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L’ammuina tra Meloni e De Luca distrae dai dubbi di incostituzionalità del decreto Caivano

Mentre la leader di Fratelli d’Italia si presenta in Campania, usando una visita istituzionale a fini propagandistici, dai tribunali di Trento e di Bari vengono sollevate le prime questioni di legittimità costituzionale contro le norme repressive che il governo ha introdotto nel processo minorile.
A cura di Roberta Covelli
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Le immagini dell’incontro tra Giorgia Meloni e Vincenzo De Luca a Caivano rimbalzano dalle aperture dei giornali alle discussioni social, con la Presidente del Consiglio che si presenta come "quella stronza della Meloni", riprendendo l’epiteto pronunciato dal governatore campano durante una conversazione su un divanetto di Montecitorio. La scelta di esordire in quel modo, a un incontro istituzionale, non è che l’ennesimo caso di utilizzo propagandistico del proprio ruolo. In questo caso, poi, il siparietto ha anche l’effetto di distogliere l’attenzione da altre notizie, come le due questioni di legittimità costituzionale sollevate rispetto alle norme introdotte proprio dal governo Meloni con il decreto Caivano.

I dubbi da Trento: l’obiettivo è la rieducazione del giovane, non la velocità del procedimento penale minorile

La prima questione è stata sollevata dal Tribunale per i minorenni di Trento, lo scorso marzo, sull’art. 27 bis del Codice del processo penale minorile (D.P.R. 448/1988). La norma, introdotta proprio con il decreto Caivano, prevede una procedura semplificata, applicabile solo in fase di indagini preliminari e su proposta del pubblico ministero, in caso di fatti di reato che non rivestano particolare gravità. Ricevuta la proposta del pubblico ministero, l’indagato (minorenne) deve depositare entro sessanta giorni un programma rieducativo che intende svolgere. Quindi il giudice per le indagini preliminari, se lo ritiene valido, ammette il minore al percorso rieducativo, e sospende il procedimento, per poi dichiarare estinto il reato qualora il giovane indagato abbia svolto correttamente le attività di reinserimento educativo. Tutto molto logico, in teoria. La pratica, però, è ben diversa.

Il problema della norma introdotta dal governo Meloni è la sua rigidità, pensata in un’ottica di velocizzazione e semplificazione del procedimento minorile, invece che di reinserimento sociale del giovane. Non sono infatti previste proroghe per il deposito del percorso rieducativo, né ci sono indicazioni sulle modalità con cui debba essere redatto, né elementi utili per la valutazione di congruità da parte del giudice minorile. Proprio su questa rigidità semplicistica si concentra la questione di incostituzionalità sollevata dal Tribunale di Trento: per come è scritta la norma, la valutazione della congruità del percorso da parte del giudice si basa soltanto sul livello di gravità del reato commesso, mentre la funzione rieducativa, per essere efficace (specie nei confronti di individui giovanissimi), deve offrire, per citare le parole del giudice di Trento, una "concreta opportunità di crescita, maturazione e responsabilizzazione del giovane" e questo non è valutabile "in assenza di informazioni specifiche sulle caratteristiche personali del minore e in relazione ai parametri di riferimento normalmente in rilievo, quali l’ambiente familiare, la rete amicale, la condizione di salute, la frequenza scolastica o l’impegno lavorativo".

La questione da Bari: il divieto di messa alla prova è contrario ai princìpi della giustizia minorile

La seconda questione di legittimità costituzionale si concentra su un’altra norma del Codice del processo penale minorile. La norma in questione (l’art. 28 D.P.R. 448/1988) prevede la facoltà di messa alla prova, ossia la sospensione del processo, con il giovane imputato affidato ai servizi sociali per la riparazione delle conseguenze del reato commesso. Con l’introduzione del comma 5-bis, però, il decreto Caivano ha escluso questa facoltà in caso di forme aggravate di omicidio, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo e rapina.

Anche in questo caso, come nel caso di Trento, il giudice di Bari sottolinea una logica retributiva, contraria ai princìpi del diritto minorile. La ragione per cui è prevista la messa alla prova, così come altre misure alternative alla detenzione in carcere, non è infatti un lassismo nel punire i reati, quanto la consapevolezza che, specie per una persona in formazione come un minorenne, il carcere può costituire un’occasione criminogena. La disciplina del processo minorile, si osserva nell’ordinanza del Tribunale di Bari, "è in effetti basata sulle finalità del recupero del minore e della sua rapida fuoriuscita dal circuito penale, come più volte la Corte costituzionale ha affermato". E, prosegue il giudice rispetto all’esclusione della messa alla prova prevista dal decreto Caivano, "privare l’imputato della possibilità di accesso a questo importante istituto di recupero e reinserimento sociale, costituisce un vulnus non solo di tutela e protezione del minore autore del reato ma anche di tutela dell’intera collettività contro i rischi di una possibile recidiva".

Tanto più che la norma, prima dell’intervento del governo Meloni, non obbligava certo i giudici all’applicazione della messa alla prova o ad altre misure di attenuazione della pena, ma si limitava a prevedere la facoltà di fare ricorso a queste previsioni: era comunque il tribunale a valutare, nel concreto, se l’applicazione della misura fosse idonea, tanto per il giovane quanto per la sicurezza della comunità.

Facite ammuina: mesi dopo, la propaganda di Giorgia Meloni continua

Giorgia Meloni sa comunicare. Lo dimostra sfruttando oggi, a proprio favore, le dichiarazioni di Vincenzo De Luca. Ma non è certo la prima volta: l'aveva già dimostrato nei mesi scorsi, anche con il decreto Caivano, tanto discutibile giuridicamente quanto efficace propagandisticamente.

Il Parco Verde di Caivano è infatti diventato un simbolo, nella narrazione di Meloni: bonificarne uno, per bonificarli tutti.

L'intervento del governo è arrivato sull'onda emotiva di una drammatica notizia di cronaca, sfruttabile con l'archetipo spesso usato da Meloni, quello della Grande Madre, potenza creatrice e distruttrice. La narrazione è rodata e comprensibile: indignata dal degrado della zona, la presidente dichiara guerra al disagio sociale. E, per farlo, replica le solite (fallimentari) strategie: la logica emergenziale, con la nomina di un commissario straordinario, calato dall'alto; la passerella costante di esponenti politici, con anzi la richiesta di Meloni ai ministri di presenziare spesso a Caivano; le assunzioni nelle scuole con finanziamenti tardivi, ridotti, previsti solo per un paio di anni scolastici, come fossero una soluzione tampone; e poi la repressione, ostentata con il blitz degli scoiattoli e messa per iscritto con le modifiche al processo minorile.

Oggi la politica dell'ammuina, del fare casino, prosegue. Mentre si ricondivide il video di De Luca con Meloni, si nota sullo sfondo la presenza della presidente a Caivano, ancora. La si sente accalorata ringraziando don Patriciello, si registra e si apprezza la notizia dell'inaugurazione di un centro sportivo. E l'ammuina distrae dalle ombre del provvedimento dei mesi scorsi, con minorenni spesso cresciuti senza riferimenti valoriali che rischiano di essere ricacciati, per legge, in un contesto criminale. A far luce su queste ombre sarà, tra qualche mese, la Corte Costituzionale, su ricorso dei tribunali di Trento e di Bari. Nel frattempo, però, la propaganda prosegue e la legge è vigente, con tutti i danni che questo comporta.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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