Dopo Matteo Renzi con Italia Viva, a garantire l’appoggio pieno, senza veti, a Mario Draghi è arrivato Matteo Salvini, a nome della Lega. D’altronde, non è certo la prima volta che i due Matteo si trovano sulle stesse posizioni, a cominciare dall’atteggiamento tenuto nell’ultimo anno, con continue richieste di riaperture (salvo poi accusare comunque il governo per i morti della pandemia).
Difficile ignorare poi una certa convergenza di Renzi e Salvini sul Recovery Plan, con l’accento posto sulle infrastrutture: per quanto né Lega né Italia Viva abbiano approfondito nel merito le proprie proposte, i due senatori ribadiscono nelle proprie dichiarazioni (e nei propri progetti, a prescindere dal Piano di ripresa e resilienza) la necessità di investire in nuove infrastrutture, insoddisfatti probabilmente dal legame, nella missione 3 dell’attuale bozza governativa di Recovery Plan, tra infrastrutture e mobilità sostenibile (quindi semplice potenziamento dell’alta velocità ferroviaria, rete di ciclovie, manutenzione e messa in sicurezza dei viadotti). Le analogie, però, non si limitano all’opposizione a Conte e alle critiche all’attuale Recovery Plan, né si fermano alle visite in carcere a Denis Verdini (ora ai domiciliari, suocero di Salvini, sostenitore del Patto del Nazareno) o alle esperienze giovanili nei quiz televisivi, ma affondano le radici in diverse posizioni politiche, in una modalità governativa e in un certo tipo di comunicazione, che accomunano, ormai da anni, i due Matteo. La possibilità che Renzi e Salvini si trovassero alleati era in realtà già stata profetizzata (o, almeno, non esclusa) da uno dei due, più di un anno fa, ma di questo parleremo alla fine: ora è il caso di concentrarsi sulle posizioni di merito che i due Matteo hanno in comune.

Da “aiutarli a casa loro” ai sussidi alle imprese

La posizione di Matteo Salvini sull’immigrazione è nota e poco degna di approfondimento. Ma che c’entra Matteo Renzi, che da candidato alle primarie prometteva Ius soli e modifica della Bossi-Fini, con gli slogan leghisti contro l’immigrazione? Una volta diventato segretario del Pd, e dopo aver scalzato Enrico Letta alla presidenza del Consiglio, Renzi lasciò sullo sfondo il tema dei diritti civili: in più di due anni di governo, la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia si trasforma nella proposta di ius culturae temperato (che, comunque, non sarà approvata), mentre la Bossi Fini non viene minimamente riformata. Anche la comunicazione renziana cambia e culmina con l’uscita del libro Avanti!, nel 2017. È nel volume di Matteo Renzi che si legge della necessità di uscire "dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi", con una palese appropriazione di linguaggi e idee della destra xenofoba, tanto che sarà la stessa Lega a invitare i follower a seguire "l’originale".

Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.

Sull’immigrazione, a ben vedere, è il Partito democratico, sia sotto il governo Renzi, sia nel successivo governo Gentiloni (che confermava quasi tutti i ministri del precedente), ad appiattirsi sulle posizioni della Lega: i decreti Salvini appaiono in perfetta continuità con il decreto Minniti-Orlando, con il codice di condotta per le Ong, con l’accordo con la Libia.

Più sfumata appare la somiglianza tra Renzi e Salvini sulle politiche economiche. Sul Jobs act, ad esempio, Salvini non prende mai una posizione netta. Di recente, tra le proposte della Lega per la ripartenza del turismo, Salvini proponeva la reintroduzione dei voucher, ma la proposta non è una risposta economica emergenziale: durante il governo gialloverde ci fu scontro, nella maggioranza, proprio sulla mancata reintroduzione dei voucher, e già prima delle elezioni Salvini aveva specificato come il Jobs act andasse rivisto ma non azzerato, manifestando anche un certo apprezzamento per il piano Industria 4.0. È infatti sul sostegno alle imprese che Renzi e Salvini si trovano concordi: tra convergenze più o meno evidenti, i due senatori propongono soluzioni basate su dottrine di trickle-down, ossia sull’idea che le agevolazioni in favore dei ceti più ricchi ricadano positivamente sull’intera società, perché il perseguimento dell’interesse personale porterebbe a una crescita economica generalizzata. Le proposte economico-fiscali di entrambi si pongono su un piano non progressivo ma più o meno lineare (erano lineari i bonus renziani slegati dall’Isee, era lineare la proposta di flat tax salviniana). I lavoratori, per entrambi, sono un bacino di voti, al massimo utilizzati come elemento comunicativo di contrapposizione (contro i sussidi o contro gli immigrati), ma non intesi come soggetti destinatari di misure di tutela, men che mai di redistribuzione della ricchezza.

La futura, probabile, alleanza di governo potrebbe allora non essere una semplice risposta all’appello alla responsabilità del presidente Mattarella e potrebbe invece fondarsi anche su una condivisione di valori, cui deve aggiungersi un tipo di comunicazione comune al leader di Italia Viva come al leader della Lega, che si basa anche sull’alibi del governo condiviso.

Uno di noi, patriota, attaccato da tutti

Durante le loro esperienze di governo, né Renzi, né Salvini poterono contare su un esecutivo monocolore. Dal 2014 al 2016 il Partito Democratico condivise il governo con il Nuovo Centrodestra guidato da Alfano (nonostante il tracollo sia alle europee 2014, sia alle regionali 2015), così come Salvini finì per formare un esecutivo con il Movimento 5 stelle invece che con Forza Italia e Fratelli d’Italia, coalizione che non avrebbe da sola raggiunto la maggioranza assoluta e i cui componenti posero veti incrociati (rispettivamente contro il M5S e contro il Pd). Non va dimenticato, peraltro, il contributo di Renzi, allora segretario dimissionario del Pd, che, impedendo un’alleanza con i pentastellati, preferì stare all’opposizione con i popcorn.

In ogni caso, la condivisione del potere con forze politiche diverse, necessaria per il panorama politico confuso (e per l’assenza di una legge elettorale capace di leggerlo e valorizzarlo), rappresenta per entrambi un alibi comunicativo: gli industriali possono digerire qualche provvedimento sociale per i lavoratori, visto che Salvini non governa da solo, e, così, gli elettori del Pd devono accettare le unioni civili invece del matrimonio egualitario, lo stralcio della stepchild adoption, la mancata approvazione di ius soli e ius culturae, come mediazioni necessarie per ottenere l’appoggio degli elementi di destra del governo (e poco importa se poi, nella notte prepotente di compilazione delle liste del Pd per le elezioni politiche del 2018, rientreranno candidati portatori proprio di quegli interessi, come Casini, Cerno, Lorenzin, Tabacci…).

Ma è sulla comunicazione che Matteo Renzi e Matteo Salvini si somigliano, con differenze di target ma non di propaganda.
Così, innanzittutto, c’è l’umanizzazione del leader, di uno come noi, in cui possiamo riconoscerci o che possiamo ammirare, che sia come Renzi ostentatamente sportivo, in bicicletta o in tenuta da jogging, o sfacciatamente goloso, raffigurato tra piatti fumanti, salumi, dolci. In questo, rientra anche l’aneddotica e il ricorso alla comunicazione emotiva, la riduzione della complessità a schemi semplicistici.
Poi c’è la sindrome di accerchiamento, come sempre dicotomica: la narrazione eroica, del coraggioso politico avversato da tutti ma che non molla per il bene del paese (e qui ecco il condimento a base di sovranismo, che in Renzi sfuma in patriottismo).
E, infine, il populismo. Che Salvini lo sia, con un certo vanto, è innegabile, ma Renzi, pur dichiarandosene fiero avversario, fa suo il linguaggio (e in parte anche la politica) populista. Una prova? La disinvoltura con cui "poltrona" è, nella retorica renziana, utilizzata come sinonimo di "carica istituzionale". Fin dalle prime esperienze politiche, Renzi ha dimostrato di essere un populista: dal Big Bang alla rottamazione, dagli insulti ai compagni di partito alle forzature istituzionali, il senatore di Italia Viva ha dimostrato sempre una certa insofferenza alla mediazione democratica e alla capacità di inserirsi nei conflitti senza tramutarli in semplici (e comode) contrapposizioni. Come quella con Salvini, per l'appunto.

La profezia che si autoavvera

Da sempre, Salvini è avversario di Renzi, Renzi è avversario di Salvini, e non mancano di ostentare disprezzo l’uno per l’altro: nella comunicazione, un Matteo dipinge l’altro come un ridicolo buzzurro (l’orso Yoghi), l’altro Matteo descrive l’omonimo come un antipatico della casta (o un verme). Ma, come si è visto, nel merito non sono poi così distanti: su cemento e infrastrutture, su immigrazione e diritti e civili, su voucher e finanziamenti alle imprese.

L'attuale situazione può essere un win-win, una soluzione che avvantaggia entrambi: l'appoggio a Draghi appare come un gesto di responsabilità, Renzi e Salvini possono partecipare alla spartizione del Recovery Fund, ma comunicativamente restano contrapposti, pronti a darsi contro in tv o sui social. E così Salvini si costruisce una credibilità di governo, mentre Renzi trova la realizzazione di quanto spiegava in una puntata di Porta a porta, del 19 novembre 2019, che rivista oggi sembra una profezia che si autoavvera: "Se Salvini diventa europeista io son contento, chiaro? – spiega Renzi, e poco dopo aggiunge – Succederà una cosa nei prossimi mesi, un po' l'abbiam capita nel dibattito con Salvini: Salvini cercherà di spostarsi al centro, e Italia Viva è una calamita, e se vuole anche un bersaglio facile, perché porterà, dopo una polarizzazione sugli estremi, a una polarizzazione al centro".