I camionisti in protesta non credono alle promesse del governo: “Se non abbassano il gasolio subito, continuiamo”
Continua e si allarga la protesta degli autotrasportatori in diverse Regioni del Sud Italia. Gli effetti del blocco delle autostrade si fanno sentire anche per le famiglie, che ormai vedono i supermercati quasi vuoti. Fanpage.it ha intervistato Michele Perrotti, titolare di una ditta di trasporti a Lucera (Foggia), una delle figure di riferimento della mobilitazione spontanea che rifiuta anche la rappresentanza delle sigle nazionali. Le rivendicazioni si concentrano sul costo del carburante, diventato ormai insostenibile, ma non solo. E per l'incontro in programma domani con Matteo Salvini, a Milano, le speranze sono poche: "Se non ci danno cose certe, fatti nero su bianco, e non promesse vuote, si va avanti".
Da quanto fa questo lavoro?
La nostra è un'azienda di famiglia, siamo alla terza generazione: mio padre, io e mio figlio.
Quindi è un mondo che conosce fin da bambino…
Sì, all'età di 13 anni sono salito sul camion. A 21 anni, non appena ho avuto la patente in tasca, ho iniziato a lavorare.
In che situazione è, oggi, la vostra azienda?
Al momento siamo in perdita. Il motivo è semplice: ormai gli incassi non ci bastano più a coprire il prezzo del gasolio, aumentato tantissimo. Da inizio anno, è cresciuto di 65-70 centesimi al litro.
Quanto gasolio consuma, in media, un vostro camion?
I nostri mezzi devono fare rifornimento tre volte a settimana, e un pieno è da circa 700 litri. Facendo il calcolo, un aumento da 65-70 centesimi vuol dire spendere 1.400 euro a settimana in più, o 6.400 euro al mese, solo per il carburante. Non abbiamo proventi così alti da poter coprire questo tipo di spesa.
Per questo è nata la protesta degli ultimi giorni?
Stiamo protestando da domenica scorsa, siamo al nono giorno consecutivo. Non è la prima protesta, ma è quella che si è allargata di più. Era partita da piccoli focolai, che poi si sono uniti, e si è acceso questo fuoco.
Vi siete organizzati anche attraverso Regioni diverse. Eravate già in contatto?
C'è stato un tam tam con messaggi e social. Comunque al momento siamo in collegamento tra Campania, Calabria, naturalmente Puglia e non solo.
Secondo lei, perché la protesta si è diffusa in modo così rapido e forte al Sud e non al Centro-Nord?
Non vorrei dire una brutta parola, ma penso che altri non abbiano le palle per affrontare le aziende dove lavorano. Hanno paura, quindi vanno a lavorare. Qui noi peraltro riusciamo a sopravvivere più facilmente rispetto a loro: il costo della vita è più basso. Noi con una cima di rapa e un po' di spaghetti mangiamo, loro le pagano cinque volte tanto. Eppure protestiamo noi, e non loro. Perché aspettano che, con le nostre proteste e le nostre rivendicazioni, arrivino i benefici anche a loro.
A proposito: le vostre rivendicazioni quali sono?
Le nostre richieste sono puntuali. Vogliamo che venga fissato un tetto massimo al prezzo del gasolio specificamente per la nostra categoria, per tutelarci da sbalzi come questo. Che il nostro sia riconosciuto come lavoro usurante, con tutto ciò che ne deriva anche per il pensionamento. Che i pedaggi autostradali siano ridotti, sempre per la nostra categoria, e che il Codice della strada sia più flessibile nei nostri confronti. E ancora, uno sblocco immediato del credito autorasportatori 2026 e altre misure urgenti di sostegno.
Su queste ultime due richieste si starebbe concentrano, in queste ore, il ministero dei Trasporti. Il ministro Salvini ha chiesto a voi autotrasportatori "buon senso e rispetto per il lavoro degli altri, perché alcuni blocchi stanno danneggiando il lavoro di tanti altri colleghi". Cosa ne pensa?
Innanzitutto i colleghi non sono bloccati: chi sta protestando lo ha fatto spontaneamente. Quando qualcuno passa, chiediamo se si vuole fermare, e se vuole aderire lo fa. C'è chi esce apposta da casa per venire nei nostri presidi, perché qui diamo da mangiare e da bere.
Per il resto, Salvini può dire quello che vuole: il primo che deve cadere dal governo sarebbe lui. È lui che vuole prendere un autista di 65 anni e farlo lavorare fino a 70 anni (Salvini ha proposto di prolungare su base volontaria la possibilità di lavorare come autotrasportatori fino a 70 anni, con controlli medici ogni due anni, ndr). Per un lavoro usurante come questo, dove quasi tutti hanno problemi di salute, mettere un camion in mano a un settantenne è come mettere un fucile carico in mano a un cieco. Se qualcosa va storto e prende un pullman, ammazza 70 persone.
Domani, martedì 20 ottobre, è in programma un incontro, a Milano, proprio con Salvini. Prima il ministro vedrà le associazioni nazionali, poi alcuni rappresentanti di gruppi spontanei come il vostro. Cosa vi aspettate?
È una fregatura. Questi qua (le sigle nazionali, ndr) non ci rappresentano: non li abbiamo chiamati noi, si sono chiamati da soli in causa. Con Salvini, sigleranno un'intesa con quello che interessa a loro. Si prenderanno una fetta della torta e andranno a casa. Nel pomeriggio c'è l'incontro con noi autonomi. Ci daranno un pacchetto di caramelle e ci manderanno a casa. Se avverrà questo, la protesta non finirà più.
Siete pronti a continuare la contestazione, quindi?
Se non ci danno cose certe, fatti nero su bianco, e non promesse vuote, si va avanti. Se io devo fare un viaggio in cui fatturo 2mila euro e spendere 2mila euro di carburante, e devo prendermi i rischi, poi devo pagare le tasse…è meglio fallire nel piazzale, da fermo, che farlo in strada. Perché devo indebitarmi e rovinarmi pur di lavorare?
Per le famiglie i disagi che derivano dalla vostra protesta si vedono: i supermercati si svuotano, le autostrade sono bloccate. Temete che alla fine i cittadini se la prendano più con voi che con il prezzo del carburante?
A noi dispiace aver creato un po' di disagi alle famiglie. Però voglio sottolineare che la merce di prima necessità non l'abbiamo mai fermata: nelle nostre proteste non abbiamo mai bloccato il latte, la carne. Con cinque chili di fagioli, ceci e piselli, venti chili di pasta e cinque chili salsa, puoi mangiare per un mese. Non è mica detto che devi mangiare per forza la fettina di carne o la banana. Per dieci giorni, si resiste. C'è troppo benessere