Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Probabilmente non avrei mai pensato di citare Montale dopo aver letto il comunicato stampa successivo al Consiglio dei ministri di ieri, ascoltato le prime dichiarazioni e sfogliato la bozza del decreto fiscale, quella del documento programmatico di bilancio inviata alla UE, centro nevralgico della manovra licenziata ieri dal governo Conte bis. La sensazione è però quella, un approccio debole, minimo, approssimativo, parziale, che si scontra con un orizzonte promesso, quello sì gravido di aspettative e speranze. Tradotto in termini brutali: oltre lo stop all'aumento dell'IVA c'è il nulla, c'è l'assenza di una visione o di uno straccio di idea in grado di invertire il trend e cambiare in positivo la storia del nostro Paese.

La manovra che il governo ha prodotto, dopo un confronto estenuante, è tutta in difesa e si limita a scalfire solo superficialmente gli ambiti nei quali pure si ritiene necessario intervenire. Pochissimo sul taglio del cuneo fiscale, poco sugli investimenti, mediazione al ribasso sull’uso del contante, poca roba sui tagli alla spesa, brodini caldi per ricerca, innovazione e sviluppo, idee fantasiose e poco concrete sul recupero dell’evasione. Manca un’idea, un pensiero, una visione di Paese nel medio e lungo periodo. Manca il coraggio di intervenire con decisione, di aggredire con forza un paio di questioni e fare la differenza. Manca una coerenza fra ciò che si prometteva nelle settimane della crisi di governo (redistribuzione, equità sociale, sfida sul lavoro) e ciò che si è prodotto finora. Manca una qualunque "scommessa", una scelta forte che dia la direzione alla barca che Zingaretti, Renzi e Di Maio hanno ritenuto di dover guidare prima che il Paese sbattesse sugli scogli (anche se poi comandante e mezzo equipaggio sono gli stessi…).

Qualche giorno fa, l’osservatorio conti pubblici pubblicava un interessante report, focalizzato sulle 40 (quaranta) misure espansive che sono state assunte dalle manovre economiche varate nelle ultime due legislature – cioè quelle dei Governi Letta, Renzi, Gentiloni e Conte I. Il conto (peraltro limitato alle sole misure da almeno 250 milioni di euro) vale circa 80 miliardi di euro, tra maggiori spese e minori entrate, e investe misure che hanno prodotto effetti discutibili, minimi o addirittura nulli. Il quadro è estremamente significativo di come gli ultimi governi abbiano inteso procedere: una miriade di misure “settoriali e particolaristiche che favoriscono questo o quel settore e a volte addirittura singole aziende o singole istituzioni pubbliche”, senza una visione organica, un progetto d’insieme, un percorso chiaro e coerente da perseguire negli anni. Sopravvivere, non scontentare nessuno, guardare al giorno dopo e non ai prossimi 5, 10, 15 anni: è la ratio che ha guidato gli ultimi governi e questo in particolare.

Certo, bisogna considerare la limitatezza delle risorse, la scure dell’aumento dell’IVA e l’impossibilità di spingere ancora sulla leva del deficit: tare dei governi precedenti e delle insensate prove di forza dello stesso Conte un anno fa. Ma neanche stavolta il governo ha scelto di parlare il linguaggio della verità, tratteggiando all’opinione pubblica i contorni di una manovra che non c’è, parlando di una discontinuità che non esiste, raccontando favolette dalle gambe cortissime (gli oltre 7 miliardi da recupero evasione e nuove norme fiscali), insistendo sui soliti ambiti (il pozzo senza fondo delle "tasse sui giochi"), promettendo buste paga più gonfie e garantendo una trentina di euro al mese, quando non prendendoci in giro (superbonus befana, bonus cashback, lotterie, ricchi premi e cotillons per chi paga con carta: tutti elementi che, ove mai prendessero forma, sono stati raccontati con una enfasi che serve solo ad aumentare le aspettative, a fronte di riscontri che saranno minimi, nella migliore delle ipotesi).

E la fotografia più chiara di ciò che è questo governo la restituisce proprio un ambito specifico di questa manovra: la soglia per l'uso del contante. C'era chi spingeva per portarlo a mille euro e chi insisteva per tremila. Si è discusso per settimane, giorni, ieri fino a notte inoltrata. Alla fine la decisione: duemila euro. Per i primi due anni, poi (forse) si scende a mille.