Nelle trattative tra Lega e Movimento cinque stelle per stipulare il cosiddetto contratto di governo, le misure sul sistema tributario appaiono centrali. Da un lato, Salvini, nel programma elettorale unico presentato con Berlusconi e Meloni, proponeva come primo punto la cosiddetta flat tax, cioè un'imposta con aliquota unica al 15% per tutti (con due scaglioni per una “deduzione fissa di 3.000 euro” e una no tax area per i redditi inferiori a 7.000 euro). Dall’altro, il programma del M5S, pubblicato sul sito del Ministero degli Interni, prevedeva, al punto 4, “Meno tasse, più qualità della vita”, ossia:

  • Riduzione delle aliquote Irpef
  • Niente tasse per redditi fino a 10mila euro
  • Manovra choc per le piccole e medie imprese: riduzione del cuneo fiscale e riduzione drastica Irap
  • Abolizione reale degli studi di settore dello split payment, dello Spesometro di Equitalia
  • Inversione dell’onere della prova: il cittadino è onesto fino a prova contraria

Di Maio e Salvini, al tavolo insieme alle loro delegazioni, devono cercare una sintesi tra queste due visioni che hanno in comune la proposta di soluzioni, più che semplici, semplicistiche. Alla base del complesso sistema tributario italiano sta, al contrario, una norma estremamente chiara e semplice, l’articolo 53 della Costituzione:

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Queste parole sono da tenere ben presenti perché pongono dei principi di base, di merito e di metodo: il dovere di collaborazione attraverso la solidarietà contributiva, che rende possibile garantire agli individui i diritti sociali che spettano loro, e il criterio di progressività come mezzo per l’adempimento di questo dovere. Si tratta di uno strumento di redistribuzione della ricchezza tipico delle democrazie sociali tramite cui chi può pagare di più deve pagare progressivamente di più (e viceversa) per assicurare servizi pubblici per tutti.

La nota congiunta di Lega e M5S, nel citare i punti su cui c’è accordo tra i due gruppi, cita, senza altre specificazioni, la flat tax. L’inglesismo, che dovrebbe forse suggerire un’idea di modernità, indica una proposta tutt’altro che innovativa: si tratta di una “imposta piatta”, che prevede cioè un’aliquota uguale per tutti. Il principio, quindi, non è quello costituzionale della progressività, bensì un criterio di proporzionalità. Allora, delle due l’una: o la proposta della destra è di prevedere un’imposta unica per semplificare il sistema tributario, rinunciando all’unico criterio fissato sul punto dalla Costituzione, ma allora è una misura illegittima, oppure la cosiddetta flat tax deve prevedere ulteriori correttivi (nuove deduzioni e detrazioni che riportino il sistema alla necessaria progressività), ma allora non si tratta della misura lineare propagandata in campagna elettorale.

Ma lasciamo da parte la Costituzione, ammesso (e non concesso!) che si possa ignorare il principio di solidarietà contributiva. Questa imposta piatta è mai stata sperimentata in concreto? Funziona? Esempi simili alla flat tax proposta da Salvini si ritrovano in alcune repubbliche post-sovietiche, dalla Russia di Putin, che nel 2001 ha introdotto un sistema tributario con aliquota fissa al 13%, fino all’Estonia con l’imposta con aliquota al 20%, passando per Ungheria, Romania, Lituania (oltre alla Slovacchia che però sta tornando al sistema progressivo). Nell’introdurre queste misure, si era ritenuto che la semplificazione e la quota percentualmente fissa potessero attrarre investitori stranieri: all’aumentare del reddito, infatti, un sistema ad aliquota unica è più conveniente di un sistema progressivo. L’aumento del numero di ricchi tassati, grazie alla ridotta pressione fiscale, avrebbe anche dovuto favorirne gli investimenti sul territorio, aumentando così la ricchezza generale, secondo una dottrina economica, di tipo neoliberista, detta del Trickle-down. Secondo questa teoria, le agevolazioni in favore dei ceti più ricchi ricadrebbero positivamente sull’intera società, perché il perseguimento dell’interesse personale porterebbe a una crescita economica generalizzata. Inoltre, secondo la curva ideata da Laffer, l’economista che ispirò la politica fiscale di Ronald Reagan, l’aumento della pressione fiscale oltre una certa soglia causerebbe l’aumento di elusione ed evasione fiscale: anni dopo, Joseph Stiglitz definirà la fortunata tesi di Laffer come “una teoria scarabocchiata su un foglio di carta".

Lo scontro tra tesi può essere interessante, ma non risponde alla domanda iniziale: questa flat tax funziona? Dove il sistema è stato sperimentato, i benefici sono dubbi, mentre certi sono i difetti. Cominciamo dai primi.

La fissazione dell’imposta ad aliquota fissa dovrebbe aumentare il gettito fiscale e in effetti spesso così avviene. Nei paesi del blocco post-sovietico, dalla Russia alla Lituania, ad esempio, il dato sembra confermare la teoria, ma ulteriori contingenze economiche, prime tra tutte l’apertura al libero mercato, provocano contemporaneamente una crescita dei flussi del capitale circolante: l’aumento delle entrate tributarie dipende allora dalla flat tax o da una combinazione complessa di fattori?

Di contro, è necessario considerare, come effetto correlato, la riduzione dei servizi garantiti dallo stato sociale. Negli USA, in cui a livello federale vige un sistema fiscale progressivo, sono otto gli stati che applicano ai propri contribuenti una flat tax, con tassi che non superano il 5,5% e deduzioni standardizzate: non mancano i problemi, in termini di tagli ai servizi pubblici e sociali (in Kansas, ad esempio, i mancati finanziamenti alla scuola pubblica hanno richiesto l’intervento della corte suprema statale, mentre in alcune cittadine dell’Illinois le riduzioni del personale hanno riguardato perfino poliziotti e vigili del fuoco). Peraltro, negli Stati Uniti il welfare è demandato perlopiù all’iniziativa privata, tramite la stipula di assicurazioni sanitarie e assistenziali, quindi gli stati, così come il governo federale, non devono sopportare i costi che devono invece sostenere le democrazie sociali. Rispetto allo stato sociale come lo conosciamo, anche le repubbliche ex-sovietiche hanno rinunciato a importanti capitoli di spesa pubblica: nella fase di transizione verso il libero mercato, infatti, accanto al sistema di tassazione ad aliquota fissa, questi Stati hanno scelto di demandare la materia previdenziale a fondi pensione privati. Si tratta di un nodo che Di Maio e Salvini dovranno chiarire se, accanto alla cosiddetta flat tax, dichiarano di voler eliminare la riforma Fornero e promettono di sostenere i pensionati italiani.

Insomma, le perplessità sulla misura sono parecchie e il semplicismo con cui essa è proposta non le risolve, né tiene conto di una realtà tributaria che, di fatto, prevede già che una larga fetta di popolazione versi in tasse una percentuale di reddito minore del 15%. Secondo l’analisi del Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, infatti, con l’attuale sistema fiscale progressivo “il 75% dei contribuenti italiani è ad IRPEF zero o comunque sconta un prelievo inferiore al 15% del proprio reddito complessivo”: sebbene infatti l’aliquota di partenza vari, in base ai diversi scaglioni, dal 23% al 43%, grazie al sistema di deduzioni e detrazioni tre contribuenti su quattro subiscono un prelievo fiscale inferiore rispetto a quello che toccherebbe loro in base alla proposta di flat tax propagandata da tre anni a questa parte da Matteo Salvini. L’aliquota al 15% è peraltro una proposta ancor più ambiziosa di quella berlusconiana al 23%. Eppure Silvio Berlusconi, che propone la flat tax dal 1994, nonostante 3340 giorni al governo del paese negli ultimi ventiquattro anni, cioè più di chiunque altro nella storia repubblicana, non ha mai fatto approvare la tanto decantata imposta piatta. Chissà poi perché.