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Fuori i locali etnici dai centri storici per proteggere l’identità dei borghi: la proposta di FdI nelle Marche

Il presidente della Regione Acquaroli (FdI), vuole limitare le attività ammesse nei centri storici marchigiani per “aiutare i borghi a mantenere la propria identità, bandiera della nostra civiltà”. La capogruppo del Pd Marche, Valeria Mancinelli, attacca: “Solo propaganda”.
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Niente kebab, falafel o salsa tzatziki nelle piazze marchigiane. La giunta regionale delle Marche, a guida Fratelli d'Italia, con una proposta di legge vuole imporre una stretta sulle attività commerciali ammesse nei centri storici del territorio con lo scopo di promuovere la vendita dei prodotti tipici e tutelare il patrimonio gastronomico locale. Il presidente della Regione, Francesco Acquaroli, parla di una scelta nata per "aiutare i borghi a mantenere la propria identità come bandiera della nostra civiltà" e, illustrando il testo alla stampa, ha spiegato che così si punta ad avere "meno kebab". Nel provvedimento, però, non è previsto lo stanziamento di fondi per aiutare i Comuni a rilanciare il commercio locale.

Proprio questo punto è al centro delle proteste delle opposizioni. Valeria Mancinelli, capogruppo del Partito democratico in consiglio regionale, spiega a Fanpage.it che la proposta di legge è "solo propaganda" attraverso cui "si inventano un nemico che non c'è, perché nei borghi marchigiani l'alimentari non chiude perché è soppiantato dal kebab, ma perché ha costi insostenibili".

Le opposizioni vanno all'attacco ma il candidato del Partito democratico alle ultime elezioni regionali, Matteo Ricci, aveva approvato un provvedimento simile a Pesaro, quando era sindaco della città. Per Mancinelli, però, la legge varata da Ricci era "tutta un'altra cosa, prescriveva misure per il decoro pubblico".

Cosa prevede la legge per le ‘no kebab zone' nelle Marche

Lunedì 22 giugno la giunta delle Marche ha approvato una delibera "per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi". Nel testo si prevedono "programmi di qualificazione della rete commerciale al fine dell'armonica integrazione delle attività economiche con gli spazi pubblici o di uso pubblico". Per raggiungere queste finalità possono essere attivate "limitazioni all'insediamento di determinate attività commerciali o l'adozione di misure di tutela e valorizzazione di talune tipologie di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane, tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale". La giunta quindi intende bloccare l'apertura di quelle attività commerciali che, a suo parere, non si integrano bene con gli spazi pubblici delle città perché non ne rispettano la storia e la cultura.

Il provvedimento, con cui il presidente della Regione Acquaroli vuole avere "meno kebab", nasce per contrastare "i fenomeni di rarefazione, desertificazione o di omologazione commerciale" con l'intenzione di promuovere l'offerta delle "filiere locali e le produzioni, anche enogastronomiche, caratterizzate da uno specifico legame con il territorio regionale e con i saperi tradizionali". Sì quindi a negozi di calzature, friggitorie che vendono olive all'ascolana e salumifici che producono ciauscolo. Tutte eccellenze dell'artigianato marchigiano.

Nella proposta si specifica che queste misure potranno essere introdotte "nel rispetto dei principi di proporzionalità, non discriminazione degli operatori e tutela della concorrenza, d’intesa con le associazioni degli operatori e senza discriminazioni tra essi". Un tentativo di non entrare in contrasto con le regole europee sulla concorrenza. Nel provvedimento, inoltre, si chiarisce che la Regione intende attuare queste iniziative senza un capitolo di spesa dedicato, nessuna variazione finanziaria quindi.

Il testo dovrà essere discusso con l'assemblea legislativa e vedrà il coinvolgimento dei sindaci del territorio, che saranno chiamati a mettere in atto la norma e a individuare le aree da tutelare, tracciando quindi una cartina delle ‘no kebab zone' in ogni città. Per farlo, i sindaci marchigiani potranno tenere in considerazione sia le caratteristiche positive delle aree urbane da proteggere che eventuali situazioni di degrado da eliminare.

Il testo per conservare i borghi marchigiani: "Bandiera della nostra civiltà"

Il presidente della Regione, Francesco Acquaroli, membro di Fratelli d'Italia, ha spiegato che "la proposta riguarda non solo il recupero urbanistico, ma anche quello identitario". Secondo il governatore marchigiano, infatti, "la nostra cultura gastronomica e la nostra cultura dell'artigianato vedono trovare uno spazio all'interno di luoghi che hanno fatto la storia della nostra civiltà e che oggi devono riaffermarsi".

L'obiettivo della sua giunta, continua, è "aiutare i borghi a mantenere la propria identità come bandiera della nostra civiltà, della nostra cultura e della nostra storia". Per Acquaroli si tratta di stimolare il recupero "di un'identità profonda". La Regione intende così conservare quei "piatti che rappresentano un punto di riferimento per la cucina italiana". Cappelletti e vincisgrassi possono quindi dirsi salvi.

Al di là degli slogan politici, c'è chi considera il provvedimento un primo passo in avanti per riconoscere "al commercio la sua dignità e il loro ruolo di cuore pulsante delle città". A dirlo è Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche, che parla di una "battaglia che portiamo avanti da almeno 15 anni, durante i quali abbiamo assistito a una progressiva omologazione dell’offerta che rischia di snaturare l'identità dei nostri borghi". Secondo il rappresentante dei commercianti i comuni marchigiani rischiano di perdere non solo la loro anima, ma "tante attività economiche".

Il Pd Marche accusa: "Solo propaganda, i negozi chiudono per costi insostenibili"

Non è dello stesso avviso Valeria Mancinelli, capogruppo del Partito democratico in consiglio regionale. Secondo la consigliera dem il testo è "una bufala", perché, come spiega a Fanpage.it, non è espresso "il divieto di far aprire i kebab o i negozi etnici, nella legge non potrebbe esserci perché sarebbe totalmente illegittimo e in contrasto con le leggi nazionali". Come abbiamo riportato, infatti, nel testo non sono espressamente citate le tipologie di attività ammesse o meno nei centri storici, ma vengono dati dei vaghi elementi di indirizzo.

"Mentre quello che c'è e che è pura fuffa – continua Mancinelli – è dire che i Comuni possono promuovere programmi di riqualificazione dei centri storici, incentivando e sostenendo i negozi che privilegiano le produzioni locali, senza però un euro di spesa in più da parte della Regione". "Se non l'hanno fatto fino ad ora è perché non avevano i soldi per farlo", precisa la consigliera. Per questo, Mancinelli definisce il testo "pura propaganda" e un tentativo di "inventarsi un nemico che non c'è, perché un negozio di generi alimentari in un piccolo Comune non chiude perché è soppiantato dal kebab, ma perché ha costi insostenibili".

Il sindaco del Pd che aveva detto no a kebab e fast food nel centro di Pesaro

La proposta di legge avanzata dalla giunta Acquaroli non è però una novità nel territorio regionale. Nel 2022 l'allora sindaco di Pesaro, Matteo Ricci (Pd), aveva approvato una delibera simile per la sua città. Nel testo, promosso dall'ex assessora alle Attività economiche Francesca Frequellucci, all'epoca in quota Movimento 5 Stelle, avevano "vietato l'insediamento di nuove attività di preparazione cibi d’asporto, ad eccezione di prodotti facenti parte del patrimonio culturale enogastronomico locale e nazionale". Una specifica che aveva scatenato le polemiche dei cittadini, delle opposizioni e di parte dello stesso Partito democratico marchigiano.

L'ex sindaco, candidatosi poi alla presidenza della Regione nel 2025 e ora eurodeputato, aveva spiegato che il regolamento cittadino puntava "a dare la massima qualità possibile al centro storico e aiutare il commercio". In un video rivolto ai cittadini e pubblicato sulla sua pagina Facebook, Ricci invitava a leggere attentamente il regolamento, in cui era precisato che "non potranno aprire attività merceologiche con una gamma indistinta generalizzata di prodotti", ovvero, "i famosi bazar che non hanno a che fare con la qualità".

La lista di attività a cui l'eurodeputato aveva detto no è lunga: distributori automatici, ristoranti per cibo d'asporto etnico, fast food, discoteche, night club, compro oro, cambi moneta, phone center, centri scommesse, sexy shop, lavanderie automatiche e sale da gioco. "Questo – aveva spiegato – per tutelare il più possibile un’area commerciale che soffre di una crisi cronica da anni e che ora soffre anche una concorrenza fortissima della vendita online".

La capogruppo Pd Mancinelli, a più di 4 anni di distanza, difende però il testo promosso da Ricci, sostenendo che era "tutta un'altra cosa", dal momento che "prescriveva misure per il decoro pubblico". Secondo Mancinelli il provvedimento pesarese non era "riferito a categorie etniche di negozi ma ad attività di negozi che possono avere un impatto sul decoro urbano".

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