Il ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi ha risposto alle domande del direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini sulla crisi del coronavirus, e sulle regole che dovranno essere adottate negli atenei italiani nella fase post Covid. "La transizione da una didattica frontale a una didattica digitale, con più di 80 università coinvolte e un milione e mezzo di studenti, è stata una sfida complicata. Avevo anche dei forti dubbi. Ma la risposta è stata straordinaria: ogni università ci ha messo solo una settimana per fare questo passaggio. È una didattica sincrona questa del lockdown, che segue il normale avvicendarsi delle lezioni".

"Gli esami orali sono stati fatti utilizzando varie tipologie di piattaforme comuni. Eravamo abbastanza preparati. Dai dati che abbiamo al 20 marzo emerge che ne abbiamo fatti 60mila, oggi siamo a circa 100mila. Per gli esami scritti c'è qualche difficoltà in più, ma è una criticità che si può superare. In genere c'è una cultura del sospetto negli italiani, ma gli studenti hanno dimostrato una grande responsabilità e serietà".

Per quanto riguarda i test d'ingresso, il Manfredi ha detto che il suo ministero al lavoro su un piano per capire come passare da questa emergenza a una normalità post Covid: "Stiamo discutendo diverse soluzioni tecnologiche. Per i test non vincolanti, quelli che vengono fatti per valutare le abilità degli studenti, e che possono quindi portare dei crediti formativi all'ingresso del percorso formativo, come avviene ad esempio per ingegneria a Napoli, l'idea è di farli online, da casa. Per quanto riguarda invece i test d'accesso, l'idea è che tra luglio e settembre si possa tornare a una situazione di semi-normalità, e quindi si potranno fare anche test di presenza, con i dispositivi di protezione individuale, garantendo il distanziamento sociale. Ma si stanno valutando anche soluzioni alternative, dal punto di vista tecnologico e giuridico".

Quel che è certo è che a settembre non si tornerà comunque in aula come prima: "Ci saranno due fasi: una online, che coincide con la fine di questo semestre, cioè fino agli inizi di luglio, con la possibilità per docenti, laureandi e dottorandi di poter frequentare i laboratori, che sono sostanzialmente attività individuali. Il nuovo semestre sarà invece in una forma mista: ci sarà la formazione online, anche per non perdere la platea di studenti stranieri e dei pendolari a lunga percorrenza, e in parallelo la formazione in aula. Così si evita anche l'affollamento dei corsi, che sarebbe incompatibile con la sicurezza sanitaria. Differenzieremo comunque l'offerta didattica a seconda dei corsi di laurea, delle facoltà e delle regioni Ci vorrà un piano di dettaglio".

"Noi stiamo facendo un'indagine per capire quale è stato il gradimento da parte degli studenti in questo periodo di emergenza, e poi ci sarà valutazione da parte degli studenti sulla didattica dei corsi online. Questa pandemia è anche un grande esperimento, che ha trasformato il mondo in una settimana".

"La ricerca durante l'emergenza ha risposto molto bene – ha detto Manfredi rispondendo a una domanda sul ruolo della ricerca italiana durante quest'emergenza – Abbiamo molti gruppi italiani che sono impegnati in tutti i progetti europei che riguardano i vaccini e i farmaci. C'è poi il campo dell'intelligenza artificiale, big data, e molti gruppi ed enti di ricerca stanno lavorando anche sull'App per il controllo del distanziamento sociale. E poi c'è l'iniziativa Innova per l'Italia' che coinvolge anche il mio ministero, che riguarda la realizzazione di mascherine, ventilatori, dispositivi di diagnostica: c'è una rete di università ed enti di ricerca che si sta occupando di fare i test per le aziende che vogliono produrre questi strumenti, e questi dati vengono inviati al Iss, che provvede alla certificazione. Questo è un lavoro anche civico, che garantirà anche che le mascherine che indosseremo tutti nei prossimi mesi abbiano i requisiti di sicurezza".

Il direttore Piccinini ha domandato come mai le università sono siano state coinvolte per i tamponi. "Il sistema che è stato scelto dall'Iss, per arrivare a dati precisi, è stato quello di avere pochi laboratori certificati che fossero in grado di fare i tamponi. Per primi sono stati coinvolti i laboratori presso gli Ircss, come lo Spallanzani. Poi sono stati chiamati in causa gli ospedali che avevano le caratteristiche giuste, come alcuni ospedali universitari, come il Sacco o il Sant'Andrea. Oggi siamo arrivati a oltre trenta. È chiaro che la potenzialità di analisi in Italia è molto più ampia, si sarebbero potuti fare molti più test, se si fosse scelto di utilizzare anche laboratori non di area medica. Per prudenza l'Iss credo abbia deciso di limitare il numero di centri dedicati ai tamponi, proprio per essere certo che i dati fossero affidabili. Ma le università avevano dato la loro disponibilità, ma è stata una scelta di strategia nazionale".

Per ripartire bisognerà puntare sull'innovazione. Secondo il ministro "L'Italia per la ripartenza avrà due vantaggi. Noi abbiamo grandi eccellenze in alcuni settori, come quello biomedico, anche se non sempre c'è un sistema industriale nazionale in grado di mettere in campo queste competenze. Perché purtroppo il sistema industriale è stato smantellato negli ultimi anni in alcuni settori. E poi c'è un altro aspetto, forse sottovalutato: quest'emergenza, che è stata inattesa, ha dimostrato che in questi casi ci vuole grande creatività, intuito e capacità di adattamento, che sono caratteristiche degli italiani. Noi sul problem solving siamo i migliori. Ricordiamo che siamo stati i primi tra i paesi occidentali ad affrontare la pandemia, e ne stiamo uscendo fuori con meno danni rispetto ad altri paesi. La società del post Covid sarà diversa, cambieranno le abitudini dei consumatori, cambieranno le preferenze. Bisognerà capire questo mondo nuovo. Gli italiani sapranno capirlo più degli altri, anche perché abbiamo una grande tradizione legata alle scienze umane e sociali. La risposta non la potranno dare solo i tecnologi, dovranno attivarsi anche gli umanisti. Questa sarà una grande sfida per il Paese e una grande occasione, che spero sapremo in grade di coglierla, come abbiamo fatto nel periodo post bellico".

Gli accordi siglati dall'Eurogruppo nelle ultime ore "sono frutto di una trattativa molto dura, che vedeva fronteggiarsi due posizioni molto diverse, che non solo rispecchiavano due visioni diverse, ma si rivolgevano anche a due elettorati molto diversi, quelli del Nord Europa e quelli del Sud. Se noi vogliamo cambiare l'Europa lo dobbiamo fare da dentro le istituzioni, non possiamo farlo da fuori. Anche grazie ad alleanze, come l'asse significativo che si è creato tra Italia, Spagna, Portogallo e altri Paesi del Sud Europa. Nelle trattative dure tutte le conclusioni sono sempre delle mediazioni, che deve tenere conto di tutti gli interessi, e credo che questa sia una buona mediazione. Perché noi abbiamo già ottenuto un Quantitative easing illimitato, che ci permette di rifinanziare il debito pubblico italiano a tassi molto bassi malgrado la difficile situazione dell'economia a livello globale. E poi l'idea messa in campo dalla Francia di un fondo della ricostruzione che parte da 500 miliardi è molto positiva, perché significa avere risorse da investire per la rinascita industriale a tassi bassi, perché rientrano in un programma europeo, e tempi di restituzione lunghi. E questa sarà una leva fondamentale per la ripartenza".

Sul tema della mobilità europea, come i programmi Erasmus, il ministro ha detto che quando ha deciso di far rientrare gli studenti Erasmus ha capito che stava succedendo qualcosa di grande. "È stato un rientro molto difficile, abbiamo cercato di fare il massimo, ma non sempre siamo riusciti a stare vicini ai nostri studenti. Ma i tempi della crisi sono stati velocissimi. Abbiamo avuto grandi problemi in Spagna, dove avevamo 14mila studenti italiani, e gli aeroporti sono stati chiusi da un giorno all'altro, c'era difficoltà di movimento all'interno. Mi scuso con i ragazzi e con le famiglie per le difficoltà che hanno incontrato. Ma io credo che il programma dovrebbe ripartire subito, è la proposta che sosterrò a livello europeo. Se non sarà possibile lo scambio fisico almeno cercheremo in una prima fase di garantire uno scambio virtuale, permettendo agli studenti di seguire i corsi di una università straniera a distanza. Non è la stessa cosa, perché fare l'Erasmus significa cambiare Paese, cambiare vita. Ma è un simbolo, è meglio di tornare a un'idea di formazione puramente nazionale. Io credo che il programma Erasmus non debba essere sospeso, perché sarebbe un segnale di interruzione dello scambio tra studenti in Europa. Noi invece dobbiamo dare un segnale forte di una ripresa delle relazioni internazionali".