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Opinioni
13 Marzo 2017
10:08

Lavoro, reddito di cittadinanza e sussidi: cosa serve davvero contro la povertà

Mentre il governo approva la delega povertà, con il reddito di inclusione, i partiti discutono nuove soluzioni all’emergenza povertà in Italia. Ma i numeri del fenomeno dicono che servono soldi veri. E nuovi indicatori.
A cura di Michele Azzu
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Il parlamento si è accorto del problema povertà in Italia. Il Senato ha approvato, dopo un iter legislativo durato oltre un anno, la delega povertà voluta dal governo Renzi, che introduce il “reddito d’inclusione”, la prima misura ampia contro la povertà che in Italia ancora mancava, a differenza di tutti i paesi europei. Con circa 400 euro al mese per 400mila famiglie con figli minori a carico, più alcuni servizi di assistenza, il ministro Poletti ha salutato la delega come: “Un passo storico”.

Con una dotazione finanziaria di 1.6 miliardi di euro il provvedimento arriverà alle prime famiglie in forma di carta prepagata verso la fine dell’anno. Novità di questo provvedimento, appunto, l’inclusione. Che significa, come da visione renziana della povertà, che le persone che godranno di questo beneficio andranno affiancate da percorsi per reinserirsi nel lavoro, con l’adesione a: “Un progetto personalizzato di attivazione ed inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà”.

Già prima della delega il tema povertà è tornato a essere dibattuto dagli schieramenti politici italiani. Perché nell’epoca dell’anti-establishment, di Trump e della Brexit, anche i politici italiani hanno capito che per vincere consensi, ora, bisogna proporre soluzioni per aiutare chi negli ultimi anni si è impoverito ed è stato abbandonato dalla politica. Era forse necessario che questo avvenisse, dato che già da un anno l’Eurostat lo aveva messo nero su bianco:

stando ai dati sul 2015, l’Italia è il paese europeo con il più alto numero di famiglie che vivono in “grandi privazioni materiali”, con un tasso di povertà dell’11.5% a fronte di una media europea dell’8.5%. I dati più recenti lasciano pensare che nell’ultimo anno i numeri siano perfino peggiorati: il 28.7% della popolazione è a rischio povertà ed esclusione sociale, abbiamo un divario fra i redditi fra i più alti in Europa, salari medi fra i più bassi, secondo l’Acli il 10% delle famiglie con capofamiglia under 35 è povero.

Dentro l’emergenza povertà, insomma, ci sono tante realtà di questo paese di cui non si riesce a vedere una soluzione. Il ceto medio si è ristretto, e la classe operaia si è impoverita. Ma c’è una forte emergenza dei giovani precari e disoccupati, e degli inattivi e Neet, che finora non è stata minimamente toccata dalle riforme. C’è la questione sud – dove il rischio povertà coinvolge addirittura una persona su due – e la questione femminile. C’è il problema dei redditi, che sono troppo bassi rispetto alla media europea, c’è la questione dei voucher fuori controllo.

C’è, insomma, il fatto che nell’emergenza povertà italiana confluiscono tutte le realtà del lavoro, del precariato, della disoccupazione, della distribuzione della ricchezza e della discriminazione per cui in questo paese è stato fatto poco e nulla. E i soldi sono sempre troppo pochi, perché il miliardo e mezzo delle delega povertà non basta a scalfire la superficie dell’iceberg: ne servirebbero almeno dieci, di miliardi, per risolvere una situazione che sembra ormai giunta al punto di rottura.

Sulla situazione estrema della povertà in Italia, sui numeri che leggiamo nei rapporti degli istituti e delle associazioni esistono visioni politiche profondamente diverse. C’è chi, come il Movimento 5 Stelle, da anni sostiene l’introduzione del reddito di cittadinanza, perché crede che la situazione del lavoro e della povertà nel paese non sia un fenomeno di passaggio, ma una realtà strutturale del paese – soprattutto alla luce di un futuro sempre più vicino in cui i robot rimpiazzeranno i lavori comuni, dall’autista all’impiegato all’operaio.

La proposta del M5S, che in realtà sarebbe più corretto chiamare reddito minimo garantito, è una misura che garantirebbe a ogni cittadino italiano senza reddito un assegno di 780 euro al mese, o un’integrazione al reddito – per chi ne ha già uno ma non sufficiente per vivere sopra la soglia di povertà – che permetta di raggiungere in totale 9.360 euro netti l’anno. Questa misura, presente nel dibattito politico ed economico in tutto il mondo, sta diventando sempre più popolare, come ad esempio negli USA, e dallo scorso gennaio la Finlandia ha lanciato il primo programma al mondo di reddito di cittadinanza, e a breve sarà seguita dall’Olanda.

L’aspetto interessante della visione del M5S riguardo la povertà è che si basa sulla singola persona e non sul nucleo familiare, che invece oggi è la misura quasi esclusiva per ricevere sussidi attraverso l’indice ISEE: anche la delega povertà appena approvata dal Senato, infatti, riguarda i nuclei familiari con figli minori. Si tratta dunque di una misura molto più ampia. L’obiezione comune alla misura, invece, è che costerebbe troppo e non esisterebbero coperture finanziarie adeguate. La stima è tra i 15 e i 20 miliardi di euro – a fronte del miliardo e mezzo del reddito di inclusione voluto da Renzi.

Matteo Renzi, infatti, ha affermato più volte negli ultimi anni il suo rifiuto della proposta sul reddito di cittadinanza. “È un attacco alla dignità, una negazione del primo articolo della Costituzione”, ha detto l’ex premier al Messaggero. Al suo posto, dunque, Renzi ha parlato di “lavoro di cittadinanza”, proposta di cui si sa poco e nulla al momento, ma che riguarderebbe offerte di lavoro create direttamente dallo Stato. Con ogni probabilità, il lavoro di cittadinanza potrebbe essere un parziale ampliamento della delega povertà appena approvata, e dunque del nuovo reddito di inclusione.

Come si diceva, infatti, questo reddito di inclusione – circa 400 euro al mese per 400mila famiglie povere con figli minori a carico – verrebbe concesso a condizione di venire inclusi in programmi di reinserimento lavorativo. Si tratterebbe, insomma, di una revisione dei “lavori socialmente utili”, gli LSU, di contrattualizzazioni per brevi periodi di tempo e magari anche stage e tirocini. Il lavoro di cittadinanza di Renzi potrebbe essere poco più (o poco meno) di questo, con un ampliamento della delega povertà che potrebbe venire con i decreti attuativi nei prossimi sei mesi.

Anche Berlusconi non si è lasciato scappare l’occasione di lanciare il suo piano per la povertà. Il cosiddetto “piano Marshall per le famiglie” punta ad aiuti ai nuclei familiari, con un “assegno di sopravvivenza” che integrerebbe il reddito di chi non arriva alla fine del mese, stabilendo una soglia minima sotto cui il nucleo familiare non può scendere. In aggiunta, Forza Italia starebbe pensando di affiancare all’assegno percorsi di lavoro della durata di tre mesi, che garantirebbero poi altri tre mesi di indennità di disoccupazione. La proposta della destra è tutta qui, un po’ poco e un po’ tardi per la situazione del paese nel 2017.

Questo piano, infatti, assieme alla delega povertà del PD, non riesce a coinvolgere che una fetta della reale platea dei poveri del paese. Secondo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nel 2015 le famiglie che risultano in condizioni di povertà sono 1 milione e 582mila, si tratta di 4 milioni e mezzo di individui, il 7.6% della popolazione del paese. Come si diceva il rischio povertà riguarda il 28.7% della popolazione italiana, e cioè 17 milioni e mezzo di persone, ma al sud questa percentuale raggiunge quasi il 50%. Secondo le stime del CNEL, più di 9 milioni di italiani sono a rischio povertà.

Piani Marshall, sussidi ai nuclei familiari e contratti di tre mesi, insomma, sembrano non cogliere la dimensione della povertà nel paese. La platea è molto più ampia, e riferimenti come l’indice ISEE, che stima la situazione reddituale e patrimoniale del nucleo familiare, non bastano più per interventi concreti. Anche perché la dimensione della povertà giovanile viene raramente inclusa in questo indice, dato che secondo l'Istat il 70% dei giovani fino ai 29 anni in Italia vive a casa dei genitori (percentuale che al sud raggiunge l’80%), assieme al 62% dei 35enni, e dunque rimane all’interno del nucleo familiare.

C’è forse l’esigenza di ricorrere ad altri indicatori, e di intervenire in settori specifici della povertà, come sui giovani, sul sud, sulle donne, e non solo sulle famiglie. Così facendo però, chiaramente, la platea si allarga e non di poco. Interventi da uno o due miliardi di euro, a fronte di questi numeri, sono solo una goccia nel mare, servirebbero programmi con dotazioni sui 10 miliardi, o come nelle mire del Movimento 5 Stelle addirittura 15-20 miliardi per misure quasi universali come il reddito di cittadinanza.

Se si vuole risolvere l’emergenza povertà in Italia la portata degli interventi non può essere da meno. Ma non bastano i soldi e gli indicatori. Ci sono a confronto visioni politiche molto diverse, di chi pensa un futuro in cui lo Stato garantirà il reddito delle persone, e chi invece vuole ricorrere a programmi di formazione, stage e lavori socialmente utili. Ma la nostra società è profondamente cambiata, l’Italia è un paese diverso da solo 10 anni fa, in cui gli interventi alle famiglie o i programmi di inserimento al lavoro potevano ancora impattare sulla condizioni degli italiani.

Comunque la si pensi, è importante capire che la dimensione della povertà è oggi su un altro livello, e che stage e tirocini, contratti di tre mesi e sussidi da 400 euro al mese non bastano più per poter pensare di avere risolto questa emergenza. Servono soldi veri, programmi specifici, e nuovi parametri.

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Michele Azzu è un giornalista freelance che si occupa principalmente di lavoro, società e cultura. Scrive per L'Espresso e Fanpage.it. Ha collaborato per il Guardian. Nel 2010 ha fondato, assieme a Marco Nurra, il sito L'isola dei cassintegrati di cui è direttore. Nel 2011 ha vinto il premio di Google "Eretici Digitali" al Festival Internazionale del Giornalismo, nel 2012 il "Premio dello Zuccherificio" per il giornalismo d'inchiesta. Ha pubblicato Asinara Revolution (Bompiani, 2011), scritto insieme a Marco Nurra.
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