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La newsletter di Fanpage per capire Napoli oltre la cronaca

Quando ho letto il testo della proposta di legge regionale ho subito capito che c'era la mano sua, di Gennaro Sangiuliano detto Genny, giornalista Rai, già ministro della Cultura nel governo Meloni, oggi loquacissimo consigliere regionale in Campania con Fratelli d'Italia, anzi «capo dell'opposizione».
Tu dirai: «E da cosa l'hai capito che c'era la mano sua?». Dalle citazioni. Sangiuliano è ossessionato, ogni tre righe deve metterci la citazione di un autore, di un libro. E così la proposta di legge regionale numero 59, «Misure per la tutela dell'identità dei centri storici e delle tradizioni dell'artigianato e del commercio locale» attraversa da Dante a Machiavelli, da Leopardi a Manzoni, per approdare a Giambattista Vico e al suo «idem sentire comune».
Ma perché la proposta – firmata da diciotto consiglieri di centrodestra – è meritevole di una puntata di TUFO? Perché è la dichiarazione di guerra del centrodestra regionale a kebab e negozi di calamite turistiche. Proprio così: punta a colpire due simboli del commercio giudicato «non tradizionale» nei centri storici, accusati di snaturare l'identità di piazze e vicoli storici della regione.
La cosa del kebab mi ricorda leghismi alla Umberto Bossi di fine anni Novanta o peggio ancora le crociate contro l'hamburger del fast food agli inizi dei Novanta, all'epoca dei paninari e prima di Tangentopoli.
Per quel che riguarda le calamite, beh, solo in via Chiaia a Napoli ci sono ben tredici negozietti orribili di calamite cinesi. Fanpage se n'è occupata un anno fa, il centrodestra in Consiglio regionale vuole cavalcare la storia.
Ma come?
Impedire non si può e proprio gli alfieri del libero mercato dovrebbero saperlo.
E infatti il testo, in realtà, non vieta nulla direttamente: delega tutto ai Comuni. È l'articolo 2 della pdl a fissare l'unico vero obbligo della legge: ogni Comune «deve individuare», con delibera del Consiglio comunale, gli ambiti di particolare pregio storico, artistico o turistico da tutelare. Nessun criterio oggettivo stabilisce cosa renda una via o una piazza meritevole di tutela: la scelta resta politica e comunale, senza scadenze né soglie fissate dalla Regione.
Dentro quegli ambiti, però, la legge diventa facoltativa. È il verbo «possono», non più «devono», a comparire in tutti gli articoli operativi: i Comuni possono vietare la vendita di souvenir e calamite privi di un'indicazione «chiara e indelebile» della provenienza, e possono vietare la vendita da asporto di kebab e prodotti simili, giudicati estranei alla tradizione gastronomica locale. La somministrazione al tavolo, nei ristoranti, resta invece sempre consentita.
L'applicazione dipenderà quindi dalla volontà politica di ogni giunta comunale: la legge regionale impone la mappatura, ma lascia ai sindaci la responsabilità, e il rischio politico, di vietare o no.
Pensate i Comuni campani che già c'hanno i problemi dei tagli statali, le infiltrazioni di camorra e i guai tipici del sud Italia, alle prese con la battaglia ai magneti da frigoriferi con la scritta «Saluti da Cerreto Sannita».
Le curiosità maggiori si trovano nella relazione illustrativa, che accompagna l'articolato con toni ben più coloriti della prosa amministrativa: si parla di «osceni negozi di kebab» e «orribili calamite», attribuendone la diffusione a «un'immigrazione indiscriminata e illegale».
Insomma, è il vannaccismo prima di Vannacci?
Non manca infine una contraddizione interna al testo: l'articolo 1 dichiara di voler combattere attività commerciali «che pur lecite» non appartengono alla tradizione dei luoghi, mentre l'articolo 9, di chiusura, promette il pieno rispetto della libertà di iniziativa economica e della normativa europea sulla concorrenza. Come tieni in piedi la libera impresa e il taglione contro il doner kebab? Lo dovremmo chiedere a Genny.