Il cortocircuito che rischia di annullare il semestre filtro a Medicina e rimandare a casa gli studenti
Il semestre filtro per entrare a Medicina, Veterinaria e Odontoiatria presto potrebbe essere messo in discussione dalla giustizia amministrativa. Dopo oltre sei mesi di contenziosi legali, a settembre arriverà davanti al TAR del Lazio uno degli aspetti decisivi della correzione delle prove per decidere chi sarebbe entrato in graduatoria: nelle varie Università italiane, ciascuna commissione che correggeva gli esami ha potuto lavorare in autonomia; così, quando c'erano risposte ambigue, qualcuno le ha indicate come corrette, altri come sbagliate.
In sostanza, la stessa prova avrebbe ottenuto voti diversi a seconda di chi la correggeva. Lo ha confermato a Fanpage.it anche Andrea Bellelli, professore di Biochimica all'Università La Sapienza di Roma, che ha presieduto una delle commissioni incaricate di correggere gli esami. È valida, quindi, una graduatoria nazionale stilata sulla base di quei punteggi? Saranno i giudici a stabilirlo. Potrebbero esserci studenti che hanno perso il posto, o l'hanno ottenuto, solo perché si sono ritrovati in commissione professori che hanno deciso di valutare una risposta in un modo invece che in un altro.
Fanpage.it ha parlato con Francesco Leone, avvocato dello studio Leone-Fell, che da mesi porta avanti la battaglia legale per conto degli studenti che si sono opposti alle normative sul semestre filtro. Tra gennaio e febbraio sono iniziati i ricorsi. Alcuni sono caduti nel vuoto, altri hanno avuto successo. Con le varie istruttorie che si sono susseguite, il TAR del Lazio ha man mano portato alla luce nuovi documenti ufficiali che hanno permesso di ricostruire con più precisione l'accaduto e individuare eventuali problemi. Ed è soprattutto sull'ultimo ricorso che potrebbero decidersi le sorti del semestre filtro: "Si rischia l'annullamento del semestre del 2025". Il ministero dell'Università, interpellato da Fanpage.it, non ha commentato.
I ricorsi già vinti contro il semestre filtro: il caso del ripescaggio
Quello sulla correzione degli esami non è il primo ostacolo legale che il semestre ‘aperto' incontra. Il 14 luglio 2026, a L'aria che tira su La7, la ministra dell'Università Bernini aveva detto: "Abbiamo dimostrato che il modello funziona, sono stati respinti tutti i ricorsi". Tuttavia, quel giorno stesso era arrivata la sentenza con cui il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso di nove studenti che chiedevano di essere trasferiti, anche in sovrannumero, in un'altra sede, perché erano stati ingiustamente danneggiati dal sistema di ripescaggio.
Il meccanismo introdotto l'anno scorso sembrava semplice. Per prima cosa, come in passato, ogni studente indicava le città in cui avrebbe voluto studiare in ordine di preferenza. Una volta pubblicata la graduatoria dopo gli esami, a ciascuno veniva assegnata una delle città: più alto era il punteggio, più era probabile finire nella prima o seconda città preferita. Gli studenti avevano pochissimi giorni per immatricolarsi nella sede assegnata. A questo punto molti, che non avevano ottenuto un punteggio abbastanza alto e avrebbero dovuto andare in città troppo lontane, hanno rinunciato al posto.
Poi è partito lo scorrimento. Dopo le rinunce, infatti, restavano dei posti liberi. E qui è sorto il problema: "Invece di andare a ripescare le persone che erano state obbligate a immatricolarsi subito, il ministero ha fatto immatricolare nelle sedi rimaste vacanti gli studenti che non avevano ancora un posto assegnato, perché avevano un punteggio inferiore", ha raccontato Leone.
Un esempio per chiarire la dinamica: uno studente con 300 punti avrebbe voluto andare a Napoli, ma a causa del suo punteggio è obbligato a immatricolarsi nella sua quarta scelta, Bologna; quando la graduatoria scorre, però, si liberano alcuni posti a Napoli (di persone che hanno rinunciato perché, magari, avrebbero voluto studiare in tutt'altra città); il ministero ripesca uno studente che aveva ottenuto 200 punti e aveva inserito come prima scelta Napoli, e gli assegna il posto. Il risultato è che, tra due studenti che volevano studiare a Napoli, quello con il punteggio più basso ha potuto farlo, mentre quello con il punteggio più alto è stato costretto a trasferirsi. Per questo motivo, le nove persone che avevano fatto ricorso hanno ottenuto di essere trasferite, anche in sovrannumero, nella città che avevano indicato come prima scelta.
Le immatricolazioni approvate con un sistema "abusivo"
Una questione diversa, ad oggi ancora poco chiara, è quella delle presunte immatricolazioni "abusive". A quanto risulta, almeno una decina di studenti ha riscontrato un problema tecnico sulla piattaforma CINECA, quella utilizzata per tutte le procedure informatiche relative all'esame. "A quanto pare, avrebbero modificato le loro scelte delle sedi pochi minuti prima della chiusura, causando un malfunzionamento", ha spiegato Leone. Il risultato: "Alla pubblicazione della graduatoria, si sono ritrovati con un asterisco messo accanto al loro nome e hanno ottenuto il posto nella loro prima scelta, anche se non avevano un punteggio sufficiente o addirittura non erano idonei in più materie".
Secondo quanto ricostruito, il sistema informatico avrebbe perso l'elenco delle sedi indicate dagli studenti in questione. Sarebbe rimasta indicata solo la loro prima preferenza. Il CINECA l'avrebbe fatto presente al ministero, che avrebbe deciso di farli immatricolare comunque, "prendendo o un posto in sovrannumero, o un posto dalla coorte dell'anno successivo, cioè la coorte del 2026-27". Il problema, per il legale, "è che non si capisce a tutt'oggi da dove questi posti siano stati presi. Se sono stati ‘rubati' ai ragazzi di quest'anno, ai ragazzi del prossimo anno o se sono stati immatricolati in sovrannumero". Il TAR, per il momento, ha respinto in via cautelare la richiesta di immatricolare di alcuni ricorrenti. Il legale ha sottolineato, però, che nell'ordinanza il Tribunale ha detto che il sistema utilizzato è stato "abusivo". Si attende la sentenza.
Il caos nella correzione degli esami per il semestre filtro
Come detto, la questione che rischia di avere ricadute ben più ampie è quella del sistema usato per correggere le prove di esame del semestre filtro: "In una graduatoria unica nazionale, le commissioni locali hanno potuto correggere nella massima discrezionalità. Avevano la base normativa per farlo – i decreti ministeriali gliene davano l'autorità – e anche la base tecnica, perché lo stesso CINECA ha detto chiaramente che il sistema digitale consentiva ai singoli docenti di correggere come volevano", ha detto l'avvocato.
Il punto, per Leone, è chiaro: "In un concorso nazionale con le stesse domande, alle stesse risposte bisogna dare la stessa valutazione, se no si crea una disparità di trattamento". Per il semestre filtro, invece, la correzione avveniva così: per ciascuna delle tre prove (Chimica, Fisica e Biologia) ogni Università aveva una commissione dedicata; nella commissione, ogni professore correggeva in autonomia; poi il presidente della commissione rileggeva tutte le prove corrette, per valutare che non ci fossero differenze.
Cosa è successo durante la correzione: il racconto del professore
Andrea Bellelli, professore ordinario di Biochimica all'Università La Sapienza, era uno di questi presidenti. Ha guidato la commissione che correggeva le prove di Chimica nell'ateneo romano: "La prova di esame/concorso consisteva in 15 domande a scelta multipla (quiz) e 16 domande a completamento", ha raccontato a Fanpage.it. In una prima fase "veniva corretta in modo anonimo e meccanizzato dal CINECA", poi le commissioni "dovevano rivedere la correzione" solo per quanto riguardava le domande a completamento, "perché il lettore ottico poteva interpretare erroneamente o non interpretare affatto la scrittura dello studente".
Bellelli ha confermato che ciascuna commissione lavorava da sola: "Non solo non era previsto dal ministero nessun coordinamento centrale tra le diverse commissioni di Ateneo, ma non era previsto neppure un vero coordinamento interno alla commissione", se non la validazione del presidente. Così, inevitabilmente, sono emersi i problemi: "Ci sono stati molti casi che hanno creato ambiguità ed hanno richiesto interpretazioni e valutazioni personali; in questi casi le commissioni hanno dovuto riunirsi ed assumere una linea comune, che però non sempre è stato possibile condividere a livello nazionale".
Vista la situazione, il ministero ha dovuto intervenire, come ha spiegato l'avvocato Leone: "Hanno richiamato in campo la commissione centrale che aveva stilato le domande. Per ogni segnalazione arrivata dalle commissioni locali, la commissione centrale veniva attivata per dare il via libera o meno alla risposta dubbia. Però non era un via libera vincolante per tutti. Ci sono anche stati docenti che non hanno chiesto nulla alla commissione centrale. Come era loro diritto, si sono assunti la responsabilità di considerare una risposta sbagliata o corretta nella propria materia di competenza".
Come se non bastasse, "questa commissione centrale non aveva alcun tipo di base normativa", secondo il legale. Il motivo è che il suo incarico si era ufficialmente concluso quando aveva stilato le domande e la lista di risposte accettate. "Nessun regolamento diceva che questa commissione centrale sarebbe diventata una sorta di Corte di Cassazione e avrebbe stabilito ciò che era giusto. Anche perché questo va direttamente contro con l'indipendenza delle commissioni locali. È un cortocircuito evidente".
Le domande ambigue nelle prove
Per fare chiarezza, Fanpage.it ha chiesto al professor Bellelli di spiegare da dove venivano le ambiguità. Erano principalmente i "veri sinonimi" e i "falsi sinonimi", ha detto il docente. I primi erano parole che "pur avendo il significato inteso dalla commissione ministeriale che aveva preparato i quesiti, non erano state inserite nella lista delle risposte ammissibili". Come detto, in questi casi ci si poteva rivolgere alla commissione centrale, che poteva aggiungere o meno quella parola all'elenco delle risposte valide, ma questo non vincolava nessun professore: "La commissione di Ateneo poteva continuare ad approvare anche risposte scartate dalla commissione ministeriale".
I "falsi sinonimi" invece erano parole che "pur non avendo il significato inteso dalla commissione ministeriale, restituivano comunque una frase di senso compiuto e corretta dal punto di vista scientifico". Un esempio: "Il legame tra lo ione idrogeno e l'azoto nello ione ammonio è…". La risposta indicata dalla commissione centrale era "dativo", più di uno studente aveva scritto "polare". "Il legame chimico indicato nella domanda è sia polare che dativo: le due caratteristiche non si escludono tra loro", ha spiegato Bellelli. Come dire: "Il ghiaccio è…" e poi rispondere "freddo" o "solido". Sono vere entrambe le cose, ma solo una era considerata giusta.
Tuttavia, la commissione centrale sebbene interpellata non aveva incluso la risposta "polare". La commissione della Sapienza guidata da Bellelli, invece, l'ha considerata valida, come era suo diritto fare. "Ma non tutte le commissioni di Ateneo si sono trovate d'accordo su questa posizione", anche su spinta dei loro uffici legali che volevano evitare problemi.
Cosa succede adesso: le ipotesi, dall'annullamento alle immatricolazioni in sovrannumero
In questa situazione, è evidente che due prove identiche possano aver avuto risultati diversi in diverse parti d'Italia: "Abbiamo già individuato dei casi nei quali sono state segnate come scorrette delle risposte che erano considerate corrette dalla commissione centrale", ha affermato Leone. "Nel complesso si parla di quasi 300mila questionari (è una stima indicativa dello studio legale, stimando che ciascuno dei 65mila immatricolati abbia fatto in media 4 o 5 prove sulle 6 complessive a disposizione nei due appelli, ndr) che sono stati corretti in maniera differente da più di 250 commissioni locali. E l'intera graduatoria si poggia su questo presupposto. Non sappiamo quante persone sono dentro perché hanno avuto una valutazione più permissiva e quanta gente è fuori perché, di contro, la propria commissione ha corretto in maniera più restrittiva".
Anche per Bellelli, "il margine di discrezionalità di cui disponevano le commissioni di Ateneo ha certamente creato delle disparità di valutazione tra gli studenti dei diversi Atenei". Un "difetto grave e irrimediabile della modalità di esame scelta dal ministero", per il docente.
Quella modalità di esame, ora, finirà davanti al TAR del Lazio. Tra settembre e ottobre il tribunale sarà chiamato a prendere una decisione sul ricorso presentato dallo studio Leone-Fell. L'esito è tutt'altro che scontato: come detto, ci sono stati finora dei casi in cui il TAR e il Consiglio di Stato hanno rigettato dei ricorsi sul semestre aperto, anche se riguardavano questioni tecniche diverse. "Se dovessero rigettarlo, da domani in poi qualsiasi selezione pubblica in questo Paese potrebbe avere lo stesso risultato", ha affermato l'avvocato.
Nel caso in cui i giudici amministrativi dovessero accogliere il ricorso, si aprirebbero diverse strade. Lo "scenario apocalittico" sarebbe l'annullamento del semestre filtro: "Tutti quanti a casa, gli studenti perdono un anno, perdono soldi, perdono esami, e si rifà un nuovo test per l'anno precedente". Sarebbe la strada più radicale, che darebbe inevitabilmente il via a una serie di contro-ricorsi.
Un'opzione meno drastica ma decisamente dispendiosa sarebbe "prendere tutti gli elaborati e farli correggere di nuovo, questa volta eliminando la discrezionalità dei singoli commissari, per rifare le graduatorie". Qualcuno rimarrebbe dentro, qualcun altro potrebbe essere costretto a lasciare gli studi di Medicina (o Medicina veterinaria, o Odontoiatria, visto che le modalità sono state le stesse) e vedere il suo posto occupato da un altro studente.
Infine, un'ipotesi già messa in atto in passato, nel 2013, quando si verificò una situazione simile: "Accogliere i ricorsi e far immatricolare i ricorrenti in sovrannumero, nella loro sede di prima scelta". Una sorta di eventuale "risarcimento".
Chiaramente, le cose non finirebbero qui. Non solo la probabile valanga di ricorsi costringerebbe le Università ad accogliere molti studenti in sovrannumero, ma il ministero dovrebbe studiare rapidamente delle correzioni in corsa. Se gli esami alla fine del semestre filtro si ripetessero con le stesse modalità, infatti, ci sarebbero gli stessi problemi.
I problemi fondamentali del semestre aperto a Medicina
Secondo il professor Bellelli, il problema è alla base del modo in cui il semestre filtro è stato impostato, a partire dagli esami finali: "La stessa prova non può e non deve assumere i due compiti di valutazione della preparazione raggiunta e di formazione della graduatoria concorsuale". Visto che c'erano solo quiz e domande a completamento, "gli studenti hanno sostenuto esami di Chimica nei quali non era previsto né possibile scrivere le formule di struttura di composti chimici, o esami di Fisica nei quali non era previsto né possibile disegnare l'andamento di una funzione".
Tutte cose fondamentali che i professori insegnavano, ma che per forza di cose "tendevano a cadere nel disinteresse degli studenti", preoccupati soprattutto di superare il concorso. Così, la modalità di esame spingeva verso "uno studio nozionistico e poco ragionato, certamente di un livello molto inferiore a quello che veniva raggiunto negli anni precedenti".
Bellelli ha contestato fin dall'inizio l'idea di ‘aprire' il corso di Medicina: "Il numero programmato è necessario", innanzitutto perché "la sanità nei Paesi avanzati richiede circa 4mila medici per milione di abitanti", quindi 240mila in Italia. Il che significa, se ciascuno ha una carriera media di trent'anni, un ricambio di circa 8mila medici all'anno, Dunque, "è ragionevole immatricolare circa 12mila studenti ogni anno". Ma nel 2026 i posti a disposizione saranno 27mila, e diventeranno 30mila dal prossimo anno. Questo "significa produrre, a carissimo prezzo, un enorme numero di laureati disoccupati".
In più, "la formazione di un medico richiede strutture didattiche che non si limitano ad aule e biblioteche. Richiede docenti, ospedali e malati", che non possono aumentare semplicemente per venire incontro al maggior numero di studenti. Nel primo semestre filtro ciascun docente si è trovato a "seguire molte centinaia di studenti (io ne avevo ben oltre mille)", senza potersi rendere "pienamente conto del loro grado di apprendimento". Con un "inevitabile calo della qualità della didattica".
A pagare sono stati gli studenti. Sia quelli entrati a Medicina, che hanno affrontato livelli di "stress e competizione tra di loro" molto più alti; sia quelli che sono stati bocciati. È vero che il ministero aveva garantito la possibilità di immatricolarsi in un corso di laurea affine (ad esempio, Biologia o Chimica), ma solo per chi avesse superato almeno uno dei tre esami e quindi fosse entrato in graduatoria. "Circa 25mila studenti al termine del semestre filtro si sono trovati esclusi dalla graduatoria e di conseguenza impossibilitati ad accedere ai cosiddetti corsi affini in un momento in cui le iscrizioni agli altri corsi di Laurea erano ormai chiuse". Hanno, insomma, perso un anno di università.