C’era grande attesa per il discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in Senato, dove si è recato per una informativa sulla situazione dopo due mesi dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19 e a due giorni di distanza da un Consiglio Europeo che si annuncia come tappa fondamentale per la gestione comunitaria della crisi. Quello di Conte è stato un intervento piuttosto ampio, articolato intorno a due grandi temi: l’avvio della fase due e l’orientamento del governo sul MES e sugli altri strumenti di sostegno all'economia europea.

Per quanto concerne il primo punto, il governo intende muoversi con la cautela che ha guidato queste ultime settimane: resta la data del 3 maggio per le attuali misure di contenimento, ma nel frattempo si lavora a un piano articolato e in grado di contemperare sia l’esigenza di imprese e attività produttive che l’obiettivo prioritario del contenimento della diffusione del coronavirus. Una scelta condivisibile, perché se è vero che i dati indicano il consolidamento del trend discendente dei contagi e il miglioramento degli indici di terapie intensive e ospedalizzazioni, allo stesso tempo c’è ancora molta incertezza sul numero dei morti e soprattutto mancano passaggi essenziali per preparare la cosiddetta fase due, ovvero il graduale allentamento del lockdown. Come abbiamo provato a spiegare qui, infatti, ci sono delle (pre)condizioni necessarie prima di poter anche solo pensare di riaprire, senza mettere a repentaglio quello che sembra un equilibrio fragilissimo, con il rischio che nuovi focolai colpiscano le zone meno esposte o aggravino la situazione in aree ancora sotto stress.

Sul MES, il Presidente del Consiglio è stato un po’ meno lineare e rigoroso. In effetti, dopo aver condannato “un dibattito che rischia di dividere l'Italia in tifoserie”, si è limitato a ribadire il no all’utilizzo dello strumento per come era stato pensato e impostato inizialmente, senza però chiudere alla possibilità di dire di sì a una sua versione riveduta e corretta, aprendo così alla possibilità di usare le risorse “senza condizionali” per le spese sanitarie dirette e indirette. Va detto che, sul punto specifico, Conte sconta le contraddizioni interne alla maggioranza e la confusione a livello europeo: difficile essere più espliciti e chiari alla vigilia di un vertice che “comunque non sarà risolutivo”.

Cosa manca nel discorso di Conte

Detto questo, l'informativa è apparsa nel complesso lacunosa e omissiva, lo specchio dell'intera gestione dell'emergenza. Mancano delle questioni essenziali, anche in ragione del peso che un discorso del Presidente del Consiglio in Parlamento dovrebbe rivestire in un momento del genere: complici anche una serie di interventi piuttosto dimenticabili da parte dei parlamentari (con le dovute eccezioni), invece, la giornata di oggi è sembrata poco più di una formalità. Il Parlamento si è dimostrato una volta di più il "grande assente" di questa crisi, sia per la decisione di ricorrere con frequenza allo strumento del Dpcm, sia per un calendario piuttosto blando tra Palazzo Madama e Montecitorio. La scelta di anticipare la gran parte dei contenuti del suo discorso (prima al solito giornale, poi con un post su Facebook) e lo strumento dell'informativa (senza un voto dell'Aula) sono una conferma ulteriore della marginalità del ruolo di deputati e senatori agli occhi del Presidente del Consiglio, al di là delle frasi di circostanza.

Tornando al discorso, in primo luogo, diremmo che manca una chiara assunzione di responsabilità e una rivendicazione del ruolo e della preminenza della politica quando in gioco vi è il futuro di una intera nazione. Comitati, task force, esperti possono e devono essere un supporto dell’azione di governo, non possono e non devono surrogarla: nei continui rimandi a pareri, relazioni e lavori in corso, Conte omette di spiegare quale sia il suo compito e quello degli altri ministri, sminuisce il ruolo della politica e utilizza strumentalmente una questione serissima come quella dell'apporto della scienza alla gestione della cosa pubblica. Peraltro, questo gioco al rimpiattino fra politici e tecnici ha un effetto straniante sull'opinione pubblica: non c'è chiarezza sui tempi, non si conosce il vero significato dei dati, risulta spesso incomprensibile la ratio di norme e divieti, non è mai chiaro chi debba fare cosa e a chi tocchi l'ultima parola. Beffa finale: i piani e le strategie sono sempre solo "accennate", le risposte sono sempre smozzicate, le scelte mai "definitive", c'è sempre questo alone di incertezza e provvisorietà che permane in ogni discorso, intervista o conferenza stampa. Non c'è mai una risposta chiara su questioni fondamentali, insomma.

Ciò si aggiunge a un'altra costante: la totale assenza di autocritica in ogni intervento del Presidente del Consiglio, dei ministri o dei rappresentanti della Protezione Civile. Tutto è andato come doveva andare, tutto è stato fatto nel migliore dei modi, il governo era pronto e ha fatto il massimo, lui rifarebbe “esattamente tutto allo stesso modo”, la Protezione Civile è stata eroica, i tecnici hanno lavorato senza sosta, gli esperti sono sempre stati concentrati: questo è stato il registro comunicativo fin dall’inizio dell’emergenza e mai una volta ci si è spinti a considerazioni di realtà.

E cioè, mai si è ammesso che non eravamo pronti e forse non avremmo mai potuto esserlo. Siamo stati investiti da una tragedia immane ed eravamo in larga parte impreparati, nonostante sapessimo che il sistema Italia nel suo complesso non potesse reggere. E così è stato, malgrado lo sforzo incredibile di tantissimi operatori sanitari, volontari e cittadini, nonché della tanta buona volontà di rappresentanti delle istituzioni e della politica. Quello italiano è un sistema troppo disfunzionale, con tare, problemi di fondo, zone grigie e interessi che ci hanno impedito di prendere le decisioni corrette con le giuste tempistiche e il doveroso rigore. Alle tante "eccellenze" si somma un livello mediocre della classe dirigente in tutti i settori, e vanno considerati diffusi meccanismi clientelari e corruttele che negli anni hanno eroso la capacità di risposta agli stress sistemici dell'intero Paese, non solo del sistema sanitario. Sono stati commessi errori, alcuni anche gravi, che hanno avuto conseguenze drammatiche e che rimarranno senza responsabili. Non si è riusciti a elaborare un protocollo comune per il territorio nazionale, lasciando campo libero a governatori che in più di una occasione sono andati ben oltre le proprie competenze e hanno fatto danni enormi e profondissimi. Si è fatta tanta confusione, chiudendo gli occhi di fronte a storture e brutture in nome di uno sforzo comune che finirà per ricadere sempre sulle spalle dei più deboli, c'è da giurarci.

Questioni di cui certamente il Presidente del Consiglio non ha la responsabilità esclusiva, ci mancherebbe, ma che non possono essere negate, né omesse. Di più, è il ruolo stesso di Giuseppe Conte che gli impone di farsene carico e di risponderne di fronte al Paese. Magari anche di scusarsi con i cittadini italiani che, una volta di più, hanno dimostrato di essere più forti e coraggiosi dei loro rappresentanti nelle istituzioni. Di fronte a numeri tremendi, a un'incertezza enorme sul destino di milioni di famiglie, alla confusione che regna in ogni Regione, al sacrificio chiesto a centinaia di migliaia di medici, infermieri e operatori sanitari, ai disagi dei lavoratori che hanno continuato a tenere in piedi la baracca in questi giorni, proprio non è possibile continuare a dire che va tutto bene, che non si è sbagliato nulla e che stiamo battendo il nemico invisibile. Quella guerra, a Bergamo, a Brescia, ma anche a Siracusa, Aosta, Fondi e Piacenza, l'abbiamo persa comunque.

Ecco, forse se ciò che è mancato in queste settimane sono proprio le scuse: a quelli che non siamo riusciti a proteggere, a quelli cui abbiamo chiesto sacrifici, a quelli che abbiamo punito senza motivo, a quelli cui non riusciamo ancora a dare una risposta.