Le notizie a volte ritornano, meglio se in campagna elettorale, meglio ancora se in versione ultrasemplificata. Quello dei “98 miliardi di euro regalati ai signori delle slot machine” è un caso da manuale, perché ha il timing perfetto, il nemico perfetto, l’eroe perfetto e quel retrogusto moralista e bacchettone che piace tanto a una certa tipologia di pubblico. Non stupisce, dunque, che si sia tornati a utilizzare i “98 miliardi di euro condonati ai signori delle slot machine” per attaccare i governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi 5 anni. Tutti “governi non eletti dal popolo”, che si sarebbero resi colpevoli di aver rinunciato a una cifra vicino ai 100 miliardi di euro (circa il triplo di una manovra “pesante”), accontentandosi di poche centinaia di milioni di euro di mancia, da multinazionali amiche e società infiltrate dalle organizzazioni malavitose.

Nelle ultime settimane, dunque, la storia del regalo alle slot è tornata alla ribalta, come argomento da aggiungere alla lista delle nefandezze dei tre governi a guida PD che si sono succeduti nell'arco di questa legislatura.

98 miliardi di euro dalle slot, di cosa parliamo

In realtà, la storia parte da lontano, almeno dal 2004, quando la legalizzazione del settore (con un provvedimento del governo Berlusconi) determina la possibilità di immettere sul mercato nuove slot, previo un controllo da parte di gestore e monopolio. Le slot machine invadono i bar e sostituiscono (o dovrebbero farlo) i vecchi videopoker. La normativa prevede che le macchine siano collegate in rete con la SoGei, la società pubblica che avrebbe dovuto garantire la regolarità della taratura degli apparecchi (che, sempre in teoria, dovrebbero restituire un numero di vincite predeterminato ai giocatori). A mettere in rete gli apparecchi avrebbero dovuto pensarci i concessionari, dieci soggetti privati selezionati dai Monopoli, pena una sanzione per ogni ora di mancato collegamento. La multa “base” è di circa 50 euro per ogni ora di ogni singolo apparecchio non collegato alla rete SoGei.

I concessionari, essenzialmente, se ne fregano. Migliaia di macchinette non sono collegate alla rete e non vengono messe a norma neanche dopo i primi solleciti dei Monopoli. Tecnicamente, in questo periodo, i concessionari, i gestori e gli esercenti stanno fregando i giocatori e il fisco al tempo stesso. Aams, però, non va oltre, non sanziona i concessionari, ai quali successivamente continuerà per anni a rinnovare le licenze. Le società, per il biennio 2004 – 2006, pagheranno le tasse con una cifra forfettaria, quella prevista nel caso di mancato collegamento per cause di forza maggiore, senza che nei loro confronti venga erogata alcuna multa.

Nel 2007, però, entra in scena la magistratura. È la Corte dei Conti che, raccogliendo una serie di segnalazioni, dà alla Guardia di Finanza il compito di fare luce sulla vicenda del mancato collegamento delle slot. Una (peraltro necessariamente parziale) verifica consente alla Gdf di individuare migliaia di macchinette non collegate, lasciando intendere che il danno erariale possa essere elevatissimo. Il mancato controllo sulle slot è, in effetti, un problema enorme, come avrà modo di spiegare il generale Umberto Rapetto, a capo del nucleo speciale della Gdf: “Il mancato collegamento vanificava le regole secondo le quali il totale delle giocate doveva diventare per il 75% montepremi per i giocatori più fortunati, circa il 12% costituire imposta e il restante 13% rappresentare introito per le società concessionarie, i gestori delle slot, gli esercenti pubblici e in piccola parte l’Amministrazione dei Monopoli”. In sostanza, per un periodo piuttosto ampio di tempo, decine di migliaia di slot sono state del tutto fuori controllo, non solo per quel che riguarda la quantificazione degli introiti tassabili, ma anche per la restituzione delle vincite ai giocatori. Su quest’ultimo punto però, la Gdf nulla può fare: resta, dunque, una montagna di denaro svanita nel nulla, che dalle tasche dei giocatori è finita ai componenti della filiera, esercenti e gestori, ma non allo Stato, se non nella componente forfettaria di cui vi abbiamo parlato in precedenza.

Da dove viene la cifra di 98 miliardi di euro? Per il conteggio e la precisa determinazione delle macchinette scollegate, il nucleo coordinato da Rapetto si serve dei dati forniti dall’Anagrafe Tributaria, riuscendo così a circoscrivere con buona precisione il tempo di utilizzo delle slot “senza collegamento”. Poi, semplicemente, prende “in considerazione il contratto stipulato dai Monopoli con le società concessionarie e applica le penali previste per il mancato rispetto dell’accordo preso”. In pratica, la cifra finale viene fuori non attraverso calcoli su un ipotetico volume delle giocate, né applicando sanzioni che ipotizzano un abbassamento delle quote di vincita o altre operazioni di manomissione delle slot, ma semplicemente applicando le penali previste da un contratto sottoscritto sia dallo Stato che dai concessionari. La procura della Corte dei Conti contesta dunque ai concessionari somme per poco meno di 90 miliardi di euro (qui l'elenco delle richieste alle singole società).

La sentenza dei giudici e la vera sanzione

Ora bisogna fare un salto in avanti e arrivare al 2012, quando la vertenza giudiziaria arriva finalmente a conclusione e la sezione giurisdizionale del Lazio della Corte dei Conti pronuncia la sentenza numero 214. La citazione in giudizio riguarda dieci concessionari (Atlantis World Giocolegale limited, la Snai spa, la Sisal spa, la G matica srl e la Cogetech, spa, Gamenet spa, Lottomatica Videolot Rete spa, Cirsa Italia srl, H.b.G. Srl e Codere spa), Giorgio Tino, Antonio Tagliaferri e Anna Maria Barbarito dirigenti responsabili dell’Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato, cui si contesta una serie di violazioni, chiedendo i seguenti risarcimenti:

  • violazione degli obblighi inerenti all’avviamento della rete (4,8 milioni di euro);
  • violazione degli obblighi inerenti al completamento della rete (12 milioni di euro);
  • violazione degli obblighi inerenti alla conduzione della rete (circa 40 milioni di euro);
  • violazione dell’obbligo di mantenere il livello di servizio previsto dall’allegato n. 3 della Convenzione di concessione, il punto centrale, per cui si chiedevano 27 miliardi ad Atlantis, 9,4 miliardi a Cogetech, 4 miliardi a Snai, 1,5 miliardi a Gmatica, 2 miliardi a Gamenet, 1 miliardo a Sisal, 3 miliardi a Lottomatica, 3 miliardi a Cirsa Italia, 6 miliardi ad Hbg, 3 miliardi a Codere, circa 12 miliardi di euro ai tre funzionari dei monopoli.

In caso di mancato accoglimento di tali richieste, il procuratore generale chiede poi una condanna “a titolo di colpa grave” per somme molto inferiori, che corrispondono appunto al totale di circa 2,5 miliardi di euro. La sentenza arriva dopo una lunghissima battaglia legale e molti tentativi di impugnare la legittimità stessa del processo. Le concessionarie sono sostanzialmente condannate, così come l’ex direttore Generale dei Monopoli di Stato Giorgio Tino e l Direttore dei Giochi, Antonio Tagliaferri, mentre Annamaria Barbarito, responsabile dell’ufficio apparecchi da intrattenimento dei Monopoli di Stato, viene esentata da responsabilità.

Le conclusioni accolgono solo parzialmente le richieste della procura regionale:

Il Collegio reputa sussistere un consistente danno a carico dell'erario a causa del mancato svolgimento del servizio pubblico di controllo sul gioco d’azzardo con vincite in denaro mediante apparecchi di cui all’art. 110, comma 6, del T.U.L.P.S. Il mancato controllo ha vanificato il servizio pubblico affidato in concessione alle dieci società odierne convenute ed ha reso impossibile “una più efficiente ed efficace azione di prevenzione e contrasto dell'uso illegale di apparecchi e congegni da divertimento e intrattenimento, nonché per favorire il recupero del fenomeno dell'evasione fiscale

Per i giudici è indubbio che lo Stato non abbia potuto controllare cosa accadeva nelle slot non collegate “sicuramente da gennaio 2005 a gennaio 2007”. Del resto, aggiungono, “per quanto si è avuto modo di capire, gravissime carenze nel sistema sussistono tuttora”. Non sta in piedi, poi, la giustificazione delle “cause di forza maggiore”, su cui si era basato l’accordo forfettario con l’erario.

La quantificazione del danno operata dai PM non è invece ritenuta corretta, la Corte ritiene giusto, dunque utilizzare il parametro dell’80% dell’aggio percepito dai concessionari nel periodo in esame.

Insomma, riepilogando: in primo grado la Corte dei Conti accerta gli illeciti e la mancanza di controllo, ma ritiene che il danno complessivo sofferto dall’erario sia pari a 2,5 miliardi di euro. I 98 miliardi di euro, dunque, non esistono, non sono mai stati comminati come sanzione a nessuna società, né men che meno sono stati evasi. Del resto, il giro d’affari annuo dell’intero settore si aggira sotto i 60 miliardi di euro…

Il "condono" del Governo Letta, che c'entra con l'IMU

Facciamo ora un ulteriore passo in avanti, fino all’ottobre del 2013, quando viene convertito in legge il decreto numero 102. Al Governo c’è Enrico Letta e il provvedimento è quello che cancella l’IMU sulla prima casa. Per finanziarlo, Letta si inventa la “definizione agevolata del pagamento” della multa inflitta dalla Corte dei Conti. In pratica, uno sconto di circa il 75% sulla multa (per un gettito totale di 618 milioni di euro), a patto che le aziende accettino di rinunciare al ricorso e pagare subito. Vale la pena di sottolineare come solo 6 dei 10 concessionari accettino di aderire alla definizione agevolata, mentre altre 4 sono tuttora in attesa dell’appello.

Insomma, è vero che un Governo a guida PD abbia definito una sorta di condono alle aziende che operano nel campo delle slot, ma sui 2,5 miliardi di euro e chiedendo un pagamento immediato di una sanzione comminata solo in primo grado. Ottenendo, peraltro, nemmeno tutti i 618 milioni di euro messi a bilancio per la copertura dell’abolizione dell’IMU sulla prima casa.

L'odore di bufala che copre il marcio del settore

Dicevamo all’inizio come questo fosse un caso da manuale. Perché colpisce un pubblico ampio in maniera eclatante e su un tema delicato, generando confusione, creando teorie del complotto e retropensieri; perché tra i “protagonisti” vi è un eroe perseguitato, il generale della Finanza Rapetto sarà prima trasferito, poi andrà in pensione; perché i cattivi sono davvero cattivi (i signori dell’azzardo, con aziende che poi saranno interessate anche da altre vicende giudiziarie); perché di mezzo c’è un avversario politico facile da colpire, il PD.

E lo è anche per un effetto secondario, ovvero la distrazione collettiva. Stavolta rispetto al cuore del problema, che è la gestione di un settore in cui girano miliardi e che ancora attende un intervento legislativo degno di questo nome (avremo occasione di parlare della legge Mirabelli sul riordino dei giochi). La vicenda, infatti, andrebbe ricordata per l’incredibile commistione fra affaristi, settori dei monopoli e aziende “sane”, per la mancanza di trasparenza gestionale e per l’inadeguatezza del management pubblico (il Governo Monti rinnoverà i vertici di Aams prima della sentenza, tanto per renderci conto di quanto la politica avesse il polso della situazione). Per anni i giocatori italiani sono stati truffati, o meglio, hanno utilizzato apparecchi non collegati, senza controllo da parte dei monopoli. A tutt’oggi, non vi è la certezza della regolarità delle operazioni in un settore in cui ballano miliardi di euro e le statistiche potrebbero essere completamente falsate.

Il problema non è "il regalo di 98 miliardi di euro ai signori delle slot" (come ripetono ad esempio quelli del M5s), che non c'è mai stato. Il problema è nella truffa ai danni dei giocatori, che non è neanche possibile da quantificare essenzialmente perché per anni le macchinette hanno operato in regime – fantasma. E il problema è anche in un settore che, ai massimi livelli, non ha credibilità alcuna, né è garanzia di trasparenza.