destra estrema con Jordan Bardella e i suoi batte senza sosta sulle debolezze europee, al punto che a leggerli distrattamente sembrerebbero chiedere più Europa: più capacità di difendersi, più peso commerciale, più protezione. Ma poi la ricetta è più nazionalismo, più potere agli stati cioè esattamente ciò che quelle debolezze ha prodotto.
Difesa comune: costi alti e troppa frammentazione
Ma ormai l’analisi corretta non basta più. Prendiamo la difesa. La spesa europea è cresciuta dell'80% in cinque anni e ha superato i 381 miliardi, ma manca una risposta elementare: quanto di quel denaro migliora la nostra sicurezza comune, e quanto finanzia 27 eserciti separati e l'industria americana?
Fra il febbraio 2022 e la metà del 2023 il 78% degli acquisti militari degli Stati membri è andato a fornitori extra-europei, il 63% agli Stati Uniti; anche nel 2024, dopo qualche correzione, quasi la metà restava fuori dall'Unione, con 76 miliardi di dollari spesi in armamenti americani. Gli appalti congiunti restano sotto il 20% contro l'obiettivo del 35% concordato nel 2007, e la ricerca militare europea vale 13 miliardi l'anno contro i 140 americani. Spendere di più senza spendere insieme significa in realtà spararsi nei piedi…
Green Deal, energia e la trappola dell'incertezza
Sull'energia, la Presidente usa la formula della neutralità tecnologica per mettere il nucleare sullo stesso piano delle rinnovabili, come se fosse un'altra risposta low carbon alla crisi climatica. Non lo è: costa troppo, arriva troppo tardi rispetto ai tempi del clima, ed è vulnerabile di fronte a siccità ed eventi meteo estremi. Soprattutto sottrae capitale a rinnovabili, batterie ed efficienza, le tecnologie che consegnano capacità in tre anni invece che in quindici. Curioso sentirlo da chi, come ministra del Lavoro nel governo Merkel, nel 2011 partecipò alla decisione storica di chiudere il nucleare tedesco.
E manca del tutto una roadmap concreta di uscita dai combustibili fossili, l'unico complemento al Green Deal capace di rendere credibili gli impegni sui target di fronte ai continui tentativi di indebolirne il quadro normativo e finanziario. L'obiettivo di elettrificazione al 46% entro il 2040 è giusto, ma dipende da reti, stoccaggi e autorizzazioni: investimenti e pianificazione, non la deregolamentazione che nessuno ha mai dimostrato produca competitività. Su questo von der Leyen coltiva un'ambiguità che ha una direzione precisa: non disturbare le lobby fossili ed energivore, tedesche in primis ma non solo.
Ed è qui il punto vero sul Green Deal: a parte l'impegno sui target, l'azione resta prudente e oscillante, un colpo al cerchio e uno alla botte. Obiettivi confermati a parole, scadenze rinviate nei fatti, revisioni annunciate prima ancora che le norme siano applicate, partite già chiuse che si riaprono ogni sei mesi. Un'impresa che oggi deve decidere un investimento a dieci anni non sa su quali regole potrà contare fra due.
Von der Leyen rivendica 17 miliardi l'anno di oneri amministrativi risparmiati con gli omnibus, e ha ragione a chiedere semplificazione anche a livello nazionale. Ma quei miliardi restano per ora stime ambiziose, non un risparmio misurabile. E il primo provvedimento ha già prodotto un effetto concreto e opposto: riducendo di circa l'80% il perimetro delle imprese soggette alla rendicontazione di sostenibilità, ha penalizzato chi aveva già investito, e poiché non tutti gli Stati membri avevano recepito la direttiva allo stesso modo, quelle imprese si ritrovano ora esposte a un mosaico di regole nazionali invece che a un'unica regola europea. Come raccontano i rapporti Draghi e Letta, nel mercato unico la semplificazione che frammenta è un costo, non un risparmio: l'incertezza è la vera tassa che stiamo imponendo all'industria europea, proprio a quella più innovativa e più rispettosa delle regole.
Risorse di bilancio e partecipazione democratica
Poi UVDL propone un piano per le ondate di calore, un'alleanza per l'assicurazione climatica, un Care Deal, un'iniziativa sull'acqua: proposte sensate e tutte impossibili con un bilancio striminzito, mentre i paesi contributori netti continuano a spingere per tagliare. Von der Leyen ha ammesso che un bilancio ambizioso richiede risorse proprie, e su questo va sostenuta, come sulle proposte per rafforzare l'organico della Commissione: con il carico di lavoro che ha, all'Unione serve una funzione pubblica europea numerosa, competente e ben pagata. Ma la sua azione deve essere ancora più forte ed efficace in particolare con la Germania assediata dall’AFD. Invece di correre dietro alla destra con provvedimenti solo un po’ meno estremi; sia la Presidente che il PPE di Manfred Weber dovrebbero contare e essere fedeli alla maggioranza “Ursula”.
Manca invece del tutto l'impegno per una vera riforma democratica. L'annuncio di un Congresso d'Europa per i 70 anni dei Trattati di Roma è importante, e proprio per questo non può diventare l'ennesima iniziativa di elite, né una riunione di simpatici intellettuali ed esperti. In altre parole non possiamo ripetere il fiasco della Conferenza sul futuro dell'Europa che si è chiusa nel maggio 2022 con 49 proposte e 326 misure, mesi di lavoro e migliaia di cittadini coinvolti; ma il Consiglio europeo l’ha liquidata con una piccola cerimonia e la Commissione è rimasta pressoché inerte, perdendo in questo modo una grande occasione di legittimità e di visibile partecipazione per il processo di riforma della UE.
Lo sbocco istituzionale però esiste, e ha già una forma. Il 9 settembre il Movimento Europeo in Italia, presieduto da Pier Virgilio Dastoli, ha lanciato alla Sapienza «Obiettivo 1000»: cento rappresentanti della società civile, e mille giorni esatti da qui alle elezioni europee del 6-9 giugno 2029. L'impianto è dichiaratamente pluralista e chiama a convergere le quattro culture politiche che hanno costruito l'Europa, universalismo cristiano, internazionalismo socialista, cosmopolitismo liberale e ambientalismo transnazionale, su una piattaforma comune da consegnare ai programmi elettorali del 2029. È il contrario di una vaga conferenza: un calendario preciso, un metodo verificabile e un mandato costituente come approdo. Se il Congresso d'Europa si innestasse su questo percorso invece che su discorsi solenni, avrebbe un senso. Altrimenti sarà un’altra occasione sprecata.
Le alchimie politiche del PPE
C'è poi una cosa che von der Leyen non ha rivendicato con la forza necessaria, ed è la maggioranza pro-europea che l'ha eletta. Nel Parlamento uscito dal 2024 il PPE sceglie di volta in volta la maggioranza che gli conviene, e su migrazione, clima e deregolamentazione la trova sempre più spesso con i conservatori e con l'estrema destra.
Il partito di Manfred Weber denuncia gli estremisti e poi ne adotta le posizioni: è così che in Germania si è spianata la strada all'AfD, che nel frattempo ha vinto in Sassonia-Anhalt. Una presidente della Commissione che deve il proprio mandato a popolari, socialisti, liberali e verdi ha il dovere di dirlo e di rifiutare le scorciatoie. Giocherellare con l'amica Meloni, oggi, significa legittimare chi quella maggioranza vuole smontarla.
I silenzi su Schengen e le tragedie nel Mediterraneo
Infine i silenzi, e sono i più gravi. A fine luglio circa 60.000 persone hanno tentato di entrare a Ceuta, l'enclave spagnola in territorio marocchino: la quasi totalità è rientrata in Marocco nel giro di ore, e oltre 120 sono morte nel tentativo di raggiungere a nuoto la costa. Nessuna di quelle persone è entrata nello spazio Schengen, e a dirlo è stato il commissario Brunner. Ciò nonostante l'Italia ha sospeso Schengen con la Spagna, e ha appena prorogato i controlli di altri 15 giorni; Madrid ha risposto in modo speculare fino al 21 settembre.
Una delle conquiste più positive dell'Unione viene dunque sospesa in assenza di qualsiasi pericolo, e la Commissione se ne lava le mani, contravvenendo al proprio mandato di guardiana dei Trattati. Avrebbe dovuto invece dire con chiarezza che l'Italia sta violando le regole, il buon senso e la buona fede. Quell'atteggiamento pilatesco ha alimentato un conflitto inutile fra due Stati membri, e Madrid farebbe bene a non abbassarsi allo stesso livello.
Sulla migrazione il discorso annuncia un quadro d'emergenza per gli arrivi di massa, e in plenaria il Commissario Brunner ha rivendicato il calo degli arrivi e rimpatri vicini al 30%. Ma anche qui un silenzio colpevole: nemmeno una parola sui morti nel Mediterraneo. Nei primi cinque mesi di quest'anno almeno 824 persone sono morte o disperse nel solo Mediterraneo centrale, contro 475 nello stesso periodo del 2025: oltre il 70% in più. Meno arrivi e più morti significa rotte più letali, e una delle ragioni ha un nome.
Dal gennaio 2023 le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo contro 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni: quasi tre anni di ricerca e soccorso impediti nel tratto di mare più letale al mondo. Il governo italiano continua la sua guerra alle ONG, l'Unione e Frontex non mettono in campo alcuna operazione di salvataggio, e nel discorso di stamattina non c'è una riga su come si salvano le vite in mare o sull’integrazione dei migranti, solo le congratulazioni per la riduzione degli arrivi.
Il coraggio che manca
Insomma, se davvero lo stato dell'Unione è il più forte e il più fragile di sempre, è chiaro che la sua forza viene dai cittadini e la fragilità viene soprattutto da dentro le sue istituzioni e i governi nazionali: un bilancio troppo piccolo per le ambizioni annunciate, una transizione ecologica a pizzichi e bocconi, una riforma democratica rinviata, il silenzio su Schengen e sui morti in mare. Ma soprattutto l'incertezza sulla direzione da prendere, e l'esitazione a chiamare a raccolta i cittadini. Loro, chiedono un’Unione che funzioni e sono disposti a pagarla. Chi guida le istituzioni ha meno coraggio.
Von der Leyen e tutti gli oratori hanno accolto con grande calore Mark Carney, primo ministro canadese invitato d'onore, che a differenza della UE di VDL, Meloni e Merz, ha saputo tenere testa a Donald Trump. La sua presenza dimostra che l'Europa può ancora essere un punto di riferimento di chi cerca alleati affidabili. Ma questa responsabilità deve essere colta con decisione: per esempio dicendo a Meloni che Schengen non si sospende per convenienza elettorale, ai paesi “frugali” che senza risorse proprie non c'è nessuna delle politiche annunciate stamattina, all'industria fossile e poco dinamica e alla destra che le regole del Green Deal non si riaprono più, e ai cittadini che il Congresso d'Europa sarà l'inizio di un percorso costituente e non un'altra bella conferenza.
Altrimenti, fra un anno, ci ritroveremo ad ascoltare la stessa diagnosi esatta e le stesse risposte insufficienti, mentre chi vuole smontare l'Europa continua a crescere. E allora non sarà più il peggiore dei tempi. Sarà un tempo colpevolmente perduto.